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Il costo della loro ricchezza

In Internazionale on 12/11/2013 at 13:43

di Simone Rossi
Uno dei tratti caratteristici dell’ideologia del libero mercato è quello di stigmatizzare la povertà, trasformandola da condizione patita a scelta. Del resto se il libero mercato è un modello che consente a chiunque abbia talento ed ambizione di arricchirsi, se i poveri sono tali non hanno che da biasimare sé stessi. Ne consegue che le politiche di smantellamento dello stato sociale, i tagli ai servizi ed ai sussidi siano atti dovuti per stimolare chi si è “seduto” nella propria condizione di marginalità economica.
La realtà dei fatti è ben differente, negli ultimi trent’anni la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza e la riduzione del potere d’acquisto dei salari non sono stati il risultato di politiche che hanno versato sui lavoratori, sui disoccupati e sulle fasce deboli della società il costo dell’arricchimento di pochi. Soprattutto nei paesi con uno stato sociale sviluppato, è toccato ai governi sopperire con sussidi ed aiuti al progressivo impoverimento dei lavoratori. Nel Regno Unito, ad esempio, i sussidi, contrariamente a quanto propaganda la stampa conservatrice, non consistono solamente e principalmente in indennità di disoccupazione, ma anche di contributi al pagamento degli affitti, o di integrazione al reddito per singoli o famiglie che pur lavorando non recepiscono un’entrata sufficiente a mantenersi al di sopra della soglia di povertà, o di agevolazioni fiscali per nuclei famigliari con minori a carico. A ciò vanno aggiunti servizi come i pasti gratuiti nelle mense scolastiche, esenzioni dal ticket sui farmaci, contributi per l’edilizia convenzionata, agevolazioni sui trasporti e altro ancora, di cui beneficiano in forme differenti disoccupati ed occupati a basso reddito. Mentre al padronato si lasciano i benefici della compressione salariale e dell’assenza di conflitto sui luoghi di lavoro, alla collettività rimangono i costi, sostenuti tramite la fiscalità cui contribuiscono poco quei ricchi che fanno la paternale al prossimo, considerati gli alti tassi di evasione (nel sud Europa) ed elusione (nell’Europa nord-occidentale).
A supportare con dati quella che altrimenti potrebbe essere derubricata a lamentazione di anti-capitalisti incalliti uno studio commissionato dalla TUC, la confederazione che riunisce gran parte sei sindacati britannici, di cui ha dato notizia il quotidiano The Morning Star venerdì scorso e che riportiamo di seguito.

Chetead Out of £3 Billion a Year

Economist exposes how bosses’ greed is costing economy millions

The public purse is looted for over £3 billion a year by greedy bosses who force wages down to keep profits high, economist Howard Reed has calculated.

His study for the TUC revealed yesterday the Treasury could pocket over £2bn more in taxes and shave another £1bn off the Benefits Bill if employers paid a living wage.

The calculations are based on last year’s living wage – the level needed to cover basic living costs – of £8.55 an hour in London and £7.45 across the rest of Britain which around 4.8 million people are denied.

The living wage has since been raised by 25p an hour in London and 20p elsewhere.

Economic modelling by Mr Reed reveals that low wages have left families in poverty – and a black hole in public finances.

Low-paid workers would contribute an extra £2.1bn in income tax and national insurance if they were paid the living wage.

The Treasury would also save £1.1bn it currently pays out in means-tested benefits and tax credits to subsidise employers’ poverty pay.

Over 430 employers are already accredited by the Living Wage Foundation.

But TUC general secretary Frances O’Grady said many more employers can afford to pay up.

“The UK is in the midst of a living standards crisis, and while the economy is slowly starting to recover, ordinary people are a long way from feeling any benefit,” she said.

Around 572,000 Londoners – equivalent to 16 per cent of the working population – earn less than the living wage.

Lifting them out of poverty pay would raise £408 million a year in taxes and cut the Benefits Bill by £200, leaving the Treasury an extra £608m.

Scotland’s 416,000 underpaid workers – 19 per cent – would contribute over £161m more in tax and receive £84m less in benefits.

Wales has 252,000 workers without a living wage – the highest rate across Britain at 23 per cent – would offer £100.1m more in tax and need £53.9m less in benefits.

Left Economics Advisory Panel co-ordinator Andrew Fisher said rolling back anti-union laws was key to winning higher wages through collective bargaining.

“The TUC data shows how much tax credits have subsidised exploitative employers paying derisory wages in the UK economy, while a few at the top reap huge rewards,” he said.

“It is also the case that billions could be saved from the Housing Benefit Bill by capping landlords’ rents and building masses of new council housing to stop the milking of the system by the overpropertied.”

Ms O’Grady said: “Money is so tight that any unforeseen expenses – like a winter coat for the children or repairing a broken cooker – are forcing families to borrow just to keep their heads above water.

“Britain is crying out for a pay rise and there are real benefits that would come from a nationwide pay boost for the UK’s lowest-paid workers.”

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Miseria dell’ideologia

In Editoriali on 09/10/2013 at 23:25

di Nicola Melloni

da Liberazione

Nel corso degli ultimi anni abbiamo visto diversi tentativi di dare basi teoriche all’austerity, incolpando il debito ed i governi dei problemi creati dal mercato e dalla banche. Tentativi maldestri, pieni di errori marchiani, con numeri costruiti ad arte per ottenere risultati falsi, ma che hanno avuto un’eco importante tra i politici, soprattutto quelli europei, che sono saltati in fretta sul carro dell’austerity per tagliare pensioni e salari con la scusa dell’emergenza economica. Emergenza che poi, puntualmente, si è avverata proprio a causa delle scelte assurde dei governi.
Ora, dopo anni di pene, che per alcuni, come l’Italia, continuano a protrarsi, l’economia europea sembra però stabilizzarsi, ridando fiato ai pasdaran dell’austerity. Poco prima delle elezioni tedesche, avevamo visto come il ministro delle finanze Schauble avesse rivendicato con forza i numeri del “successo” europeo. Qualche giorno fa è stato il suo omologo inglese, il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, a rivendicare i magnifici successi dell’economia britannica, ormai sulla retta via grazie al suo governo.
In effetti, il Pil della Gran Bretagna, al contrario di quello italiano, non è più in rovinosa caduta e negli ultimi trimestri è tornato il segno positivo. Non solo, ma la disoccupazione nel corso di questi anni – e contrariamente alla dinamica vista nel Sud Europa – è rimasta sotto controllo. Insomma, tutto bene, madama la marchesa. Peccato che si tratti di una lettura parziale, falsa ed intellettualmente disonesta.
La disoccupazione non è aumentata quanto si temeva, è vero: ma questo è dovuto ad alcuni fattori strutturali oltre ad altri bluff statistici. Il crollo della produttività ha comportato un calo solo parziale degli occupati, per altro coperto da contratti a zero ore e precariato che hanno spinto i salari verso il basso. Quanto alla crescita, dopo anni di recessione, l’andamento del Pil è piatto. Meglio del passato, ma non pare proprio un gran successo. Meglio di diversi paesi europei, ma senza mai aver avuto i problemi strutturali legati alla mancanza di sovranità monetaria dei Pigs. In realtà, come spiegato da Vox.eu, tanto il paragone con gli Stati Uniti quanto quello con tutte le altre crisi finanziarie e bancarie del XX secolo mostrano come la Gran Bretagna abbia avuto una ripresa post-crisi incredibilmente lenta. Nessuno ha mai pensato che la recessione sarebbe stata infinita, i fattori strutturali – la capacità produttiva – avrebbero prima o poi arrestato la depressione. Il problema è proprio il prima o poi, e grazie all’austerity si è prolungata, inutilmente, la caduta dell’economia. Tutti i dati economici sono peggiori di quanto previsto quando il governo Tory vinse le elezioni, la crescita cumulativa del Pil è 1/3 di quanto si fosse previsto nel 2010 e inferiore di tre punti percentuali a quanto sarebbe dovuto essere quest’anno in assenza di politiche fiscali restrittive. Certo, sappiamo benissimo che le previsioni economiche sono fatte per essere corrette. Rimane però aperta la questione dell’utilità dell’austerity, fatta per mettere sotto controllo deficit e debito, mentre è avvenuto esattamente l’opposto con il debito inglese che è passato dal 70 all’85% del PIL. Ciò nonostante non è accaduto quello che temevano – o, almeno, sostenevano di temere – i conservatori, e cioè una reazione negativa dei mercati ed una fuga di capitali tipo Grecia provando senza tema di smentita che tutta la costruzione teorica intorno all’austerity era molto semplicemente una baggianata.
Nel frattempo anche dall’altra parte dell’Atlantico i falchi neo-lib sono all’attacco. Di nuovo l’ossessione del debito, portata a livelli così parossistici da chiudere addirittura il governo federale. La parola d’ordine della destra è che i conti pubblici sono fuori controllo e questo rischia di portare al crollo dell’economia e della potenza americana. Agli invasati del Tea Party si sono uniti i conservatori tout court tipo Niall Ferguson, storico di Harvard ed ormai star televisiva e scrittore di best seller. Ferguson sul Wall Street Journal confonde i numeri – come già i suoi stimati colleghi di Harvard Reinhart e Rogoff – e sostiene l’insostenibile, cioè che la dinamica del debito Usa sia fuori controllo. Cosa patentemente falsa, ed infatti ai correnti livelli di inflazione e di tassi sui buoni del tesoro, il Governo americano sta facendo profitti emettendo titoli di debito (gli interessi sono minori del livello dei prezzi). Secondo i calcoli dell’economista di Berkley Brad DeLong, grazie alla corrente dinamica del debito, gli Stati Uniti possono incorrere in un disavanzo primario del 2.3% del PIL mantenendo stabile il corrente livello di debito. Altro che crisi, altro che shut down si tratta proprio del momento di aumentare la spesa pubblica per aiutare l’economia.
Per decenni l’economia neoliberale ha usato la matematica per provare la sua correttezza, pur eliminando a piacimento le variabili che non si sposavano bene con le risposte che si volevano. Ora, invece, si truccano e si nascondono i numeri per cercare di giustificare scelte di politica economica i cui fallimenti sono davanti gli occhi di tutti. Parafrasando Marx, miseria dell’ideologia.

Il Cile, o della dittatura dell’economia

In a sinistra on 11/09/2013 at 10:08

Quarant’anni fa veniva deposto il Presidente Allende e il Cile entrava in un quindicenno di dittatura tra le più feroci e criminali della storia. Eppure, i lasciti di quel periodo non sono universalmente riconosciuti come atrocità, tutt’altro. In tanti circoli accademici, culturali e politici si ricordano le imprese della junta militare tralasciando i suoi aspetti più violenti e trucidi e concentrandosi sul lato economico, descritto come un successo strepitoso. Il messaggio che esce da questo tipo di lettura è che i governi cosiddetti “populisti” sono responsabili del disordine economico che infine sconfina nel caos. Sono dunque i politici eletti che cercano di inserirsi ed interrompere le dinamiche efficienti del mercato a contribuire all’impoverimento del paese ed a generare crisi economiche e politiche. D’altronde negli anni 70 ed 80 l’America Latina era sinonimo di caos, inflazione, instabilità. I vari fronti popolari e leader “populisti” – si dice – erano troppo impegnati a costruirsi una base di consenso tra gli elettori e dimenticavano le “leggi fondamentali” dell’economia. E cioè, poche tasse, soprattutto su imprese e ricchi, e dunque pochi servizi sociali. Attenzione maniacale all’inflazione e al pareggio di bilancio. Poco Stato, tanto privato. Insomma, il programma economico dei Chicago boys, tanto fedelmente applicato da Pinochet e i suoi.

Non tutto il male, dunque, veniva per nuocere. Certo, sarebbe stato meglio non arrivare alla dittatura, ma – prosegue la storiella –  è proprio grazie a quella che il Cile è diventato un paese moderno e l’economia più avanzata dell’America Latina. I costi sociali, in quest’ottica, non sono minimamente considerati. L’economia viene considerata come avulsa dal contesto sociale e politico, rispondente solo ai ferrei diktat del mercato, neanche ci trovassimo in un ambiente asettico tipo laboratorio.

Questa, in realtà, è la vera ideologia del neo-liberismo e la vera lezione del Cile. Non è importante la democrazia o la dittatura, ma sono importanti le politiche economiche, su cui nessuno deve intervenire. La democrazia va dunque bene solo fino a quando politici interessati alla ri-elezione o partiti interessati al miglioramento di vita delle classi popolari non si intromettono troppo. E’ una politica a sovranità limitata. Una ideologia che nasconde abilmente i suoi insuccessi – a cominciare da quelli cileni, dove la disoccupazione arrivò alle stelle ed inizialmente l’inflazione distrusse i risparmi delle famiglie. Costi di transazione e transizione, secondo gli economisti. Che li paghino sempre gli stessi, è irrilevante. Che poi anche a pieno regime, questo sistema economico generi ineguaglianza, povertà, polarizzazione del reddito, zero mobilità sociale, è in fondo considerato un costo modesto davanti ai profitti macinati dalle imprese.

Un modello, a ben pensarci, che, a fronte dei suoi enormi disastri economici, ha avuto un incredibile successo politico. In fondo, quello della politica a sovranità limitata è il nostro mondo. E’ quello dell’IMF in Africa, Asia e, certo, America Latina. E’ quello della trojka in Grecia ed Italia. Senza bisogno, almeno per il momento, di un Pinochet, ma con la stessa ideologia di fondo: non azzardatevi a toccare il mercato.

Quarant’anni di neoliberismo in Cile.

In Internazionale on 11/09/2013 at 01:05

di Simone Rossi

Quarant’anni fa un colpo di stato delle forze armate cilene, con il supporto logistico statunitense, deponeva il Presidente e l’Esecutivo legittimamente eletti. I mesi e gli anni che seguirono furono marcati da un’intensa opera di repressione e terrore che annichilirono ogni forma di opposizione e di resistenza democratica. A differenza di quanto era accaduto negli altri paesi latinoamericani, che durante XX secolo videro susseguirsi colpi di stato e regimi autoritari, il Cile era stato governato da forze elette democraticamente dagli anni Trenta. Il colpo di stato cileno non ebbe solamente lo scopo di porre fine all’esperienza del governo di Unità Popolare inaugurata nel 1970 al fine di riportare il potere nelle mani delle oligarchie locali come accaduto in altri paesi della regione, ma fu uno strumento per implementare un modello sociale ed economico che rimane intatto nei suoi tratti costitutivi ancora oggi, nonostante nel 1989 alla dittatura sia subentrato un regime democratico liberale ed il fatto che fino al 2010 la Presidenza e l’Esecutivo furono tenuti dalla coalizione di centrosinistra chiamata Concertación.
A partire dal settembre 1973 il Cile divenne un laboratorio per l’attuazione delle teorie economiche elaborate e propugnate dalla Scuola di Chicago, comunemente denominate neoliberismo, che avrebbero preso il sopravvento nel resto del mondo con il crollo del blocco sovietico. I tre pilastri del modello cileno sono un sistema tributario che favorisce le imprese colpendo maggiormente i redditi da lavoro rispetto agli utili e che non scoraggia l’elusione e l’evasione fiscale, un modello di relazioni industriali che ostacola l’organizzazione dei lavoratori in sindacati ed il ricorso allo sciopero, che promuove forme di sfruttamento dei lavoratori, ed un tessuto produttivo dove prevalgono gli oligopoli dell’industria estrattiva e della speculazione finanziaria a scapito della piccola e media impresa manifatturiera. Sotto il profilo sociale questo modello determina un forte squilibrio nella distribuzione del reddito, con 1% della popolazione che detiene un terzo della ricchezza, un tasso di povertà elevato e scarsa mobilità sociale, pur essendoci stati miglioramenti nelle condizioni di vita della popolazione durante i governi della Concertación de Partidos por la Democracia. Il modello introdotto a partire dal 1973 ha comportato una forte riduzione della presenza dello Stato nell’economia e nella società attraverso la privatizzazione delle aziende e dei servizi pubblici; incluse istruzione ed università. E proprio queste ultime hanno costituito il principale veicolo di esclusione sociale ed impoverimento; venendo meno lo spirito del servizio e dell’utilità pubblica, l’accesso all’istruzione ed alla formazione universitaria di qualità è vincolato alla disponibilità economica delle famiglie, precludendo ai più poveri la possibilità di ottenere un diploma o una laurea con cui emanciparsi economicamente attraverso un impiego ben remunerato. Anche le classi medie non sfuggono alla perversità del sistema scolastico che pone loro di fronte alla scelta tra un’istruzione di bassa qualità e l’indebitamento per il mantenimento degli studi, che poi richiede parecchi anni di lavoro per essere ripagato.
Non è quindi un caso che le manifestazioni di protesta che scuotono il Cile dall’inizio del 2011 abbiano nei giovani e negli studenti il proprio elemento propulsivo. Nonostante nei salotti della finanza e dell’economia mondiale il Cile sia preso come un modello “virtuoso”, una larga fetta della sua popolazione chiede che si ponga fine a quattro decenni di politiche neoliberiste e che si introducano strumenti di equità e di giustizia sociale a partire dal sistema scolastico, per abbracciare il mondo del lavoro, la sanità, i trasporti, l’ambiente. I vari movimenti che sono scesi e scendono in piazza hanno mostrato comprensione delle richieste altrui e solidarietà reciproca. Il cambiamento, la rottura con il passato e l’eredità della dittatura potrebbe finalmente arrivare con l’elezione del nuovo presidente il prossimo novembre in cui si presenta Michelle Bachelet, già presidentessa (2006-2010) e molto popolare, alla guida di una coalizione denominata Nueva Mayoria para Chile che estende la Concertación alle forze della Sinistra che hanno dato impulso ai movimenti di protesta negli scorsi anni.

Un mercato euroatlantico. La fine del modello sociale europeo.

In Da altri media on 18/07/2013 at 22:06

di Simone Rossi
Negli ultimi mesi sono state avviate le trattative per l’adozione di un Accordo Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti tra i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti. Si tratta di un accordo tra le due sponde dell’oceano per la creazione di uno spazio di libero scambio. Presentato come un toccasana delle economie europee e statunitense che secondo i promotori godranno di un incremento del Prodotto Interno Lordo del 0.5%, l’accordo comporterà l’uniformazione delle legislazioni delle nazioni aderenti con l’abbattimento di vincoli e normative in nome dell’apertura dei mercati alle merci ed agli investimenti. Si tratta di un’ulteriore indebolimento della sovranità degli stati firmatari che si somma a quella già introdotta con il rafforzamento dell’Unione Europea e con l’introduzione di una moneta unica affidata ad una banca centrale fuori dal controllo dei parlamenti e dei governi nazionali. Come visto in passato con esperienze simili, l’accordo fungerà da grimaldello per rafforzare gli interessi degli USA e determinerà un’armonizzazione al ribasso delle tutele dei cittadini e dei consumatori.
Il tema non ha goduto dello spazio nei mezzi disinformazione che meriterebbe per la sua portata, passando spesso in secondo piano rispetto alle baruffe tra partiti politici o alla eccezionale scoperta che in estate fa caldo. Ne tratta il quotidiano britannico Morning Star nell’edizione di giovedì 18 luglio, in un articolo di Steve McGiffen, che riportiamo integralmente in fondo. Secondo quanto scritto da McGiffen, considerato che le tariffe doganali ancora esistenti tra le due sponde dell’Atlantico sono minime, l’obiettivo dell’accordo sembra maggiormente quello di scardinare quelle norme europee che impediscono l’uso di sostanze nocive alla salute, come gli ormoni per la crescita dei bovini o lo sciroppo di mais, o che pongono un freno agli organismi geneticamente modificati in nome del principio di precauzione. Non si tratta di scenari futuribili ed allarmisti, piuttosto di una prospettiva inevitabile considerato quanto successo in passato con l’introduzione del mercato unico europeo o di accordi simili tra gli USA ed altri paesi.
Tenuto conto che in nome dell’accordo potranno essere limate o abolite le norme che limitano o vincolano il libero commercio, non è inimmaginabile che a farne le spese saranno anche i diritti dei lavoratori e lo stato sociale europeo, già messi sotto attacco in questi anni e che il capitale transazionale vede come fumo negli occhi, un residuo socialista per parafrasare JP Morgan. Nonostante la portata e la pericolosità di questo accordo, i partiti di sinistra e le organizzazioni sindacali non hanno intrapreso iniziative ferme e di massa per impedire che l’accordo entri in vigore nelle forme descritte sopra o del tutto. Un autogol che pagheranno soprattutto i cittadini e nello specifico i lavoratori.

Nightmare scenario
Wednesday 17 July 2013
by Steve McGiffen

A couple of months ago I wrote about the proposed EU-US trade agreement and the extent of the threat it poses to our rights as citizens, workers and consumers.

Negotiations over the Transatlantic Trade and Investment Agreement have now begun, and the two sides are reported to be optimistic about making progress.

The European Commission says that a successful agreement would not only be the “biggest bilateral trade deal ever negotiated” but that it “could result in millions of euros of savings to companies and create hundreds of thousands of jobs.”

Better still, “it is expected that every year an average European household would gain an extra €545 (£471)” and that the EU “economy would be boosted by around 0.5 per cent of GDP, once the deal was fully implemented.”

There is something very familiar about this rhetoric.

The figure for the euro was 0.4 per cent and we were told by the European Council that it would “strengthen Europe’s capacity to foster employment, growth and stability.”

A decade earlier, similar claims were made for the single European market.

Of course, these predictions are absolutely untestable, as it’s impossible to say what level of “employment, growth and stability” we would have had without the single market or the euro, but there’s certainly very little of any of these around now.

In fact, within the European Community, there were already no tariffs whatsoever on goods between member states before the single market process was set in motion in the mid-1980s.

In our own time, neither the US nor the EU imposes anything but the most minimal tariffs on the other’s goods.

Thus, as with the single market process, the focus is elsewhere, on what are referred to as “regulatory issues” and “non-tariff trade barriers.”

What this means in practice is that any form of regulation can be redefined as a barrier to trade.

The EU court, the European Court of Justice (ECJ) has produced a number of such rulings as single market rules have intruded further into our everyday lives.

Countries such as the Nordic states and the Netherlands, where since the end of WWII “going rates” have been established for most trades in most sectors, have been told by the ECJ that they may not force foreign firms to pay these rates.

Germany used to have what was called the “pure beer law,” which went back hundreds of years and stated that if there was anything in a drink other than malt, hops, water and yeast you couldn’t sell it as beer.

Very few foreign beers passed this test, so the ECJ ruled that the law had to go.

The European Commission is involved in a sustained effort to force reluctant member states to approve genetically modified organisms (GMOs) as crops on their farms and only popular resistance is stopping them, as they have the law on their side.

The proposed transatlantic trade agreement would extend such threats, putting us at the mercy of a US regulatory system which for the most part varies from inadequate to non-existent.

Negotiations are being conducted behind closed doors, so details are hard to come by.

The emphasis, however, is clearly and quite openly on “harmonisation” of laws and experience has taught us that this means standards falling to the lowest common denominator.

So far trade unions, environmentalist and consumer groups have played no role in the talks.

Probably some show will be made of doing so, but you can be sure this will be mere window-dressing.

At the centre of the agreement stands the so-called “Investor-State Dispute Resolution” procedure.

Under this, foreign investors who feel that their interests have been damaged by a regulatory measure would be able to sue for redress.

Tighter pollution laws, new consumer protection measures, and more exacting health and safety demands affecting the workplace can all cost firms money.

They could demand compensation from the government responsible, even though they are not being required to do anything domestic companies aren’t are obliged to.

The only way to buy food in the US that’s free of GMOs is to go to a “farmers’ market” – an enjoyable option, but only for those who can afford it.

Many foods familiar in Britain and other parts of Europe have a strangely sweet taste in the US, which is explained by the addition of corn syrup.

The reason for this is its massive overproduction by US farms.

So it’s added to everything and anything despite the dangers it poses to health in a population suffering an epidemic of obesity.

Bovine Growth Hormone has been demonstrated to present a danger both to human health and to the welfare of the animals routinely injected with it to make them grow faster.

In the EU, it’s illegal, a ban which is unlikely to survive the proposed agreement.

Non-therapeutic use of antibiotics on farm animals which aren’t sick is routine in the US and banned in Europe.

This is likely also to come under pressure.

Across the board, standards of food safety and levels of enforcement of hygiene and animal welfare laws are much lower in the US than they are in comparably prosperous regions of Europe.

These are just the examples I understand best, having in the past worked as an adviser to left Euro-MPs on these areas of policy.

The problems certainly don’t stop there, however.

Among the issues causing widespread concern are possible pressure for further financial deregulation, access to health care and affordable medicines and the rights of internet users.

Measures to address climate change could be in the front line as US firms, backed by legislators who claim not to believe it’s happening, challenge tighter rules on greenhouse gas emissions.

The principle that all that matters is freedom to maximise profit is the pernicious core of the neoliberal philosophy that drives both the EU and the US governing elites.

If imposed on us, the Transatlantic Trade and Investment Agreement will be a powerful new weapon in their armoury.

It must be stopped.