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Ma quale stabilita’?

In Editoriali on 03/12/2013 at 09:15

di Nicola Melloni

da Liberazione

Come spesso accade, la legge di stabilità – la vecchia finanziaria – in Italia diventa una gigantesca lotteria in cui il governo inizia le danze e poi il Parlamento presenta centinaia di emendamenti. Intanto il governo si accorge di diverse cose che non vanno, le cambia in corso d’opera, il Parlamento ripropone altri emendamenti e alla fine si mette la fiducia per evitare l’assalto alla diligenza.
Ovviamente, che il Parlamento presenti le sue idee è sinonimo di democrazia, di sana dialettica istituzionale. Certo, sarebbe meglio se i partiti presentassero osservazioni organiche e di indirizzo, invece che lasciare ai singoli peones il compito di lottare per le varie mance territoriali. Non è così, ahime. Anzi, siamo al paradosso che quello che è a tutti gli effetti il portavoce economico del Pd nel governo – il vice-ministro Fassina – si lamenti pubblicamente delle politiche economiche salvo poi tacere e accettare le decisioni di Palazzo Chigi.
Ci sarebbe da domandarsi allora che funzione hanno i partiti nel Parlamento e pure nella costituzione del governo. La risposta, almeno per quel che riguarda la politica economica, sembra chiara: nulla. Le decisioni, in fondo, vengono prese a Bruxelles. L’Italia ha accettato i trattati europei, e quindi il niet alla legge di stabilità viene dai palazzi europei, e non da quelli della politica romana. Lo abbiamo visto in questi i giorni, in effetti: la legge di stabilità – a causa della crescita che non torna mai – non è in regola con i vincoli della Ue. Nel periodo transitorio verso il fiscal compact – inattuabile al momento con l’economia in recessione – i paesi europei con i conti in disordine devono almeno registrare una riduzione del deficit strutturale pari allo 0.7% del Pil. A via XX Settembre avevano fatto i conti male, e la riduzione si fermerebbe allo 0.1%. Con una conseguenza gravissima, e cioè l’impossibilità di utilizzare la clausola sugli investimenti: i paesi virtuosi possono escludere gli investimenti pubblici dal computo del deficit, in maniera da rilanciare la spesa pubblica infrastrutturale. Brutto colpo per Letta, che sperava in un po’ di spazio di manovra per ridare ossigeno all’economia.
Insomma, come si dice spesso, l’Italia sembra un paese commissariato dall’Europa, un’Europa ossessionata solo dai conti pubblici ma senza una visione complessiva dell’economia. Tutto vero, ma solo parzialmente vero. Troppo facile, infatti, dare tutte le colpe all’Europa. Che ne ha, e lo abbiamo detto millanta volte. L’Europa ha trattati stupidi, e impone criteri assurdi, certo. Ma non indica – quantomeno, non sempre – le cose che vanno fatte per raggiungere questi obiettivi. Per quello servirebbero idee chiare da parte dei partiti: come ridistribuire il carico fiscale, quali tasse alzare, quali abbassare? Che ordine di priorità si dà alle spese, è più importante la Tav o il trasporto locale, sono più urgenti gli f35 o la manutenzione del territorio? Per quanto riguarda la prima domanda, la politica fiscale, il governo sembra incapace, sempre impaurito di scontentare alcuni – ma è inevitabile – per favorire altri. Si dirà, con il governo di coalizione è molto più difficile perché troppe parti sociali sono rappresentate. Vero, ma questo dovrebbe portarci a ripensare la natura di questo governo. Vero pure, per altro, che i passati governi di centrosinistra, non si erano distinti per iniziative più coraggiose, perché sempre troppo preoccupati di non scoprirsi a destra. Invece, per quanto concerne la spesa, le priorità sembrano più chiare: grandi opere, grandi interessi, tanta attenzione al grande business, poca attenzione ai bisogni della gente – che per altro, con un minimo di lungimiranza, porterebbero pure ad un miglioramento dell’attività economica.
Insomma, l’Italia rischia di essere bloccata tra incudine e martello. Il martello europeo, che tiene sotto scacco i conti pubblici e impone l’austerity. E l’incudine di una politica ignava e complice, senza un minimo di idee per rilanciare il Paese.

Cambiare rotta

In Editoriali on 06/11/2013 at 09:41

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ieri anche Romano Prodi è infine sbottato in una intervista al Quotidiano Nazionale: il problema dell’Europa è la politica tedesca. Non si può non dargli ragione. La situazione è disastrosa, lo sappiamo bene. Ieri l’Istat e oggi la Ue hanno rivisto al ribasso le stime per la crescita del prossimo anno, facendoci sapere inoltre che la disoccupazione aumenterà. Disoccupazione già ai massimi degli ultimi 30 anni e che, tra l’altro, viene sottostimata dalle statistiche, probabilmente più vicina al 22% che al 12. Il debito intanto aumenta, l’esempio più lampante del fallimento dell’austerity europea, come ammesso anche da Prodi. Le prospettive non sono migliori. L’economia mondiale è sempre in uno stato di quasi crisi: l’America traballa, la Cina investe pesantemente nel mercato delle valute per tenere lo yuan svalutato, esportando in questa maniera la sua capacità produttiva in eccesso – in altre parole esportando disoccupazione. Soprattutto in Europa, ovviamente. E l’Euro diventa sempre più forte, uccidendo la ripresa. C’è chi dice che in realtà il valore dell’Euro non sia sovrastimato, e questo sarebbe confermato dal fatto che praticamente tutti i paesi europei hanno ripreso a macinare surplus della bilancia commerciale. Peccato che in realtà questo sia solo il prodotto della crisi economica, con la domanda interna talmente depressa da far calare le importazioni. Un surplus della bilancia commerciali sarebbe un buon segnale se fosse il risultato della ripresa economica mentre invece la produzione industriale italiana è ancora del 20% più bassa di 15 anni fa!
In realtà, la differenza strutturale tra le economie europee fa sì che il livello del tasso di cambio abbia diversi effetti sulle diverse economie. In Germania, con linee industriali di gamma più alta e produttività maggiore, il livello critico del cambio dollaro/euro è intorno all’1,80, mentre in Francia (1,24)e Italia (1,17) è molto più basso e già abbondantemente superato dalla quotazione attuale, circa 1,35. Dunque tutto ok a Berlino, mentre Roma e Parigi sono alla canna del gas. Una volta si sarebbe ricorsi ad una svalutazione competitiva, ora invece si è costretti nelle maglie rigide dell’euro, cosicché le nostre merci diventano poco competitive e quelle estere sono più convenienti. L’effetto economico è disastroso, e siamo ormai in una situazione di deflazione. Al momento l’inflazione nell’area euro è 0,7% contro il 2% programmato ad inizio anno, e questo nonostante in quasi tutta Europa ci siano stati aumenti dell’IVA o di tasse similari che dovrebbero aumentare l’inflazione. La moneta non circola, l’attività economica è stagnante, la ripresa un miraggio. Si tratta di un colossale fallimento per la Bce di Draghi, inerte davanti alla crisi. Ha salvato le banche, vero, ma solo quello. I soldi non sono mai arrivati all’economia reale. La Bce ha il compito di tenere sotto controllo i prezzi – e non lo sta facendo, sbagliando clamorosamente le sue politiche di credito. E non difende adeguatamente l’Euro mentre tutte le altre banche centrali del mondo, dalla Fed ai cinesi, ai giapponesi, si attivano per usare la loro valuta per rilanciare l’economia. L’Europa no. Siamo gli unici al mondo ad unire l’assurda austerity con una politica monetaria neutra, senza il minimo segno di politiche espansive che aiutino a riequilibrare il ciclo economico. Il tutto per le assurde ossessioni tedesche con debiti ed inflazione. Come se al momento fosse quello il problema dell’Europa e non la recessione e la disoccupazione.
Come è chiaro a qualsiasi economista od osservatore indipendente, l’Europa avrebbe bisogno proprio di un po’ di inflazione – soprattutto nei paesi del Nord. Salari più alti, domanda maggiore – e dunque anche maggiori esportazioni dal Sud Europa. Ed una diminuzione, grazie alla differenza dei prezzi, del vantaggio strutturale della Germania, con un riequilibrio delle economie europee. Invece i tedeschi sono orgogliosi, direi tronfi, del successo della loro bilancia commerciale e vogliono che tutta l’Europa li copi. Dovremmo tutti diventare esportatori netti, anche se la domanda dovrebbe sorgere spontanea: chi sono i consumatori in questo scenario? Inoltre un po’ di inflazione, oltre a far ripartire le economie, contribuirebbe ad una svalutazione in termini reali del debito, allentando la morsa sugli Stati e sulle loro finanze.
Niente da fare, Berlino domina sia la politica fiscale che quella monetaria. E non si capisce davvero il perché. La Germania sarà anche la maggior economia europea, ma Francia, Italia e Spagna – e non solo loro – hanno il peso ed i voti, nella Bce, nel Consiglio Europeo, per mettere la Germania all’angolo e cambiare drasticamente le politiche europee. Finora abbiamo dovuto accettare i diktat tedeschi, con risultati abominevoli. Ora, invece, dovrebbero essere i tedeschi ad adeguarsi alle esigenze della maggioranza degli europei. Rajoy, Letta e soprattutto Hollande dovrebbero avere un soprassalto di dignità e decidere di fare gli interessi dei propri paesi e non i maggiordomi tedeschi. O a pagare il conto della loro ignavia sarà l’Europa intera.

Il terribile declino dell’Italia

In Da altri media on 20/10/2013 at 14:56

 

Proponiamo di sotto un articolo di Roberto Orsi, della London School of Economics, tratto da affariitaliani.it. In maniera diretta ci dice cosa sta succendendo in Italia, un evento epocale di impoverimento e deindustrializzazione che rischia in brevissimo tempo di portarci alla catastrofe totale, da cui sarà difficile, se non impossibile, rialzarsi. Il risultato di vent’anni di disastri, certamente condizionati da Silvio Berlusconi ma in cui il resto della politica nulla ha fatto per veramente contrapporsi, persa in maneggi, camarille, piccolo cabotaggio. E che ora, sull’orlo dell’abisso, si intestardisce sulla stessa strada di sempre…

L’ANALISI DI ORSI

da Affaritaliani.it

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.

Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.

L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.

L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

Tante tasse e poche idee per Letta

In Editoriali on 15/10/2013 at 17:22

di Nicola Melloni

da Liberazione

Era bello carico Letta in questi giorni. Lo si è sentito annunciare trionfante che è finita l’epoca dei ricatti, terminato il ventennio berlusconiano, e che ora finalmente si cambia musica. Sicuro. Due giorni dopo è arrivata l’ennesima doccia fredda, i conti pubblici rischiano di essere di nuovo sballati, il gettito dell’Iva ha subito un brusco calo a causa della recessione e della crisi dei consumi. E chi l’avrebbe mai detto…? Poi il Pd ha tentato un blitz in Parlamento per reintrodurre l’Imu per le case “di lusso”, che tali a ben vedere non erano, salvo poi dover fare velocemente marcia indietro non appena il Pdl, subito ricompattatosi, si è opposto con forza. Dimostrando, in fondo, solo una cosa, e cioè che il problema dell’Italia non è certo solo Berlusconi, ma la pochezza di idee e contenuti del Pd e dei suoi predecessori. Che non hanno nessuna visione strategica del paese.
Ormai da 17 anni il centrosinistra sembra ossessionato solamente dal fare quadrare i conti, ma non si è mai posto il problema del come, che è la vera essenza della politica economica. Tagli qua, aumenti di tasse di là, giusto per vedere l’effetto che fa, se mi si passa la rima. Con una degenerazione completa negli ultimi anni, dove il Pd si è semplicemente trasformato nel porta-acqua della commissione europea e dei suoi idioti parametri economici.
Questo breve di inizio legislatura offre uno scorcio esemplare. Non più tardi della primavera scorsa si erano stappate bottiglie di champagne: finalmente, grazie al governo Monti e alla responsabilità del Pd, il deficit era tornato sotto controllo. Un bel successo, anche se il costo era stato recessione, disoccupazione, povertà. Ma chi se ne frega, devono aver pensato a Palazzo Chigi, l’Europa ci ha promossi, festeggiamo. Salvo poi scoprire dopo appena un paio di mesi che il parametro del deficit veniva nuovamente sforato proprio a causa della recessione che aveva ridotto le entrate.
Ed allora, avanti con tasse più alte, alziamo l’Iva per tirare su un altro po’ di gettito. Che poi un aumento dell’Iva renda più costosi i prodotti, deprima i consumi ed, infine, riduca le entrate fiscali, non ce ne curiamo. Meglio vivere giorno per giorno, del domani non c’è certezza.
D’altronde, proprio l’esistenza del governo Letta è la controprova migliore di questo tipo di ragionamento. Governiamo, facciamo qualcosa. Ma non facciamo qualcosa di serio, di importante, di veramente utile, al massimo, se ci riusciamo, mettiamo qualche pezza per coprire i buchi più vistosi. Altrimenti non si spiega come si possa seriamente governare con Berlusconi, o anche semplicemente con il Pdl senza Berlusconi – cosa per altro tutta da provare e su cui mi permetto di dubitare. Uno tira da una parte, uno tira dall’altra e alla fine non cambia mai nulla. L’industria è in difficoltà? Aboliamo l’articolo 18 e flessibilizziamo il lavoro. I conti sono in rosso? Aumentiamo l’Iva. Poi dopo qualche mese ci accorgiamo che abbiamo peggiorato le cose, ma ormai la frittata è fatta.
Una politica seria dovrebbe avere ben altri piani. I conti pubblici sono senza dubbio un problema, non per il tanto paventato fallimento, bensì perché drenano troppe risorse per pagare gli interessi accumulatisi. Interveniamo, dunque. Ma con serietà e con un piano ben preciso. La patrimoniale rimane la via maestra, soprattutto in un paese in cui la ricchezza è accumulata in poche mani. Ci sono troppe tasse? Parliamone, è un tema anche di sinistra e non solo berlusconiano. Con una certa differenza, però. Che le tasse vanno abbassate per alcuni, ed aumentate per altri, soprattutto in un paese dalle gigantesche sperequazioni economiche. E che la leva fiscale dovrebbe aiutare lavoro ed investimenti ed incidere di più sulla ricchezza (patrimoniale perpetua per i più abbienti, anche sulla case, magari dopo aver rivisto gli estimi catastali in maniera seria) e sui redditi più alti. E magari investire di più sulla ricerca di base, sulle università che continuiamo a riformare senza mai spiegare che le cattive performance, oltre al nepotismo e al baronato, sono anche e soprattutto figlie di mancanza di fondi. Senza neanche parlare della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una vera agenzia di stato per il supporto alle imprese innovative.
Insomma, una politica che abbia una conoscenza dei problemi del paese ed offra una visione di largo respiro. Il contrario di quello fatto in questi ultimi decenni.

Italia in vendita

In Editoriali on 24/09/2013 at 16:38

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ormai i nodi stanno venendo al pettine. Telecom Italia sta per diventare Telecom Spagna, con il controllo che sta per passare agli spagnoli di Telefonica, mentre nei prossimi giorni Alitalia dovrebbe infine cadere nelle mani di Air France, con qualche anno di ritardo, qualche spesa per il contribuente e qualche manovra di potere per i soliti noti capitalisti italiani. E poco dopo anche Ansaldo, sbriciolata in tre pezzi, rischia di finire sotto controllo estero, come spiegato oggi dal Sole24ore.
Nulla di nuovo, si potrebbe dire. Ed in effetti del declino del capitalismo italiano abbiamo parlato più volte, mentre il governo e la politica in generale si ostina a non fare nulla. La posizione del precedente esecutivo era chiara: è il mercato, bellezza. In parole povere, se stiamo in Europa, se privatizziamo, è chiaro che il controllo delle nostre compagnie possa finire anche in mano straniera. Il mercato, si sa, porta efficienza, quindi se compratori stranieri sono interessati alle nostre aziende non potremmo altro che ricavarne benefici per i nostri consumatori. Questa è la storiella. Senza capo né coda, purtroppo.
Per prima cosa è certo vero che Telecom sia in difficoltà, con un indebitamento altissimo. Peccato che Telefonica non abbia conti migliori, anzi. E questo dovrebbe dar da pensare parecchio, quando parliamo di un settore dove gli investimenti – costosi – sono indispensabili per migliorare la qualità del servizio. Servizi non futili, tanto per capirci. Internet in Italia funziona decisamente peggio che nel resto d’Europa, la banda larga raggiunge solo una minoranza della popolazione, il collegamento fuori città è quello che è. Parliamo di un settore strategico per lo sviluppo industriale e dei servizi – un bene pubblico. Lasciato in mano a privati, per di più stranieri, senza interessi strategici nello sviluppo economico del Paese. Le conseguenze sono facilmente immaginabili.
Non va tanto meglio per le altre aziende coinvolte. Il trasporto aereo, in un mondo globalizzato, è ovviamente strategico, ed è un veicolo per la politica industriale del paese, non proprio una priorità di Air France. Chiaro che non era una priorità neanche per la cordata di capitalisti italiani, che non avevano alcun interesse nel settore, salvo rinsaldare quel pessimo legame politica-imprenditoria fatto di marchette e appalti. Mentre Ansaldo, società leader del settore, verrebbe di fatto scorporata, con conseguenze immaginabili per investimenti e ricerca.
Il problema vero, però, non è tanto il passaggio di queste aziende a concorrenti stranieri, quanto il marcio che permea quasi tutto il grande capitalismo italiano. Telecom, Alitalia e Ansaldo vivono una stagione di grande crisi, senza piani strategici di sviluppo ed investimento. Le privatizzazioni sono state fatte favorendo amici ed amici di amici. Non sono state create vere public company, ma società che venivano controllate attraverso scatole cinesi, quote di minoranza e patti di sindacato. Piccoli o relativamente piccoli esborsi per i nuovi padroni del vapore, in cambio di controllo totale, senza neanche dover ricorrere a delle OPA, senza tutela per i piccoli azionisti. Telecom, per esempio, era un colosso del settore negli anni 90, passata di mano due volte in pochi mesi tra fine dei governi D’Alema-Amato ed inizio del governo Berlusconi, e si è ora ridotta ad una società indebitata senza un capitale sufficiente a confrontarsi con le sfide dei prossimi anni. Ed ora pronta per essere presa, a prezzo di saldo, da Telefonica, nuovamente non attraverso un OPA ma semplicemente controllando la cassaforte del gruppo, Telco.
In Italia pare che non si sia ancora capito come funziona davvero il capitalismo. Anche l’Economist ha scoperto che in tutte le economie emergenti lo Stato, con un chiaro piano di sviluppo, fa la parte del leone. In Francia la direzione politica dell’economia è da sempre una garanzia di difesa del sistema industriale del paese. Nella stessa America, il potere politico non esita a mettere il veto su cessioni di assett strategici ed il governo promuove con forza gli interessi dell’industria a stelle e strisce. In Italia, invece, i capitalisti preferiscono fare i rentiers e il capitalismo di sistema di Medio-Banca e IRI si è trasformato nella difesa degli interessi di bottega del singolo, a tutto svantaggio del paese, con l’aiuto di una politica imbelle e collusa. Per ritrovarci, alla fine, con un pugno di mosche.