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Lavorare, lavorare, lavorare, il modello americano

In Capitalismo on 01/05/2014 at 18:06

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Che paese questa America. Accusa gli altri di ipersfruttamento e concorrenza sleale, ma è il peggior performer al mondo quando si parla di diritti del lavoro. Almeno per quel che riguarda le garanzie legislative. Nessun diritto alle vacanze, nessun diritto alla maternità. Devi solo lavorare, per sopravvivere, e per generare i profitti che non vanno nelle tasche dei lavoratori, ma solo del padronato. E che dovrebbe far riflettere anche su un modello economico che genera più crescita dell’Europa, ma a che prezzo? Quello di un maggior sfruttamento del lavoro. Un modello che economisti, politici, e euro-tecno-burocrati ammirano tanto. Ma siamo sicuri che sia quello che anche i lavoratori europei vogliono?

 

Precari e privilegi, si rivede la Fornero

In politica on 23/08/2013 at 15:23

Se ne sentiva ormai la mancanza, della ex-ministra bulldozer, la piagnucolona incline alle gaffes. Dopo mesi di giusto silenzio, dopo il disastro del suo governo, si è però evidentemente sentita un pò sola. E quale miglior passatempo, per la Madama, che attaccare i precari. “No ai concorsi nella pubblica amministrazione riservati ai precari!!”, ha tuonato. E ci mancherebbe. Si tratta di “corsie riservate”, inaccettabili perchè non premiano il merito.
Certo lei ne sa qualcosa di merito non premiato. Un professore che ha studiato tutta la vita il sistema previdenziale, nominata ministro per la sua cosiddetta competenza, si è poi rivelata assolutamente inadatta al ruolo. Nella sua riforma si era solo dimenticata di qualche decina di migliaia di esodati. Alla faccia della bravura. Non contenta, aveva poi lanciato una riforma del lavoro su cui si è dovuto intervenire dopo pochi mesi per palese inadeguatezza. D’altronde la stessa ministra aveva spiegato che la sua riforma del lavoro andava bene per i periodi di crescita e non di recessione – e ovviamente nessuno le aveva spiegato che l’Italia è in recessione da 4 anni (e in stagnazione da 20…). Ma poi, certo, ha il coraggio di parlare del merito altrui, mentre lei si tiene stretta una cattedra che con tutta evidenza non merita.
Ma a parte questi aspetti che si potrebbero definire triviali e folcloristici non fosse che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di italiani, quello che veramente fa torcere le budella è questo continuo riempirsi la bocca della parola merito, per altro sempre applicato contro i più poveri. Non per nulla Ms Fornero si era lamentata dei troppi iscritti all’Università (nel paese con la più bassa % di laureati nella UE), della serie, sarebbe meglio che la gente rimanesse ignorante e andasse a raccogliere i pomodori. Ed ora, appunto, niente concorsi per precari, che poi se sono precari un motivo ci sarà. Largo a quelli più bravi, che solo di loro abbiamo bisogno. Gli altri, morissero.
Peccato non domandarsi mai quali siano i veri problemi a monte della meritocrazia in un paese in cui i ricchi in media sono figli di ricchi e i poveri, pensate un pò, figli di poveri. La divisione di classe e l’immobilità sociale, quella si è la contro-meritocrazia. Dare a tutti le stesse opportunità di crescita, che vuol dire aiutare i poveri e penalizzare i ricchi, non prendersela coi precari, che sono in quella condizione umiliante grazie a Fornero e ai suoi incapaci predecessori. Molto più facile dire, invece, che solo i più brillanti possono accedere a posizioni di prestigio – cosa evidentemente falsa nel caso specifico della Fornero – senza domandarsi perchè alcuni, quasi sempre i soliti noti, risultino più brillanti di altri. Come nella sua risibile riforma, quando si è fatto passare il concetto che fosse l’art.18 e il posto fisso ad impedire una vera meritocrazia nel nostro paese, quando invece erano proprio quegli indispensabili strumenti a rendere i meno eguali un pò più eguali. Nella mente distorta e contorta dell’ex ministra, i privilegiati in italia sono i precari e gli operai che non possono essere licenziati per motivi politici e sindacali. Ma forse il vero privilegio, comune a tutti noi, è avere avuto un personaggio tale a fare il ministro. Poveri noi.

Marchionne, il galateo e i diritti microbici

In a sinistra, Fin de parti(e) on 05/07/2013 at 10:27

marchionneDi @MonicaRBedana

In Italia c’è qualcuno che ben prima di JP Morgan ha deciso da tempo di liberarsi motu proprio di una Costituzione troppo socialista fendendo precisi colpi reazionari sul diritto alla rappresentazione in fabbrica, all’uguaglianza e alla solidarietà: Sergio Marchionne.

L’unica politica industriale praticata con rigore dall’AD è quella che continuamente si svolge nei tribunali contro la Fiom. La pura questione del lavoro all’interno di Fiat attende invece le calende greche di quei 20 miliardi di euro di investimento proclamati, per i quali in realtà l’azienda si è impegnata solo al 10%. Nel frattempo si appallottola come carta straccia da cestinare il principio dell’uguaglianza ed è la Corte Costituzionale a dover garantire tramite sentenza ciò che sta nella Costituzione e nella Natura.

Agli amanti smodati del galateo (quello altamente discriminatorio di Monsignor della Casa, ovviamente) che oggi criticano la Presidente della Camera per aver rifiutato un invito di Marchionne dopo averne accettato in passato uno di Fiom, va ricordato semplicemente questo:

– Che a Melfi dal febbraio 2011 tutti gli operai sono in cassa integrazione straordinaria fino a dicembre del 2014.
– Che a Pomigliano quasi la metà dei 5000 e passa lavoratori sta in cassa integrazione straordinaria, lavorando 2 settimane al mese
– Che a Mirafiori amministrativi e meccaniche vanno in cassa integrazione ordinaria 3 giorni al mese, mentre in carrozzeria e presse si lavora una settimana al mese (cassa integrazione straordinaria)
– Che a Termini Imerese c’è la cassa integrazione straordinaria a zero ore

Dipinti in questo quadro, diritti e pianificazione industriale non sono visibili manco se cercati col microscopio a scansione, in Fiat. Ben venga quindi la discriminazione positiva della Presidente Boldrini a favore del loro rispetto, anche a costo di maleducazione (ce n’è già tanta in questo Paese…ditelo a quell’incarnazione di politesse che è Giuliano Ferrara).E magari la Presidente la vorremmo altrettanto incisiva quando si tratta di rivendicare la sovranità del parlamento di fronte all’agire di un Presidente della Repubblica ormai di fatto alla francese.

(Un grazie per i dati da Resistenza Internazionale all’indefesso, imprescindibile ed insostituibile lavoro sul lavoro dell’ Isola dei cassintegrati. Il mio ringraziamento personale @marconurra , cordone ombelicale con la Madrid che amo).

I veri problemi del lavoro in Italia

In Capitalismo on 28/06/2013 at 09:02

Oggi su Twitter, via @claudioriccio ho trovato questo ottimo grafico che spiega bene quali sono i problemi del lavoro in Italia

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E cosa dice, dunque, la McKinsey? Che nei paesi ad economia avanzata la produttività è (anche e soprattutto) funzione dell’innovazione. In poche parole, i paesi con la produttività del lavoro più bassa sono quelli che investono poco in ricerca e sviluppo. Ma che sorpresa! E pensare che Monti e Fornero (e tanti prima di loro, a cominciare da Treu) ci avevano detto che i problemi dell’economia italiana e della sua bassa produttività erano legati ad un mercato del lavoro non abbastanza flessibile. E dunque avanti precarietà, via l’art.18, fuori la FIOM dalle fabbriche e così via.

Tutto sbagliato, o quasi. Guardando il grafico possiamo in effetti constatare che diversi dei paesi in cima alla graduatoria della produttività sono anche quelli dal mercato del lavoro flessibile. Salvo che, a parte UK e USA son tutti paesi con un welfare di grandissimo sostegno ai lavoratori, con tasse decisamente più alte che in Italia (eppure le tasse sono da 30 anni l’altro continuo peana di chi parla di crescita lenta in Italia). Dunque, per riassure, produttività bassa, costi alti, poca ricerca, inutili riforme del mercato del lavoro.

Quello che però non si è mai cercato di approfondire sono i problemi di natura strutturale della nostra economia, per cui non è sufficiente seguire semplicemente quello che fanno gli altri per poi poter eccellere.

La composizione industriale italiana, con il netto predominio delle piccole e medie imprese, era stata uno dei cavalli di battaglia negli anni 70-80, soprattutto con i distretti industriali, garantendo flessibilità del prodotto (non dell’occupazione, che non serve a nulla!), qualità, coordinamento tra imprese invece che pura e semplice competizione. Un sistema che però è entrato in crisi con la globalizzazione. Bassa capitalizzazione (anzi, rifiuto tout court di quotarsi), cambio generazionale (da genitori imprenditori a figli con meno capacità), struttura aziendale (pochi managers, tutto in house per paura di perdere il controllo dell’azienda) enti locali senza soldi (e dunque tutto d’un tratto incapaci di creare economie di sistema) hanno tutti contribuito al decadimento della cosiddetta Terza Italia.

Nel mare magno dei mercati globali ci sono sostanzialmente due vie per emergere. Da una parte, investimenti in ricerca, battere la concorrenza con prodotti nuovi e migliori. Altrimenti buttarsi sulla produzione a basso costo per vendere a prezzi competitivi. Con mercati illiquidi, e con uno Stato (suppostamente) senza soldi per finanziare la ricerca, si è battuta la strada del prezzo, attraverso la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Non capendo che in una struttura industriale di questo tipo sarebbe trasformata in precarizzazione con zero investimenti sul capitale umano – quello lo possono fare le grandi imprese, mica i piccoli artigiani.

Insomma, problemi di grande, grandissimo respiro. La fine della grande industria, un sistema creditizio chiuso e incapace di finanziare le nuove imprese, un mercato sotto pressione.E soprattutto uno Stato privo di politica industriale, fosse per finanziare la ricerca o per aiutare e guidare un restructuring industriale. Meglio lasciare fare al mercato. Con le conseguenze che sappiamo.

 

 

 

 

 

 

Come non far ripartire l’economia

In Editoriali on 27/06/2013 at 06:47

di Nicola Melloni

da Liberazione

E dunque il governo Letta ha cominciato ad occuparsi di lavoro e cerca di intervenire contro la disoccupazione giovanile, uno dei peggiori cancri dell’economia italiana, e non solo.
Per far questo è stato varato un pacchetto di iniziative. Da una parte una revisione della riforma Fornero, con la riduzione dell’intervallo imposto alle imprese tra un contratto a termine ed un altro. Insomma, una maniera per favorire un altro po’ il precariato. Questa misura dovrebbe però essere compensata dall’intervento più importante, cioè i fondi messi a disposizione per le imprese che assumono a tempo indeterminato, un aiuto quantitativamente abbastanza importante – fino a 650 euro al mese per lavoratore per un periodo fino a 18 mesi.
Si tratta di un intervento potenzialmente meritorio che incentiva l’occupazione stabile per i giovani. Ma che difficilmente potrà servire a qualcosa. Dimentichiamo per un attimo le condizioni capestro necessarie per accedere ai finanziamenti (disoccupati per più di 6 mesi che vivano soli – e già qui ci sarebbe da domandarsi chi possa beneficiarne – senza diploma di scuola superiore). Il problema è di natura strutturale. Il governo italiano, così come la Banca Centrale Europea, continua ad agire sul lato dell’offerta. Si abbassa il tasso di sconto, si offrono soldi alle imprese, si danno incentivi all’assunzione, come se fosse solo un problema di risorse.
Questo modo di fare svela una comprensione davvero modesta dei problemi dell’economia. Misure di questo tipo potrebbero essere molto positive in una fase di espansione economica: mentre l’economia tira, la domanda sale, le imprese possono fare nuovi investimenti ed assumere nuovo personale e dunque gli incentivi possono aiutare aziende che non potrebbero altrimenti permetterselo. Invece, in fase di recessione, questi incentivi rischiano di essere un clamoroso buco nell’acqua, come già con il quantitative easing della BCE. Le imprese non producono e, dunque, non assumono, perché non riescono a vendere. E le aspettative non sono certo rosee, crisi, instabilità, disoccupazione, povertà, un cocktail letale che non favorisce certo progetti di investimento. Insomma, è un problema di domanda, non di offerta.
Quello che il governo dovrebbe fare in questa situazione è dare un sostegno al reddito ed ai consumi. Invece, in un cortocircuito politico ed economico, si vara il pacchetto lavoro mentre ancora si discute di Iva, con Letta e Saccomanni che hanno concesso a Berlusconi solo un rinvio di qualche mese sull’inasprimento della tassa che avrebbe un effetto depressivo sui consumi. L’assurdità della situazione è tale si rischia di coprire un incentivo all’occupazione con una tassa depressiva, con una mano si dà, con una si toglie con un effetto negativo sull’economia. Insomma, più che di apprendisti stregoni parliamo proprio di incapaci.