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Il Cile, o della dittatura dell’economia

In a sinistra on 11/09/2013 at 10:08

Quarant’anni fa veniva deposto il Presidente Allende e il Cile entrava in un quindicenno di dittatura tra le più feroci e criminali della storia. Eppure, i lasciti di quel periodo non sono universalmente riconosciuti come atrocità, tutt’altro. In tanti circoli accademici, culturali e politici si ricordano le imprese della junta militare tralasciando i suoi aspetti più violenti e trucidi e concentrandosi sul lato economico, descritto come un successo strepitoso. Il messaggio che esce da questo tipo di lettura è che i governi cosiddetti “populisti” sono responsabili del disordine economico che infine sconfina nel caos. Sono dunque i politici eletti che cercano di inserirsi ed interrompere le dinamiche efficienti del mercato a contribuire all’impoverimento del paese ed a generare crisi economiche e politiche. D’altronde negli anni 70 ed 80 l’America Latina era sinonimo di caos, inflazione, instabilità. I vari fronti popolari e leader “populisti” – si dice – erano troppo impegnati a costruirsi una base di consenso tra gli elettori e dimenticavano le “leggi fondamentali” dell’economia. E cioè, poche tasse, soprattutto su imprese e ricchi, e dunque pochi servizi sociali. Attenzione maniacale all’inflazione e al pareggio di bilancio. Poco Stato, tanto privato. Insomma, il programma economico dei Chicago boys, tanto fedelmente applicato da Pinochet e i suoi.

Non tutto il male, dunque, veniva per nuocere. Certo, sarebbe stato meglio non arrivare alla dittatura, ma – prosegue la storiella –  è proprio grazie a quella che il Cile è diventato un paese moderno e l’economia più avanzata dell’America Latina. I costi sociali, in quest’ottica, non sono minimamente considerati. L’economia viene considerata come avulsa dal contesto sociale e politico, rispondente solo ai ferrei diktat del mercato, neanche ci trovassimo in un ambiente asettico tipo laboratorio.

Questa, in realtà, è la vera ideologia del neo-liberismo e la vera lezione del Cile. Non è importante la democrazia o la dittatura, ma sono importanti le politiche economiche, su cui nessuno deve intervenire. La democrazia va dunque bene solo fino a quando politici interessati alla ri-elezione o partiti interessati al miglioramento di vita delle classi popolari non si intromettono troppo. E’ una politica a sovranità limitata. Una ideologia che nasconde abilmente i suoi insuccessi – a cominciare da quelli cileni, dove la disoccupazione arrivò alle stelle ed inizialmente l’inflazione distrusse i risparmi delle famiglie. Costi di transazione e transizione, secondo gli economisti. Che li paghino sempre gli stessi, è irrilevante. Che poi anche a pieno regime, questo sistema economico generi ineguaglianza, povertà, polarizzazione del reddito, zero mobilità sociale, è in fondo considerato un costo modesto davanti ai profitti macinati dalle imprese.

Un modello, a ben pensarci, che, a fronte dei suoi enormi disastri economici, ha avuto un incredibile successo politico. In fondo, quello della politica a sovranità limitata è il nostro mondo. E’ quello dell’IMF in Africa, Asia e, certo, America Latina. E’ quello della trojka in Grecia ed Italia. Senza bisogno, almeno per il momento, di un Pinochet, ma con la stessa ideologia di fondo: non azzardatevi a toccare il mercato.

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