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Archive for the ‘Cineteca politica’ Category

Il Tagliagole, 1969 – C.Chabrol

In Cineteca politica on 21/02/2014 at 13:59

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Dalla lista dei film del giorno del 2013 di minimalcinema.net c’é subito balzato agli occhi Il Tagliagole di Chabrol. A colpirci in primis é stato il pertinente titolo, così  rappresentativo del meta assassinio politico consumatosi in Belpaeselandia la scorsa settimana. Ma per quanto possano sussistere analogie tra la bella Stephane Audrane, fredda e chic protagonista, e Matteo Renzi sempre fashion-conscious, o tra Jean Yanne, primitivo macellaio, e Grillo, vogliamo astenerci da sterili qualunquismi e parlare invece di questo bel film.

Un thriller psicologico che si svolge nella quieta provincia francese, che come quella nostrana, ben si presta ad essere teatro di sanguinolenti eventi.

Il Tagliagole é la storia di un’amicizia troncata prima di diventare intima, tra Popaul, bruto macellaio reduce dalle guerre d’Indocina ed Algeria, e Mademoiselle Helene, sofisticata e sensuale maestra della scuola del paese. Mentre cadaveri di donne sgozzate vengono ritrovati, Popaul offre ad Helene una coscia d’agnello avvolta come un mazzo di fiori e le racconta (mentre lei con audacia ed eleganza fuma per strada), di quanto sangue abbia visto scorrere nella sua vita tra guerra e macelleria.

C’é fin dall’inizio il sospetto che Popaul sia il carnefice, ma mano a mano che la sua relazione con Helene si intensifica, si percepisce che sia la freddezza di lei causa degli impulsi primitivi che lo spingono a sgozzare le donne.

La bestialità del genere umanoé spesso stata oggetto di osservazione del cinema di Chabrol. Già in un’intervista ai ‘Cahiers du cinema’ del 1962, di molto quindi precedente a Il Tagliagole, affermava che:

la bestialità é infinitamente piu affascinante e profonda dell’intelligenza. L’intelligenza ha dei limiti, la bestialità no.

E nell’osservare la bestialità umana non c’é mai da parte di Chabrol scherno né disprezzo, l’argomento non é affrontato con spirito di superiorità ma con distacco, grazie ad uno stile cinematografico asettico, meticoloso nella scelta della fotografia e delle inquadrature, quanto nella stilizzazione meccanica dei personaggi, che rende impossibile per lo spettatore formulare qualsiasi giudizio.

Stephane Audrane, oltre che musa della maggior parte dei film di Chabrol ne fu anche la moglie per quasi un ventennio.

Giulia Pirrone

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Il meglio dei documentari italiani

In Cineteca politica on 20/02/2014 at 09:53

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http://www.italiandocsonline.com/

The Act of Killing – J. Oppenheimer, 2012

In Cineteca politica on 17/01/2014 at 11:08

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The Act of Killing, l’atto dell’uccidere ma anche l’omicidio come performance, una recita in cui il killer e’ il protagonista, ed in questo caso, di una persecuzione di massa.

E’ questo il presupposto da cui parte The Act of Killing che racconta l’impunito (sia dalla comunita’ nazionale che da quella internazionale), massacro di piu’ di un milione di dissidenti comunisti avvenuto in Indonesia a partire dal 1965, anno in cui il generale Suharto prese il potere.

Il film e’ il risultato di anni spesi sul campo dal regista Joshua Oppenheimer ed i suoi co-registi, ed iniziati con le riprese di un documentario sulle condizioni dei lavoratori nelle piantagioni a Sumatra nel 2000. Per questo studio Oppenheimer si e’ trattenuto in Indonesia per tre anni, ha cominciato a parlare la lingua e ad inserirsi all’interno delle comunita’ locali. E’ cosi’ che e’ venuto a contatto con la realta’ dei massacri perpetrati a meta’ degli anni ’60 e con alcuni membri delle organizzazioni paramilitari responsabili.

E’ proprio uno di questi il personaggio principale di The Act of Killing, Anwar Congo, ex-gangster poco redento, con un grande amore per il cinema americano. Passione cosi’ grande, che fu proprio il boicottaggio da parte dei comunisti dei film di Hollywood a spingerlo verso la persecuzione di questi. Anwar ed alcuni suoi ex-colleghi si sono lasciati intervistare da Oppenheimer, raccontando, a tratti con allegria e con vanto, di come torturassero ed uccidessero e come evitare che il troppo sangue male odorasse. Non c’e’ vergogna davanti alla telecamera, anzi sembra quasi che il loro sogno di partecipare ad un film americano si stia avverando. Spiegano come essere un gangster fosse una necessaria scelta di vita (una nazione infatti non ha bisogno solo di burocrati), ed anche un po’ una vocazione. A quanto pare, e questo viene ripetuto diverse volte durante il film, il significato della parola gangster e’ ‘uomo libero’, mentre la sua filosofia ‘relax and rolex’.

Parlando delle ragioni che li hanno spinti a realizzare il film, Oppenheimer ed i suoi collaboratori  mettono molto in evidenza l’aver voluto osservare il legame tra violenza ed immaginazione. Partendo dal particolare degli impuniti avvenimenti indonesiani, per tracciare un filo conduttore che attraversi gli eventi di persecuzione, di massa e non, nel mondo.

Al gangster che elegantemente vestito in pantaloni bianchi ci racconta di come strangolasse le sue vittime, preme evidentemente l’essere percepito dal pubblico in un certo modo. Gioca a un gioco, si assegna un ruolo e cosi’ crede di essere visto e considerato dal mondo. Questo e’ valido sia per Anwar che si fa fotografare come uno yankee vittorioso tra una ripresa e l’altra, che per il marine americano che gioisce delle umiliazioni perpetrate ai prigionieri iracheni. Come se per giustificare atti di violenza di tale entita’, che pur se inumani sono fin troppo diffusi, sia necessario indossare delle maschere ed auto-convincersi di recitare una parte.

Durante il film questa relazione tra violenza ed immaginazione e’ molto presente, l’immaginazione e’ infatti anche quella del cinema, fonte di ispirazione per i gangster che divertiti mettono in scena dei teatrini per rendere meglio l’idea di come avvenissero i massacri. Poi c’e’ anche la fantasia dei sogni, i fantasmi del passato, che perseguitano Anwar Congo mentre intraprende questo viaggio nella memoria che si rivela sempre piu’ mostruoso mano a mano che il film va avanti.

Giustamente The Act of Killing e’ stato classificato miglior film del 2013 dallo stimato Sight and Sounds (UK), ed ha vinto come miglior documentario agli oscar europei di Berlino. Da quando a conoscenza del progetto, il regista Werner Herzog ne e’ diventato produttore ed infaticabile promotore,

Assolutamente da vedere, ma non per i deboli di stomaco.

Giulia Pirrone

La Donna della Domenica – 1975, L.Comencini

In Cineteca politica on 10/01/2014 at 12:22

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Non so se sia stato tutto questo parlar di Fiat e dei suoi ratings, o La Stampa che da qualche giorno ripropone foto degli sbarchi, ferroviari, di migranti che giornalmente vi si riversavano a caccia di lavoro, ma da qualche giorno giro con Torino in testa.

E l’idea di una citta’ subordinata alle sue contraddizioni e comunque fiera di esse, e’ ben resa da La Donna della Domenica, del 1975, fedele trasposizione del romanzo giallo di Fruttero e Lucentini di tre anni precedente al film.

Come se da allora non fosse passato nemmeno un giorno, i personaggi incarnano molte delle anime che popolano la citta’.

Luogo che ha imparato col tempo a sintetizzare la simmetria ed il rigore urbano della superficie con il caos esoterico sotterraneo, la sua anima alto (come collinare) borghese con quella operaia, mantenendo spesso e volentieri, ma non sempre, un’immagine di decoro.

Tant’e’ che il Garrone, volgare vittima sacrificale che apre la trama del giallo capitolerà a causa di un “brutto” fallo (letteralmente, quello della locandina).

Il racconto e’ molto lineare, da cronaca nera tanto cara a noi italiani, ed oltre a rivelare l’assassino sul finale, diverte ed intriga con leggerezza svelando i vizi, anch’essi sotterranei, dell’alto ceto torinese annoiato probabilmente dall’eccessivo ordine. Ed e’ cosi che una moglie ‘bovaresca’, bella, ricca e tradita dal marito, che passa le giornate con un amico altrettanto borghese, un po’ cinico, ed omosessuale quasi per noia, si trova nell’occhio del mirino di un’indagine di omicidio guidata da un questorino meridionale.

Non fu un caso che per i volti dei personaggi d’alto bordo furono scelti due attori francesi, Jean Louis Trintignant e Jacqueline Bisset, dai tratti piu’ raffinati per i ruoli in questione. Mentre il ruolo del Commissario Santamaria venne affidato a Marcello Mastroianni.

Prolifico regista e padre della commedia all’italiana, Comencini confeziono’ il film in un periodo in cui il giallo, o ‘spaghetti thriller’ era molto in voga (dello stesso anno Profondo Rosso, anch’esso parzialmente girato a Torino). Pote’ permettersi una ricca co-produzione italo-francese ed il film fu di grande successo al botteghino, sulla scia del successo del romanzo.

Nel 2011 la RAI ne ha prodotto un inutile remake sotto forma di mini-serie TV.

Musiche di Ennio Morricone

di Giulia Pirrone

L’orgoglio degli Amberson, 1942 – O.Welles

In Cineteca politica on 20/12/2013 at 10:18

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Se amate il cinepattone ma preferite guardarlo in estate per mantenere vivo in voi lo spirito natalizio, se avete già visto la foto-story dell’anno tra Silvio e Dudu’ e avete fatto gli auguri a tutti i vostri amici di facebook, adesso e’  giunto il momento di dedicarvi a L’Orgoglio degli Amberson, secondo film di Orson Welles (dopo Quarto Potere), del 1942.

Gli Amberson sono dei Buddenbrook d’oltre oceano, la famiglia più prestigiosa di Indianapolis che all’inizio del ventesimo secolo vive l’apice della propria gloria nonché il principio del declino.

Dopo un’introduzione che inquadra il periodo storico ed il contesto sociale, il film si apre con la nascita dell’ultimo Amberson, George, viziato ed arrogante rampollo il cui carattere riflette in pieno la decadenza di una classe sociale in un’epoca di cruciali cambiamenti storici. Sono gli anni in cui l’invenzione dell’automobile comincia a rivoluzionare il tessuto sociale ed il ritmo della vita, ed e’ proprio un amico di famiglia, Mr Morgan, la serpe in seno del nuovo che avanza. Mr.Morgan, da sempre silenziosamente innamorato di Isabel Amberson, madre di George, e’ un co-inventore ed industriale dell’automobile, che cammina al passo dell’evoluzione e riesce a costruire una grande fortuna. George a sua volta e’ innamorato della figlia di Mr Morgan, ma troppo impegnato nell’ostacolare il rapporto del padre di lei con sua madre per dedicarsi a vivere il proprio futuro.

Ed in un gioco di specchi e riflessi, di cui il cinema di Welles e’ sempre ricco, e’ il confronto fra il vecchio ed il nuovo ad essere al centro del film. I personaggi ed i loro intrecci, guidati dalla voce fuori campo dello stesso onnipotente Welles, sono strumentali all’osservazione della storia. Da una parte il vecchio, chiuso nei suoi valori conservatori, prende coscienza di perder terreno e si aggrappa con violenza al presente, pur essendo capace solo di vivere nel passato. E dall’altra il nuovo, consapevole e predisposto al cambiamento, capace di cavalcare l’onda dell’evoluzione.

Allo stesso modo le infelici storie d’amore di George ed Isabel Amberson con Morgan padre e figlia partecipano a questo gioco di specchi fra generazioni e classi sociali antagoniste.

Il film, tratto da un omonimo romanzo vincitore del premio Pulitzer, fu girato allo scoppio della seconda guerra mondiale e montato in assenza del regista (allora impegnato in un progetto pubblico di cooperazione internazionale). La produzione degli studios taglio’ varie scene e cambio’ il finale, rendendo L’Orgoglio degli Amberson uno dei film più mutilati della storia del cinema americano. Non ebbe successo al botteghino nonostante la presenza di attori ben noti al pubblico, probabilmente per la poca simpatia che il personaggio di George suscitava, ma fu comunque nominato a quattro oscar.

La critica e’ discorde se i tagli operati sulla versione originale di due ore e mezzo e le modifiche del finale abbiano giovato o meno al film, rendendolo di più semplice fruizione e più chiaro nel messaggio finale. Il regista ne fu chiaramente deluso, ma nonostante ciò L’Orgoglio degli Amberson e’ entrato a pieni voti negli annali della storia del cinema.

Giulia Pirrone