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Il terribile declino dell’Italia

In Da altri media on 20/10/2013 at 14:56

 

Proponiamo di sotto un articolo di Roberto Orsi, della London School of Economics, tratto da affariitaliani.it. In maniera diretta ci dice cosa sta succendendo in Italia, un evento epocale di impoverimento e deindustrializzazione che rischia in brevissimo tempo di portarci alla catastrofe totale, da cui sarà difficile, se non impossibile, rialzarsi. Il risultato di vent’anni di disastri, certamente condizionati da Silvio Berlusconi ma in cui il resto della politica nulla ha fatto per veramente contrapporsi, persa in maneggi, camarille, piccolo cabotaggio. E che ora, sull’orlo dell’abisso, si intestardisce sulla stessa strada di sempre…

L’ANALISI DI ORSI

da Affaritaliani.it

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.

Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.

L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.

L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

Per Berlusconi una sentenza politica?

In politica on 31/07/2013 at 06:33

 

Finirà, forse, con una condanna che accontenta tutti. Si è riusciti a trovare la quadra dell’intricata vicenda Berlusconi, blindando il governo e facendo contento il Presidente Napolitano, per altro capo della magistratura, anche se la nostra è solo una illazione un pò calunniosa e un pò faceta.

E dunque, quale è stata la trovata geniale che rinforza la maggioranza e garantisce stabilità? Una condanna di Berlusconi con interdizione a 2 o 3 anni. Semplice semplice. 5 anni sarebbero stati troppi, più della durata possibile del governo, ed alle prossime elezioni B. neanche si sarebbe potuto candidare, senza neppure considerare all’età non proprio verdissima del nostro eroe. Con una condanna più breve, invece, Berlusconi se ne va dal Senato per 24 mesi, tanto non è certo nelle aule parlamentari che è necessario – anzi, avrebbe pure più tempo per riposare e dedicarsi ai suoi spensierati passatempi. Il PDL a quel punto giurerebbe fedeltà al governo, diventando più realista del re (Giorgio). Alle elezioni non si potrebbe andare finchè Berlusconi resta ineleggebile, pena altrimenti una campagna elettorale guidata da Alfano e Verdini con risultati in bilico tra il ridicolo e il disastroso.

Una manna per il PD. Uno potrebbe pensare, sarebbe il momento buono per far cadere il governo, o almeno forzare la mano, cercare di spostare a sinistra l’asse dell’esecutivo aprofittando del momento di difficoltà dell’avversario. Ma no, non sarà così, tutt’altro. Il PD è partito responsabile, già lo sappiamo. E poi, la blindatura del governo rappresenterebbe un ottima cosa per i maggiorenti del partito – si potrebbe finalmente depotenziare Renzi, lasciandolo per 2-3 anni ancora a Firenze, mettendolo in congelatore aspettando che vada in scadenza.

Tutti, o quasi, contenti, soprattutto Napolitano che vedrebbe il suo sogno delle grandi intese consolidato pienamente. Di politica, poi, si ricomincerà a parlare con calma, tra qualche anno.

Re Giorgio I salva Alfano (e Letta)

In politica on 18/07/2013 at 12:35

 

Non appena si sono sentiti i primi scriocchiolii della coalizione è subito tornato in campo prepotentemente il Presidente della Repubblica Napolitano. Anche se Presidente della Repubblica, mi pare, è un titolo che gli va un po stretto. Nell’ordinamento italiano il Presidente dovrebbe essere il garante dela Costituzione. Napolitano, invece, ha deciso di essere non solo il garante, ma addirittura il vero leader di un certo equilibrio politico.

Una sorta di misto tra Presidente, Premier e leader. Anzi un qualcosa di più, quasi un dictator da antica Roma che sospende l’ordine democratico per “salvare” la Repubblica da una crisi. Crisi che per Napolitano ha come unico sbocco la grande coalizione tra PD e PDL. Lo si era visto dopo la caduta di Berlusconi, e poi di nuovo dopo le elezioni, quando Napolitano aveva sabotato qualsiasi tentativo di maggioranze alternative.

Supplicato dal PD di ripetere il suo settennato, aveva accettato umiliando pubblicamente il Parlamento nel suo discorso di insediamento e ricattando i partiti. Decido io, voi ubbidite. E di nuovo non più tardi di qualche settimana fa aveva fatto arrivare un preoccupante messaggio al Parlamento, esautorato di fatto dalle sue competenze in materia di spesa e di controllo politico delle Forze Armate.

Ed ora, riportando fuori giustificazioni ormai vecchie di due anni (i mercati finanziari, le relazioni internazionali), Napolitano ha sostenuto che il governo deve vivere, a prescindere – in caso di caduta ci sarebbero “danni irrecuperabili”. In parole povere, la democrazia è più o meno sospesa per il durare della crisi, nessuno può pensare ad una fine del governo dato che proprio la governabilità è diventata la stella polare del nostro sistema politico. Il resto è sacrificabile. Per non lasciare spazio a dubbi, Napolitano ha poi calato il carico. L’affaire kazako è uno scandalo, ma il governo è stato efficiente, ha punito i funzionari colpevoli e tutto è a posto. Che questa sia la ricostruzione di Alfano, ormai palesemente falsa, conta poco. O anzi, conta moltissimo: Napolitano ha fatto sapere ai malpancisti del PD che la posizione di Alfano non può essere messa in discussione. Una violazione grossolana del diritto internazionale, una menzogna spudorata davanti al Parlamento, sostanzialmente un atto di tradimento della fiducia politica se non proprio della Costituzione è un fatto irrilevante per Napolitano, interessato solo al successo del suo processo politico.

Un ulteriore colpo inferto alla democrazia, un altro passo verso la dittura (romana?).

Dal PCI al PD: la fine della sinistra

In Da altri media on 02/05/2013 at 22:11

Iniziamo proponendo un ottimo ed interessante articolo di Serra sulla classe dirigente (?) ex PCI/PDS/DS ora PD che a forza di star chiusa nel palazzo, a forza di non ascoltare la gente, a forza di snobbare il popolo, a forza solo di primarie ma di nessun ascolto delle esigenze della base si e’ condannata alla piu’ dura sconfitta e, per fortuna, anche alla scomparsa fisica dalla stanza dei bottoni.
Di seguito, poi, un post di Antonio Schiavulli su quello che è stato il PD ed i suoi antenati prima di lui. Un partito, una coalizione, che, politicamente si è caratterizzata per “riforme” regressive (lavoro, scuola, immigrazione – manca per altro la riforma fiscale della aliquote IRPEF…), abbandonando da molto prima del governo Letta un profilo di rappresentanza dei lavoratori, dei disoccupati, delle classi meno agiate. Un partito votato al compromesso (storico?) portando in dote poco o nulla delle lotte dei decenni precedenti, ma certo molti voti. Raggiungendo ora il suo punto più alto, annullando le differenze della seconda repubblica (di forma – oscena, sia chiaro, nel berlusconismo – più che di sostanza) in un governo di pacificazione nazionale. Sulla pelle dei soliti noti.

foto di archivio di bettino craxi

LA SCOMPARSA DEI POST COMUNISTI
di Michele Serra
da Repubblica

A parziale consolazione di quei milioni di elettori di sinistra che si sentono tagliati fuori dalla scena politica (no, non avevano votato per fare un governo con Berlusconi), va detto che una sorte analoga è toccata alla classe dirigente della sinistra storica quasi al completo. Il “quasi” è dovuto all’autorevolissima eccezione di Giorgio Napolitano, riconfermato al Colle e primo artefice del nuovo governo.
Meritato coronamento della vocazione governativa e lealista della destra comunista, da sempre capace di interpretare, nella lunga storia repubblicana, il punto di vista dello Stato ben più di quello della società, dei movimenti, degli umori popolari.
Di tutto il resto – quel cospicuo resto che è la sinistra di Berlinguer e di Occhetto, della Bolognina e della “svolta maggioritaria” di Veltroni al Lingotto, dell’Ulivo, dei sindacati e dei movimenti di massa, dei due milioni di persone con Cofferati al Circo Massimo, dei cortei infiniti e delle infinite attese di “cambiamento” – non rimane, nel consociativismo lettiano, alcuna presenza riconoscibile e significativa.
Almeno in questo senso il principio di rappresentatività è rispettato: eletti ed elettori di quel grande ceppo fondante del Pd che fu la diaspora comunista non fanno parte del governo Letta. Non un solo leader della generazione di mezzo (i D’Alema, i Veltroni, i Bersani) è direttamente partecipe di una compagine che pure pretende di reggersi su tante gambe quante sono quelle all’altezza dell’emergenza politica, e dunque della responsabilità istituzionale. Domina la componente popolare e cristiano sociale; e nei pochi casi (vedi le neoministre Kyenge e Idem) in cui la sinistra italiana può riconoscere almeno qualcuna delle proprie migliori aspirazioni, non si tratta di dirigenti politiche ma di una sorta di evidenza sociale che bypassa il partito: è il partito che le porta in spalla, ma sono loro a salutare la folla.
A meno che, in questo scomparire
di una intera generazione di capi politici della sinistra, ci sia un sottile calcolo (“meglio, in questa fase, farsi notare il meno possibile”), se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una classe dirigente logorata dal tatticismo e sfibrata dalle rivalità interne; e di un modello di partito così poco permeabile alla società che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che guardava a sua volta altrove.
In una recente intervista al “Manifesto” di Stefano Rodotà, al netto delle opinioni che si possono avere sulla persona e sul tentativo politico di portarlo al Colle, ci si riferiva a un episodio che fotografa con assoluta spietatezza la crisi strutturale della sinistra italiana, e del Pd in particolare. Subito dopo la clamorosa e inattesa vittoria nei cinque referendum del 2011 sull’acqua pubblica e altro (quorum ottenuto, dopo molti anni, grazie all’auto-organizzazione sul territorio), Rodotà racconta di avere inutilmente sollecitato un incontro tra i Comitati vittoriosi (con i quali aveva lavorato) e i dirigenti del Pd. Quell’incontro non ebbe luogo, forse non interessava o forse nel Pd c’erano cose più urgenti da fare. Fatto sta che, con il senno di poi, possiamo ben dire che in quel caso la sinistra perdente (quella degli apparati) perse l’occasione di confrontarsi con la sinistra vincente, quella auto-organizzata, vivace, attiva che ebbe tante parte, tra l’altro, anche nella vittoria di Pisapia a Milano e nella caduta del centrodestra in molte città italiane.
Perché quell’episodio è amaramente simbolico? Perché da molti anni – diciamo, per comodità, dalla Bolognina a oggi: e sono più di vent’anni – ogni tentativo di osmosi tra la sinistra-partito e la sinistra-popolo ha cozzato una, dieci, cento, mille volte contro finestre e porte chiuse. La domanda è semplice, ed è tutt’altro che “populista”, riguardando, al contrario, il tema cruciale della formazione di una élite: quanti potenziali leader, quanti quadri politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto, della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il suo popolo, i dirigenti e i cittadini? Quante di quelle energie sono confluite nelle Cinque Stelle, portandosi dietro altrettanti voti? Quanto alto è stato il costo politico di un partito che per timore di perdere “centralità” ha perduto realtà, e infine ha perduto competenze, autorevolezza, e con l’autorevolezza il senso stesso della missione di qualunque vera avanguardia politica?
Infine e soprattutto: per quanti anni ancora varrà, a sinistra, il pregiudizio contro il “radicalismo minoritario” (sono state queste, più o meno, le ragioni addotte da alcuni per spiegare il loro no a Rodotà), quando le sole vittorie recenti, dall’acqua pubblica alle amministrative, sono il frutto evidente di scelte radicali, e non per questo meno popolari, e infine maggioritarie? Chi è più snob – per usare un termine tanto di moda – Rodotà che lavora con i Comitati per l’acqua e vince il referendum o un partito così castale, così impaurito da rinserrarsi a litigare, per anni, nel chiuso delle proprie stanze?

Il primo maggio del Pd
di Antonio Schiavulli
da http://antonioschiavulli.wordpress.com

È facile oggi prendersela con il Pd, con i suoi dirigenti decrepiti e l’assenza totale di un progetto politico che non sia riducibile a quello di un comitato d’affari preoccupato di difendere le proprie posizioni di potere nel paese. È facile prendersela con Bersani al quale andrebbe almeno concesso l’onore delle armi e riconosciuto il coraggio di essersi fatto carico con coerenza e disciplina di una situazione oggettivamente impossibile da risolvere. È facile e qualcuno, specie dentro il Pd, lo ha fatto molto meglio di come potrei farlo io, che con il Pd non ho niente a che fare. Adesso, per carità, sono tutti, o quasi, rientrati nei ranghi e hanno trovato ottimi motivi per giustificare l’ingiustificabile e prendersela con qualcun altro.
Alla faccia dei “delusi del Pd”, però, che si svegliano ora solo grazie al valore simbolico di un’elezione presidenziale, il ventennio che si chiude è stato caratterizzato da tre grandi riforme del mercato del lavoro che senza soluzione di continuità sono state avanzate dal centrosinistra e perfezionate dal centrodestra. Alla luce della storia dei rapporti sindacali, il governo Letta-Alfano non è dunque che la celebrazione di un’alleanza che fra alti e bassi data almeno dagli accordi di luglio del 1993, quando, nel pieno di un’altra crisi, è cominciata la ristrutturazione delle relazioni industriali in nome dell’unità nazionale.
Colpisce che, mentre gli elettori e i militanti del Pd si sentono così delusi dalla mancata elezione alla Presidenza della Repubblica di Romano Prodi, nessuno di loro ai tempi del Pds si fosse sentito altrettanto deluso quando, nel 1997, il primo governo del candidato presidente approvava il pacchetto Treu, avviando così il processo di precarizzazione del lavoro che ha cancellato il futuro di due generazioni e senza il quale difficilmente si sarebbe arrivati, nel 2003 alla legge Biagi.
Né sembravano affranti, quegli stessi elettori e militanti delusi dalla mancata elezione di Rodotà, di fronte a quell’orrore giuridico (e linguistico) che, nel 1998, istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (Cpt) con la legge firmata da Livia Turco e Giorgio Napolitano. Ci vorranno solo quattro anni perché, sulla falsariga della legge precedente, un leghista e un fascista propongano un’altra legge sul lavoro mascherata da legge sull’immigrazione nella misura in cui lega la permanenza sul territorio italiano e la libertà individuale dei soggetti migranti al possesso di un contratto di lavoro, sottoponendo di fatto il lavoratore al ricatto della detenzione e dell’espulsione nello stato d’eccezione dei Cie.
Non si scandalizzavano, infine, i militanti dei Ds, nemmeno quando in un processo di riforma complessiva della formazione inaugurato alla fine degli anni ottanta dal democristiano Ruberti si inseriva, nel 2000, Luigi Berlinguer senza la cui riforma difficilmente sarebbe stato possibile per Moratti e Gelmini completare le proprie. Anche in questo caso l’attacco all’università mirava coerentemente nella direzione di una più stretta relazione tra formazione e impresa, finalizzando la prima alla seconda, anche se è giusto ricordare che qui e solo qui (gli immigrati non votano) si è giocata una partita sulla pelle dell’elettorato del centrosinistra, egemone, pare, nella scuola e nell’università. Che infatti riuscì a ottenere l’abolizione della riforma Moratti dal secondo governo Prodi, salvo poi subire il colpo di grazia inferto nel 2008 da Gelmini.
La grande vittoria del berlusconismo è stata quella di distogliere l’attenzione dal lavoro per concentrarla su di sé, sui propri processi, sul proprio modello ideologico con la connivenza di un partito che usato l’antiberlusconismo come arma di distrazione di massa. La partita degli ultimi vent’anni si è giocata, così, contro un soggetto che non a caso è proprietario di una squadra di calcio, su una maglia da difendere, ma dentro un campionato sulle cui regole tutti i giocatori concordano e che nessuno si è mai permesso di mettere in discussione. È invece sulle politiche del lavoro che oggi, dopo la marcia dei 40.000 e dopo la concertazione, dopo Napoli, dopo Genova, dopo vent’anni di flessibilità e precarizzazione, passa la differenza tra la percezione qualunquista della casta e l’evidenza consociativa dell’ennesimo governo di unità nazionale. Le contraddizioni del M5S, peraltro sottoscrivibilissime per come vengono denunciate da Wu Ming e dal libro di Giuliano Santoro, sembrano in effetti ripercorrere le tappe di un processo corporativo che ha riunito sotto le insegne di Pds, Ds e Pd una composizione di classe eterogenea nel nome della ristrutturazione neo-liberista del mercato del lavoro e nel nome della pacificazione sociale.
Da questo punto di vista, la storia della dirigenza del Pd si lega con la formazione dei propri quadri dentro la Dc e il Pci durante gli anni dell’unità nazionale. Istruita dai padri storici della generazione migliorista dei Macaluso e dei Napolitano, la generazione successiva ha declinato l’unità nazionale sul piano giuridico e delatorio (Fassino con Ferrara e Caselli), su quello dei tatticismi (D’Alema), su quello dell’egemonia culturale (Veltroni e figli, da Giordana a Saviano) orientando la politica del Partito verso un unico obiettivo: la realizzazione del compromesso storico al quale il Pci, non a caso, portava in dote la pacificazione sociale. In fondo, vista da qui, la politica del centrosinistra in Italia è stata vincente e l’obiettivo, se non ha prodotto memorabili successi elettorali, ha almeno garantito un precario controllo dei conflitti. Finché dura…

Le strane intese di Napolitano

In a sinistra on 23/04/2013 at 09:21

In un discorso auto-celebrativo e arrogante Napolitano ha accusato i partiti di immobilismo, incapacità, sterilità. Tutto vero, ma ci si potrebbe domandare, da che pulpito? Non ci sono dubbi che i partiti tradizionali siano ormai distaccati dalla realtà e che non sappiano rappresentare gli umori, le aspirazioni, le ansie e le preoccupazione degli italiani. Ma Napolitano non è calato da Marte, ha fatto parte di questo sistema ed ha anzi contribuito in maniera decisiva al suo collasso. La stella polare del suo primo mandato è stata la cosiddetta governabilità ed il rispetto degli impegni internazionali. Ma la democrazia non è mai stata presa in considerazione. Napolitano ha salvato Berlusconi una prima volta con una manovra di palazzo atta a prendere tempo. Poi davanti al fallimento politico del centrodestra ha legato mani e piedi al Parlamento impedendo il voto e organizzando un governo-pasticcio in cui tutti erano dentro mentre era la UE a dettare i programmi. Uno schiaffo in faccia all’elettorato, ripetuto millanta volte nei mesi successivi, con lo scherno dimostrato per i grillini, con le elezioni messe sub-judice dal Presidente che garantiva gli impegni presi al di là del parere dell’elettorato. E poi coi saggi, con gli appelli alla grande coalizione, etc etc…
E naturalmente, nel discorso di ieri ha nuovamente parlato di alleanze, ricordando come non ci sia nulla di male nel trovare intese e compromessi tra diverse forze politiche. E chi ne dubita? Il punto è con chi trovarle, queste intese. E soprattutto per fare cosa? Un conto è una intesa tra il PD e il M5S, che potrebbe concretizzarsi in concreti tagli agli sprechi, in maggior moralità pubblica, in una vera legge anti-corruzione, magari anche in un salario minimo di cittadinanza, ed in un minor potere delle lobby di affaristi che assediano la politica italiana. Tutt’altro discorso è cercare il dialogo con Berlusconi. In 20 anni di protagonismo politico, Berlusconi si è quasi solo occupato dei propri interessi – dalle leggi ad personam al conflitto di interessi – ed ha comunque dimostrato zero senso dello Stato, massimizzando solo i propri consensi elettorali, attirando in trappole prima D’Alema, poi Veltroni, poi Bersani. Solo nel suo esclusivo interesse. Quale possono essere le basi di tale compromesso, di tale alleanza?
A fine anni 70 ci fu una convergenza tra PCI e DC sulla base di equilibri politici che si speravano migliori: due grandi partiti popolari, portatori di interessi diversi ma a volte convergenti, in una situazione di democrazia bloccata. E le basi teoriche di questa alleanza si ebbero facendo un parallelo con la situazione cilena, con la possibilità che anche in Italia le forze della reazione avrebbero potuto spazzare via la democrazia. Nel 46 DC e PCI governarono brevemente insieme, c’era da ricostruire l’Italia post-fascista e le forze democratiche collaborarono per darsi una nuova Costituzione.
Ora non c’è nulla di tutto questo. Gi equilibri politici dati da una alleanza con la destra sono, nel migliore dei casi, regressivi. Sono due partiti in crisi – e non all’apice del loro successo, come nel 76 – incapaci di proporre formule politiche innovative, rinchiusi nel Palazzo, ed ora nel governo, solo per sopravvivere.
Il tutto mentre la crisi sta avanzando e richiede risposte radicali ed una nuova rappresentanza sociale degli emarginati, dei disoccupati, dei poveri, degli studenti. Una società in subbuglio ed un Palazzo chiuso in se stesso. Con la benedizione di Napolitano.