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Caos europeo

In Editoriali on 08/02/2014 at 16:33

TIOUNINE_Federal-Europe-1

di Nicola Melloni

da Liberazione

Non sono buone le notizie che vengono dalla Germania, come ormai molto frequentemente in questi anni. La Corte Costituzionale tedesca doveva deliberare sull’OMT, lo strumento di politica monetaria usato dalla Banca Centrale Europea che permette alla BCE di comprare sul mercato secondario i bond degli Stati sotto attacco speculativo, in cambio però di politiche draconiane di austerity. La Corte tedesca non si è espressa in maniera definitiva, rimandando la decisione alla Corte di Giustizia Europea, ma ha fatto notare che ci sono ottimi motivi per ritenere che l’OMT sia in contraddizione con il mandato della BCE, di fatto violandone l’indipendenza, obbligandola a finanziare i paesi membri – un modo, se vogliamo, un po’ bizzarro di ragionare quando la sovranità degli Stati parrebbe altrettanto violata, dovendo questi sottoporsi a politiche economiche non decise dai Parlamenti nazionali ma dalle varie Trojke del caso.

La BCE ha chiaramente ribadito immediatamente che l’OMT non viola assolutamente il suo mandato, ma certo la decisione tedesca rischia di destabilizzare nuovamente l’Europa. L’OMT è stato lo strumento principale messo in campo da Draghi per fermare, con successo, l’attacco speculativo contro i PIGS. Non sono certo state le fallimentari politiche di austerity a ridurre lo spread, quanto invece la decisione di Draghi di fare “qualsiasi cosa necessaria” per salvare la moneta unica. E questa qualsiasi cosa necessaria infastidisce i tedeschi: di fatto la Corte tedesca si è oggi allineata alla Bundesbank, che si è sempre dimostrata in disaccordo sull’OMT, e che ora trova un appiglio legale, per quanto non definitivo, per le sue proteste. Come fatto notare ieri da un ufficiale europeo, la Banca Centrale Tedesca è obbligata a partecipare alle politiche della BCE, ma se si dovesse rifiutare di farlo – magari sulla base che l’OMT potrebbe violare i trattati – non esistono strumenti per poterla obbligare. Già che si parli di eventi del genere, e di una possibile insubordinazione tedesca, ci fa capire quanto confusa sia la politica europea.

La Corte Costituzionale tedesca è sempre stata un bastione della superiorità degli Stati sull’Unione – già nel 1993 si riservò il diritto di cancellare ogni legge europea in contrasto con la Costituzione tedesca e di nuovo  nel 2009 ha ricordato a Bruxelles che gli Stati sono i veri padroni della UE e non il contrario. Il parere sostanzialmente negativo dato ieri sull’OMT è quindi un segnale molto forte, che rischia di legare le mani della BCE e che apre un braccio di ferro con le istituzioni europee. Se la Corte di Giustizia Europea dovesse esprimersi in maniera totalmente opposta alla Corte tedesca, ci sarebbe il rischio di uno scontro politico-istituzionale molto forte.

Insomma, i tedeschi sembrano proprio intenzionati a infilare un bastone nella ruota non molto gonfia dell’Europa. Da anni si predica un sistema di governo funzionale e capace di prendere decisioni in fretta, e ci si trova poi davanti ad una architettura europea a dir poco bizantina, con tempi di decisione lentissimi – il ricorso alla Corte di Giustizia prenderà come minimo 6 mesi – e con elementi di incertezza davvero preoccupanti. Dopo mesi di relativa pace, sui mercati stanno tornando a spirare venti di tempesta, con molte economie emergenti in ginocchio e con il rischio che un nuovo attacco di panico colpisca anche il mondo occidentale, ed in particolare il Sud Europa. La BCE si troverebbe in questo caso con un’arma spuntata per cercare di tenere in piedi l’euro e l’Europa, con la spada di Damocle dell’opposizione tedesca a minacciare la credibilità di Draghi. Una situazione assurda che però ben chiarisce lo stato disastroso della politica e delle istituzioni europee.

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BCE, troppo poco, troppo tardi

In Editoriali on 11/11/2013 at 10:53

di Nicola Melloni

da Sbilanciamoci

Il taglio dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea è la conseguenza del fallimento delle politiche di Francoforte. Perché anche una politica monetaria espansiva ha ben pochi effetti se unita a una politica fiscale restrittiva, come il caso dell’Europa ben spiega

Applausi per Draghi dopo il taglio ai tassi di interesse, portati da 0,5% a 0,25%. Le Borse sono salite, lo spread sceso, l’euro si è un po’ deprezzato verso dollaro e yen. Tutto bene, dunque? Non proprio. In realtà la mossa della Ecb è la spia di un problema ben più grave, anzi, è la conseguenza del fallimento sostanziale delle politiche di Francoforte. Come ben sappiamo, la Ecb è responsabile solamente della stabilità dei prezzi (e del sistema finanziario) e non si occupa di altre variabili macroeconomiche. Come la maggior parte delle altre banche centrali decide un livello di inflazione – inflation targeting – e usa gli strumenti a sua disposizione, liquidità e tassi di interesse, per ottenere un certo livello dei prezzi. Cosa però in cui ha ultimamente clamorosamente fallito, visto che l’inflazione programmata a livello europeo è del 2%, ma gli ultimi dati parlano dello 0.7%, con paesi come la Spagna che sono ormai in deflazione e l’Italia che si sta avviando sulla stessa strada, contribuendo a peggiorare la dinamica del debito.

Questo è il risultato di forze convergenti e correlate. Quasi tutte le altre grandi economie mondiali agiscono attivamente sul mercato della moneta: gli Stati Uniti con i quantitative easing hanno invaso di dollari il mercato mondiale. La Cina continua a manipolare il valore dello yuan per sopperire artificialmente all’eccesso di capacità produttiva, esportando merci e disoccupazione vero il resto del mondo. Anche la Banca del Giappone, con la Abenomics, ha preso un piglio decisamente interventista, svalutando fortemente lo yen per rilanciare l’industria nipponica. Davanti a tutto questo, la Ecb è rimasta sostanzialmente passiva, lasciando che l’Euro si apprezzasse contro tutte le principali valute, mettendo ulteriormente sotto pressione l’economia del Vecchio Continente. Per mesi non si è fatto assolutamente nulla, negando in fieri l’esistenza del problema. In fondo praticamente tutti i paesi europei stanno registrando surplus nella bilancia dei pagamenti, quindi il valore dell’Euro è equilibrato. Niente di più sbagliato: nei paesi mediterranei il surplus è soprattutto il risultato della depressione della domanda interna che ha portato ad un calo delle importazioni, ed infatti la produzione industriale in Italia è tuttora in discesa, altro che volano delle esportazioni. Eppure, nonostante questo, molti ed autorevoli membri della Bce – soprattutto, i tedeschi – si sono opposti al taglio di interessi sia in quest’ultima tornata, che in quella precedente.

Il problema, come sempre, è la disparità economica nell’area euro. L’euro è troppo forte per i Pigs, ed anche per la Francia – il livello critico del cambio dollaro/euro è stimato attorno a 1,24 per Parigii e 1,17 per Roma – mentre è entro livelli di controllo per la Germania – che andrebbe sotto pressione solamente attorno a 1,80ii. Nuovamente, l’Europa e le sue istituzioni non lavorano per il bene comune, ma ogni paese ha in mente solo i propri ristretti interessi, con Bundesbank e governo tedesco ancora ossessionati dall’inflazione e pronti ad opporsi ad ogni manovra inflattiva anche in una situazione di prezzi stagnanti e disoccupazione rampante.

Questo dovrebbe suggerirci che andrebbero ridiscussi sia il mandato della Ecb sia la sua governance, in cui alcuni black block del monetarismo tengono in ostaggio un intero continente. Allo stesso tempo, però, bisognerebbe ridiscutere anche il sistema complessivo delle politiche economiche. Pensare ora che un taglio di 0.25 punti possa rimettere in sesto l’economia reale è fuorviante e l’effetto sarà al più marginale. Gli strumenti in mano alle Banche centrali sono utili ma non sufficienti per risolvere la crisi. La grande liquidità data dalla Ecb alle banche nell’ultimo biennio non si è trasformata in un aumento del credito al settore non finanziario, anzi, tuttora in calo. Questo vuol dire che la moneta circola meno, contribuendo alla deflazione ormai vicina. Come mai? Da una parte c’è un problema di fondo nel sistema di incentivi e di monitoring delle banche che sono restie a finanziare l’industria, non sapendo valutare correttamente il rischio. Dall’altro, però, c’è carenza di domanda di denaro da parte del settore privato – chi investe durante la recessione? Dunque anche una politica monetaria espansiva ha ben pochi effetti se unita ad una politica fiscale restrittiva – come il caso dell’Europa ben spiega. Anche in America, però, gli effetti del quantitative easing sono misti. Vero, con un governo più accomodante, la crescita americana è stata decisamente più rapida di quella europea, ma con qualche problema: come ben spiegato da Saez e Pickettyiii, questa ripresa è finita nella quasi totalità nelle tasche dei più ricchi. Inoltre, l’eccesso di credito in presenza di domanda stagnante, ha provocato un surplus di liquidità che mette a rischio, nuovamente, la stabilità dei mercati finanziariiv.

Insomma, il credito è importante ma solo se si riesce a convogliarlo verso l’economia reale invece che verso quella finanziaria. Ritornando dunque all’insegnamento keynesiano che il settore privato è restio a spendere in periodi di crisi e che è dunque lo Stato che può riattivare un circolo virtuoso di investimento e crescita. Magari con i soldi delle Banche Centrali?

i Non a caso il Ministro dell’Industria francese, Arnaud Montebourg, ha recentemente sostenuto che un deprezzamento dell’euro del 10% salverebbe 150 mila posti di lavoro in Francia. www.telegraph.co.uk/finance/economics/10434431/ECBs-Draghi-stuns-markets-with-rate-cut-but-deflation-still-looms.html

ii Vedi il mio articolo su Liberazione, Cambiare Rotta: https://resistenzainternazionale.wordpress.com/2013/11/06/cambiare-rotta/

iii https://resistenzainternazionale.wordpress.com/2013/09/12/obama-e-la-ripresa-economica-per-i-ricchi/

iv http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100025974/jp-morgan-sees-most-extreme-excess-of-global-liquidity-ever/

Germania vs Europa

In Da altri media on 09/09/2013 at 23:11
 Si avvicinano le elezioni in Germania e si parla molto di una nuova vittoria della Merkel, sempre più probabile. Indubbiamente, qualora questo fosse il caso, sarebbe una pessima notizia per il resto d’Europa. I tedeschi hanno imposto l’austerity, la medicina più sbaglata per le economie in crisi. E hanno posto paletti dopo paletti alle operazioni della BCE che, nonostante qualche sforzo meritorio di Draghi, rimane la banca centrale più conservatrice del mondo, che non ha fatto quanto doveva per aiutare l’economia reale. Il motivo? Ancora una volta le pretese della Germania. Ne parla anche Guido Tabellini, uno dei cosiddetti Bocconi-boys, sul Sole24Ore. Della serie, anche il mainstream si è accorto che bisognerebbe inserire un’altra marcia…
SE LA BCE NON AVESSE I FRENI TEDESCHI
di Guido Tabellini
da Sole24Ore

Anche se in linea con le attese, la decisione della Bce di lasciare invariato il tasso di interesse conferma ancora una volta che l’area euro non riesce ad avere una politica monetaria adeguata alla sua grave situazione economica. Tra le grandi banche centrali, la Bce è l’unica a non avere abbassato a zero il tasso di interesse, e a non avere utilizzato tutti gli strumenti a sua disposizione per combattere la più profonda recessione del dopoguerra.

L’area euro sta lentamente uscendo da sei trimestri di crescita negativa. La capacità inutilizzata accumulata in questa lunga recessione manterrà la disoccupazione elevata ancora per molti trimestri, e anche nelle ipotesi migliori la crescita resterà modesta. Evitare di fare tutto il possibile per attenuare gli effetti negativi della recessione non è solo inefficiente. È anche e soprattutto rischioso. Il perdurare della stagnazione economica infatti prolunga la crisi finanziaria nei Paesi del Sud Europa e mantiene presenti i rischi di rottura dell’euro.
Perché allora un comportamento così anomalo rispetto a quello delle altre principali banche centrali? Le autorità monetarie europee si trincerano dietro il mantra che il loro mandato prioritario è la stabilità dei prezzi. Ma oggi il rischio è che i prezzi siano instabili verso il basso, non verso l’alto. Ad agosto l’inflazione dell’area euro è scesa a 1,3%, e la stessa Bce prevede che rimanga a questi livelli anche nel 2014, cioè ben sotto l’obiettivo del 2%. Anche l’obiettivo della stabilità dei prezzi spingerebbe verso una politica monetaria più aggressiva.

Un sondaggio uscito in questi giorni in Germania suggerisce una risposta più politica. Open Europe, un istituto di ricerca europeo, ha formulato varie domande sull’euro ai cittadini tedeschi. I risultati sono molto chiari. Una netta maggioranza pensa che l’area euro dovrebbe essere ristretta a un numero più piccolo di Paesi più simili tra loro, che il programma Omt annunciato dal presidente Draghi un anno fa sia incostituzionale, e che la Bce non debba adottare politiche più aggressive anche se questo fosse di beneficio per l’area euro nel suo complesso.
In teoria tutto questo non dovrebbe contare per una banca centrale indipendente, e il voto del governatore della Bundesbank dovrebbe valere tanto quanto quello del suo collega cipriota.

Ma sappiamo che non è così, e l’opposizione della Bundesbank a una politica monetaria più espansiva non può essere ignorata. Purtroppo la situazione non cambierà dopo le elezioni in Germania, perché gli atteggiamenti dell’opinione pubblica tedesca sono troppo radicati e diffusi. Molti tedeschi sono convinti che l’allargamento dell’euro a un numero così elevato di Paesi sia stato un grave errore, e che l’uscita di qualche paese del Sud Europa sia un evento probabile. E magari anche auspicabile, perché dopo qualche turbolenza si arriverebbe a un regime monetario più funzionale e sostenibile. Forse, dal loro punto di vista, non hanno tutti i torti. Gli effetti di questi atteggiamenti continueranno a farsi sentire sul processo di integrazione europea, a partire dall’Unione bancaria. Il primo a farne le spese sarà il nostro Paese. Non è facile rientrare da un debito pubblico sopra il 130% del Pil, con l’inflazione intorno all’1%, l’economia in stagnazione e un sistema politico bloccato. Ma se ci riusciremo sarà solo grazie ai nostri sforzi, perché dall’Europa non riceveremo alcun aiuto.

L’ossessione monetarista dei conti in ordine

In Editoriali on 03/05/2013 at 22:27

di Nicola Melloni
da Liberazione

Mario Draghi ha ieri abbassato i tassi al loro minimo storico, lo 0.5%. La Bce sta facendo tutto o quasi quello che può per rilanciare l’economia europea. Il problema è che può davvero poco. Tagliare i tassi, in generale, non è sbagliato. Certo è meglio di alzarli, come fece il predecessore di Draghi, Trichet, che riuscì nell’impresa non facile di riuscire ad alzare il tasso di interesse nel mezzo della crisi, perché ossessionato dall’inflazione, inesistente, mentre la disoccupazione andava alle stelle.
Avere tassi più bassi vuol semplicemente dire avere denaro a basso costo, si tratta dunque di un incoraggiamento per le imprese a prendere denaro a prestito dalle banche ed investire. Il taglio dei tassi dunque si inserisce nella stessa direzione dei quantitative easing, della liquidità data alle banche nel corso dell’ultimo anno. Più cash in giro, costo del denaro più basso, più possibilità per le imprese. Purtroppo però, come abbiamo spiegato recentemente, il costo del denaro non è certo l’unica ragione a motivare le decisioni di investimento. Lo si è visto clamorosamente in quest’ultimo anno. Le banche sono piene di contante eppure questo non raggiunge l’economia reale.
In effetti, con i consumi in crollo, la disoccupazione alle stelle, la recessione che continua a mordere, pensare di agire solo sul supply side – sul lato dell’offerta – non ha molte possibilità di successo. In una situazione di liquidity trap, trappola della liquidità, la politica monetaria diventa inefficace nel rilanciare l’economia reale. I tassi sono ormai a zero, l’effetto di stimolo sul settore privato è nullo.
Per uscire dalla crisi, dunque, sono indispensabili tipi diversi di intervento. Il primo dovrebbe essere l’investimento pubblico. L’abbassamento dei tassi di interesse – che non a caso ha portato ad una ulteriore riduzione dello spread (ormai ovviamente slegato dall’economia reale) – potrebbe avere un effetto positivo se i minori costi di indebitamento dello Stato si traducessero in un rilancio della spesa pubblica. Questa servirebbe a rimettere in moto un ciclo positivo di investimenti ed ad aumentare la domanda aggregata.
Allo stesso tempo lo Stato dovrebbe sostenere la domanda privata, capovolgendo appunto l’idea che si esce dalla crisi solo dando soldi alle imprese. Demand side, invece di supply side: sostegno ai consumi delle famiglie, aumento dei salari, reddito di cittadinanza, soprattutto incremento dell’occupazione. Si tratta cioè di far ripartire l’economia reale, l’unica maniera per ridare fiducia al settore privato e rilanciare gli investimenti.
In concreto, vuol dire buttare al mare la folla idea che i conti in ordine siano il mezzo per uscire dalla crisi. E’ vero esattamente il contrario: in periodi di recessione lo Stato deve intervenire con politiche anti-cicliche, indebitandosi. Letta e soci continuano ad insistere sul mantra del non lasciare debiti alle future generazioni. Ma l’indebitamento, necessario, presente, può e deve essere riassorbito quando l’economia sarà in crescita, le tasse aumenteranno e non ci sarà bisogno dello stimolo pubblico. Cercare, inutilmente per altro, di tenere in ordine i conti ora, vuol dire lasciare un debito ben più pesante alle generazioni future: quello della povertà.