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Posts Tagged ‘Cile’

Allende e le multinazionali

In Internazionale on 11/09/2013 at 18:26

Già nel 1972 Allende aveva visto con grande lucidità e chiarezza come gli interessi dei mercati mettessero a rischio la sovranità degli Stati e la forza delle democrazie.

Donne contro Allende

In Fin de parti(e) on 11/09/2013 at 13:23

Di @MonicaRBedana

allende-neruda

Non stavano con Allende, le donne del Chile.
Quelle ricche lo avversarono di quell’odio ruvido con cui si difendono i privilegi; le meno privilegiate lo odiarono perché gli scaffali vuoti di alimentari impedivano loro di sfamare la famiglia e ciò marcava a fuoco la loro identità di donne, il senso della loro realizzazione nella società.

Le ricche fecero campare i propri privilegi sulla fame delle famiglie di altre donne, sfruttando e fomentando la scarsità di cibo, allungando le code interminabili per procurarselo, l’angoscia di non trovarne mai abbastanza, di non aver di che riempire le bocche dei figli e sostentare le ginocchia dei mariti. Le donne dell’oligarchia fascista e le contadine dalla stessa parte della barricata, le une per mantenere lo status, le altre prese per fame, con le travvegole che impedirono loro di riconoscere i veri fautori della crisi economica del Paese, di annusarne il disegno.
Una ferita nella ferita di ogni disuguaglianza, per il compagno Presidente, quella delle donne del popolo che, vittime soprattutto di carestia morale combattevano a fianco del Capitale, contro di lui e contro l’idea di una società finalmente equa. Un’infamia incancellabile nella lunga storia di invasioni, di campo e di coscienza, degli Stati Uniti; la stessa che aleggia oggi sulla Siria in un ripetersi indifferente di disperate difese numantine.
Ci provò, Allende, a conquistarsi le donne.

Fu l’otto marzo del 1972, ad Antofagasta, dopo che le donne cilene avevano già organizzato la “marcia delle pentole vuote” contro il Presidente, aumentando drammaticamente l’instabilità del Governo. Fu un discorso cruciale, quello pensato per le donne; Allende si rivolse alle “donne di casa, alle madri, alle figlie, alle compagne; alle donne dei campi, delle fabbriche, delle botteghe, a quelle della scuola e degli ospedali. Alle eroine delle saline, del carbone; alle spose degli uomini del rame e a quelle di frontiera”. A tutte le donne, ma specialmente a quelle che costruiscono il loro futuro e soprattutto quello degli altri con le proprie mani. In quel discorso, Allende le invitò tutte ad entrare nelle giunte per la distribuzione degli alimenti, a prendere il controllo di quella parte dei beni comuni che tocca intimamente la prima necessità. Troppo tardi: il presidente non era già più padrone del proprio destino, se mai lo fosse stato di quello della nazione.
“Yo soy cada día más partidario de las mujeres”, sto ogni giorno di più dalla parte delle donne, disse.
C’è ancora da dare un senso a quel discorso di Antofagasta; c’è da riempirlo della vita che fu tolta insieme alla speranza, c’è da rivendicare il diritto a ragionare tutti a pancia piena e non farci mai più prendere per fame dalla parte sbagliata della barricata. Soprattutto noi donne.  “Tenemos que aprovechar una ocasión tan bella”*, dobbiamo approfittare di un’occasione così bella.

*tenían che aprovechar una ocasión tan bella è ciò che scrisse Neruda quando i militari assaltarono la Moneda; bisognava approfittare dell’occasione, “mitragliarlo perché non avrebbe mai abbandonato il suo posto”

Il Cile, o della dittatura dell’economia

In a sinistra on 11/09/2013 at 10:08

Quarant’anni fa veniva deposto il Presidente Allende e il Cile entrava in un quindicenno di dittatura tra le più feroci e criminali della storia. Eppure, i lasciti di quel periodo non sono universalmente riconosciuti come atrocità, tutt’altro. In tanti circoli accademici, culturali e politici si ricordano le imprese della junta militare tralasciando i suoi aspetti più violenti e trucidi e concentrandosi sul lato economico, descritto come un successo strepitoso. Il messaggio che esce da questo tipo di lettura è che i governi cosiddetti “populisti” sono responsabili del disordine economico che infine sconfina nel caos. Sono dunque i politici eletti che cercano di inserirsi ed interrompere le dinamiche efficienti del mercato a contribuire all’impoverimento del paese ed a generare crisi economiche e politiche. D’altronde negli anni 70 ed 80 l’America Latina era sinonimo di caos, inflazione, instabilità. I vari fronti popolari e leader “populisti” – si dice – erano troppo impegnati a costruirsi una base di consenso tra gli elettori e dimenticavano le “leggi fondamentali” dell’economia. E cioè, poche tasse, soprattutto su imprese e ricchi, e dunque pochi servizi sociali. Attenzione maniacale all’inflazione e al pareggio di bilancio. Poco Stato, tanto privato. Insomma, il programma economico dei Chicago boys, tanto fedelmente applicato da Pinochet e i suoi.

Non tutto il male, dunque, veniva per nuocere. Certo, sarebbe stato meglio non arrivare alla dittatura, ma – prosegue la storiella –  è proprio grazie a quella che il Cile è diventato un paese moderno e l’economia più avanzata dell’America Latina. I costi sociali, in quest’ottica, non sono minimamente considerati. L’economia viene considerata come avulsa dal contesto sociale e politico, rispondente solo ai ferrei diktat del mercato, neanche ci trovassimo in un ambiente asettico tipo laboratorio.

Questa, in realtà, è la vera ideologia del neo-liberismo e la vera lezione del Cile. Non è importante la democrazia o la dittatura, ma sono importanti le politiche economiche, su cui nessuno deve intervenire. La democrazia va dunque bene solo fino a quando politici interessati alla ri-elezione o partiti interessati al miglioramento di vita delle classi popolari non si intromettono troppo. E’ una politica a sovranità limitata. Una ideologia che nasconde abilmente i suoi insuccessi – a cominciare da quelli cileni, dove la disoccupazione arrivò alle stelle ed inizialmente l’inflazione distrusse i risparmi delle famiglie. Costi di transazione e transizione, secondo gli economisti. Che li paghino sempre gli stessi, è irrilevante. Che poi anche a pieno regime, questo sistema economico generi ineguaglianza, povertà, polarizzazione del reddito, zero mobilità sociale, è in fondo considerato un costo modesto davanti ai profitti macinati dalle imprese.

Un modello, a ben pensarci, che, a fronte dei suoi enormi disastri economici, ha avuto un incredibile successo politico. In fondo, quello della politica a sovranità limitata è il nostro mondo. E’ quello dell’IMF in Africa, Asia e, certo, America Latina. E’ quello della trojka in Grecia ed Italia. Senza bisogno, almeno per il momento, di un Pinochet, ma con la stessa ideologia di fondo: non azzardatevi a toccare il mercato.

Quarant’anni di neoliberismo in Cile.

In Internazionale on 11/09/2013 at 01:05

di Simone Rossi

Quarant’anni fa un colpo di stato delle forze armate cilene, con il supporto logistico statunitense, deponeva il Presidente e l’Esecutivo legittimamente eletti. I mesi e gli anni che seguirono furono marcati da un’intensa opera di repressione e terrore che annichilirono ogni forma di opposizione e di resistenza democratica. A differenza di quanto era accaduto negli altri paesi latinoamericani, che durante XX secolo videro susseguirsi colpi di stato e regimi autoritari, il Cile era stato governato da forze elette democraticamente dagli anni Trenta. Il colpo di stato cileno non ebbe solamente lo scopo di porre fine all’esperienza del governo di Unità Popolare inaugurata nel 1970 al fine di riportare il potere nelle mani delle oligarchie locali come accaduto in altri paesi della regione, ma fu uno strumento per implementare un modello sociale ed economico che rimane intatto nei suoi tratti costitutivi ancora oggi, nonostante nel 1989 alla dittatura sia subentrato un regime democratico liberale ed il fatto che fino al 2010 la Presidenza e l’Esecutivo furono tenuti dalla coalizione di centrosinistra chiamata Concertación.
A partire dal settembre 1973 il Cile divenne un laboratorio per l’attuazione delle teorie economiche elaborate e propugnate dalla Scuola di Chicago, comunemente denominate neoliberismo, che avrebbero preso il sopravvento nel resto del mondo con il crollo del blocco sovietico. I tre pilastri del modello cileno sono un sistema tributario che favorisce le imprese colpendo maggiormente i redditi da lavoro rispetto agli utili e che non scoraggia l’elusione e l’evasione fiscale, un modello di relazioni industriali che ostacola l’organizzazione dei lavoratori in sindacati ed il ricorso allo sciopero, che promuove forme di sfruttamento dei lavoratori, ed un tessuto produttivo dove prevalgono gli oligopoli dell’industria estrattiva e della speculazione finanziaria a scapito della piccola e media impresa manifatturiera. Sotto il profilo sociale questo modello determina un forte squilibrio nella distribuzione del reddito, con 1% della popolazione che detiene un terzo della ricchezza, un tasso di povertà elevato e scarsa mobilità sociale, pur essendoci stati miglioramenti nelle condizioni di vita della popolazione durante i governi della Concertación de Partidos por la Democracia. Il modello introdotto a partire dal 1973 ha comportato una forte riduzione della presenza dello Stato nell’economia e nella società attraverso la privatizzazione delle aziende e dei servizi pubblici; incluse istruzione ed università. E proprio queste ultime hanno costituito il principale veicolo di esclusione sociale ed impoverimento; venendo meno lo spirito del servizio e dell’utilità pubblica, l’accesso all’istruzione ed alla formazione universitaria di qualità è vincolato alla disponibilità economica delle famiglie, precludendo ai più poveri la possibilità di ottenere un diploma o una laurea con cui emanciparsi economicamente attraverso un impiego ben remunerato. Anche le classi medie non sfuggono alla perversità del sistema scolastico che pone loro di fronte alla scelta tra un’istruzione di bassa qualità e l’indebitamento per il mantenimento degli studi, che poi richiede parecchi anni di lavoro per essere ripagato.
Non è quindi un caso che le manifestazioni di protesta che scuotono il Cile dall’inizio del 2011 abbiano nei giovani e negli studenti il proprio elemento propulsivo. Nonostante nei salotti della finanza e dell’economia mondiale il Cile sia preso come un modello “virtuoso”, una larga fetta della sua popolazione chiede che si ponga fine a quattro decenni di politiche neoliberiste e che si introducano strumenti di equità e di giustizia sociale a partire dal sistema scolastico, per abbracciare il mondo del lavoro, la sanità, i trasporti, l’ambiente. I vari movimenti che sono scesi e scendono in piazza hanno mostrato comprensione delle richieste altrui e solidarietà reciproca. Il cambiamento, la rottura con il passato e l’eredità della dittatura potrebbe finalmente arrivare con l’elezione del nuovo presidente il prossimo novembre in cui si presenta Michelle Bachelet, già presidentessa (2006-2010) e molto popolare, alla guida di una coalizione denominata Nueva Mayoria para Chile che estende la Concertación alle forze della Sinistra che hanno dato impulso ai movimenti di protesta negli scorsi anni.