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Ma quale stabilita’?

In Editoriali on 03/12/2013 at 09:15

di Nicola Melloni

da Liberazione

Come spesso accade, la legge di stabilità – la vecchia finanziaria – in Italia diventa una gigantesca lotteria in cui il governo inizia le danze e poi il Parlamento presenta centinaia di emendamenti. Intanto il governo si accorge di diverse cose che non vanno, le cambia in corso d’opera, il Parlamento ripropone altri emendamenti e alla fine si mette la fiducia per evitare l’assalto alla diligenza.
Ovviamente, che il Parlamento presenti le sue idee è sinonimo di democrazia, di sana dialettica istituzionale. Certo, sarebbe meglio se i partiti presentassero osservazioni organiche e di indirizzo, invece che lasciare ai singoli peones il compito di lottare per le varie mance territoriali. Non è così, ahime. Anzi, siamo al paradosso che quello che è a tutti gli effetti il portavoce economico del Pd nel governo – il vice-ministro Fassina – si lamenti pubblicamente delle politiche economiche salvo poi tacere e accettare le decisioni di Palazzo Chigi.
Ci sarebbe da domandarsi allora che funzione hanno i partiti nel Parlamento e pure nella costituzione del governo. La risposta, almeno per quel che riguarda la politica economica, sembra chiara: nulla. Le decisioni, in fondo, vengono prese a Bruxelles. L’Italia ha accettato i trattati europei, e quindi il niet alla legge di stabilità viene dai palazzi europei, e non da quelli della politica romana. Lo abbiamo visto in questi i giorni, in effetti: la legge di stabilità – a causa della crescita che non torna mai – non è in regola con i vincoli della Ue. Nel periodo transitorio verso il fiscal compact – inattuabile al momento con l’economia in recessione – i paesi europei con i conti in disordine devono almeno registrare una riduzione del deficit strutturale pari allo 0.7% del Pil. A via XX Settembre avevano fatto i conti male, e la riduzione si fermerebbe allo 0.1%. Con una conseguenza gravissima, e cioè l’impossibilità di utilizzare la clausola sugli investimenti: i paesi virtuosi possono escludere gli investimenti pubblici dal computo del deficit, in maniera da rilanciare la spesa pubblica infrastrutturale. Brutto colpo per Letta, che sperava in un po’ di spazio di manovra per ridare ossigeno all’economia.
Insomma, come si dice spesso, l’Italia sembra un paese commissariato dall’Europa, un’Europa ossessionata solo dai conti pubblici ma senza una visione complessiva dell’economia. Tutto vero, ma solo parzialmente vero. Troppo facile, infatti, dare tutte le colpe all’Europa. Che ne ha, e lo abbiamo detto millanta volte. L’Europa ha trattati stupidi, e impone criteri assurdi, certo. Ma non indica – quantomeno, non sempre – le cose che vanno fatte per raggiungere questi obiettivi. Per quello servirebbero idee chiare da parte dei partiti: come ridistribuire il carico fiscale, quali tasse alzare, quali abbassare? Che ordine di priorità si dà alle spese, è più importante la Tav o il trasporto locale, sono più urgenti gli f35 o la manutenzione del territorio? Per quanto riguarda la prima domanda, la politica fiscale, il governo sembra incapace, sempre impaurito di scontentare alcuni – ma è inevitabile – per favorire altri. Si dirà, con il governo di coalizione è molto più difficile perché troppe parti sociali sono rappresentate. Vero, ma questo dovrebbe portarci a ripensare la natura di questo governo. Vero pure, per altro, che i passati governi di centrosinistra, non si erano distinti per iniziative più coraggiose, perché sempre troppo preoccupati di non scoprirsi a destra. Invece, per quanto concerne la spesa, le priorità sembrano più chiare: grandi opere, grandi interessi, tanta attenzione al grande business, poca attenzione ai bisogni della gente – che per altro, con un minimo di lungimiranza, porterebbero pure ad un miglioramento dell’attività economica.
Insomma, l’Italia rischia di essere bloccata tra incudine e martello. Il martello europeo, che tiene sotto scacco i conti pubblici e impone l’austerity. E l’incudine di una politica ignava e complice, senza un minimo di idee per rilanciare il Paese.

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E’ l’Italia, sembra l’Egitto

In politica on 03/07/2013 at 12:37

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In Egitto i militari si preparano a prendere il potere e a destituire Morsi. In Italia il Consiglio Supremo di Difesa ha di fatto esautorato il Parlamento. Ci manca solo che mandino un blindato davanti a Montecitorio e poi siamo a posto. Esagerato!, direte voi. Lo spero anche io. Ma il comunicato rilasciato dal suddetto Consiglio ha un tono decisamente golpista, leggere per credere

Nel “rapporto fiduciario” tra Parlamento e Forze armate, “che non può che essere fondato sul riconoscimento dei rispettivi distinti ruoli”, la “facoltà del Parlamento” di “eventuale sindacato delle Commissioni Difesa sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo”

Tradotto in italiano: se il governo decide di comprare degli aerei nuovi per ammodernare le forze armate, lo fa. Punto e basta. Il Parlamento si adegua. Così, pare, dice la Costituzione. Che dice pure che le leggi di spesa sono approvate dal Parlamento, ma va bhe, chi se ne frega. Troppi pacifisti in Parlamento, anzi, troppi rompiballe. Meglio che decida solo il Governo. Un golpe, appunto.

F35: Ma allora i soldi ci sono?

In politica on 26/06/2013 at 09:38

Sembra di essere al teatrino dell’assurdo. Tre anni di austerity, lotta furente sull’IVA, sull’IMU ed in generale già due governi che tagliano tutto il tagliabile e aumentano tutte le tasse possibili per rispettare il fiscal compact. Ma i soldi per gli f35, i caccia di produzione americana, quelli devono trovarsi per forza. Così almeno ci ha detto il ministro Mauro, titolare della Difesa. E con lui c’è il PDL e una larga fetta del PD. Ora questa ostinazione sembra davvero bizzarra. Vero, nel contratto per gli f35 c’è inclusa anche una bella fetta di soldi per Finmeccanica che sarebbe partner del progetto. Ma l’indotto generato per l’economia italiana sarebbe comunque notevolemente minore alla spesa totale. Non basta. Gli f35 sono delle carrette, il NYT ci ha fatto sopra inchieste su inchieste, hanno problemi strutturali giganteschi, rischiano di cadere in acqua dalle portaerei, non sono facilmente manovrabili. E c’è di più. Costano tantissimo, il prezzo è lievitato enormemente negli anni. E costeranno pure un sacco di soldi a mantenerli, tant’è che un sacco di paesi-acquirenti si sono tirati indietro (per ragguagli più precisi c’è un’ottima puntata di Presa Diretta sulla faccenda). Poi uno potrebbe domandarsi: ma a cosa ci servono? Per quali guerre dobbiamo prepararci? Non facciamo già parte di una alleanza pronta a difenderci?

Tutte queste considerazione dovrebbero portare ad una seria riflessione anche in tempi di grassa. Ma quel che è clamoroso è che siamo, appunto, in austerity. Non abbiamo soldi, o quasi. Siamo appena stati redarguiti dall’OCSE, perchè unico paese sviluppato ad aver diminuito la spesa in istruzione dal 1995. Abbiamo ferrovie locali fatiscenti, con costi incredibili per il sistema economico. Abbiamo un territorio malcurato, con frane e allagamenti che mettono in ginocchio l’economia e succhiano i soldi dell’erario. Abbiamo una tassazione sul lavoro altissima e il rischio di voler ancora deprimere i consumi con l’IVA nei prossimi mesi. Eppure, davanti a tutte queste urgenze troviamo comunque i soldi per fare una marchetta gli americani? Va bene che come ha detto Ferrara, siamo tutti puttane, ma farlo col culo degli altri non è davvero accettabile.