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S&P’s affonda Hollande

In Capitalismo on 08/11/2013 at 16:54

di Nicola Melloni

Si sono scandalizzati i francesi, soprattutto i loro politici, per il declassamento del debito operato da S&P’s. Come sempre accuse di politicizzazione del giudizio, di non vedere quanto di buono fatto dal governo, e così via.

Più volte abbiamo criticato il metro di giudizio delle rating agencies, e con buone ragioni. Ma in questo caso mi sembra che non ci sia nulla di scandaloso nel declassamento francese. Anzi, Hollande se l’è proprio cercato. Il Presidente francese si è fatto eleggere l’anno scorso promettendo di farla finita con l’austerity tedesca, magari guidando una alleanza di paesi latini. Ha però poi fatto esattamente il contrario di quanto promesso, inginocchiandosi davanti a Frau Merkel.

Con risultati disastrosi. L’anno scorso la Francia ha usato dosi da cavallo di austerity, che come al solito ha portato risultati opposti a quelli sperati. La stretta fiscale è stata massiccia – quasi il 2% del PIL – ma il deficit anche per quest’anno sarà superiore al 3%  deciso in sede europea, anzi sarà vicino al 4%. Il debito cresce. E la disoccupazione è aumentata di 370mila unità. La situazione economica è, in poche parole, disastrosa.

Questi sono i risultati del tradimento del mandato elettorale, questi sono i risultati dell’austerity. E dunque la bocciatura di Hollande e dei socialisti francesi è più che giustificata.

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L’Italia in ginocchio

In Editoriali on 19/07/2013 at 08:29

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Se la prendono tutti con noi. In una settimana l’Italia e la sua economia sono state bocciate senza pietà da agenzie di rating, Ocse, Istat e ora Banca d’Italia, un vero disastro.
Del declassamento di Standard&Poor’s avevamo già parlato. A questo, in brevissimo tempo si è aggiunto il rapporto Ocse che fotografa un Paese precario e senza lavoro, con produttività bassissima e che fa peggio della maggioranza delle altre economie “avanzate” che sono pure tutte in difficoltà. Poi l’Istat, povertà in aumento, indegna di un paese civile. Ed infine la Banca d’Italia che certifica un ulteriore peggioramento della recessione, con la crescita economica stimata a -1.9% per quest’anno. Dal prossimo anno, dicono, si dovrebbe tornare a crescere, storiella già sentita negli ultimi due anni, una speranza legata più a scaramanzie e preghiere che a dati di fatto.
Sono tutti dati legati tra loro che ci aiutano a capire bene la situazione economica e sociale. Un paese in recessione continua dopo anni di stagnazione. Un governo totalmente insensibile alla situazione sociale ed economica, con l’unico obiettivo dei conti in ordine, costi quel che costi. E quel che costa, per essere esatti, è l’austerity che aggrava la recessione, che aumenta la disoccupazione e la precarietà, che aumenta a sua volta la povertà. Che infine peggiora nuovamente la recessione.
E’ l’avvitamento classico delle crisi economiche che già John Maynard Keynes, a suo tempo, aveva così ben efficacemente descritto. In Europa, e non solo, si continua a sperare che le forze del mercato rilancino la crescita seguendo una logica vetero-liberale: disoccupazione in aumento vuol dire salari in ribasso e dunque costi minori per gli imprenditori; allo stesso tempo il fallimento di molte imprese libera risorse e spazio per nuovi imprenditori. In entrambi i casi ci si aspetta un nuovo ciclo di investimenti in quello che schumpeterianamente potrebbe essere definito come processo di distruzione creativa, che va favorito flessibilizzando ulteriormente il mercato del lavoro – i salari devono scendere ancora, le garanzie devono essere ulteriormente ridotte.
Il classico ritorno della cosiddetta supply-side, rilanciamo l’offerta grazie a costi minori e nuove opportunità di investimento e tutto si rimetterà a posto, come per magia. La nuova offerta creerà da sola la domanda per i nuovi beni e servizi. Rimane un dubbio: in un paese povero, senza occupazione, senza nessuna sicurezza per il futuro, chi dovrebbe consumare? E dunque, perché si dovrebbe produrre?
Per combattere la crisi, lo abbiamo detto millanta volte, bisogna sostenere la domanda, ed invece si fa l’esatto opposto. L’obiettivo principale sono i conti in ordine, ma quali conti? Solo il deficit, mentre altri parametri, dalla crescita all’occupazione pare non siano neanche presi in considerazione. Ed una nuova bella iniezione di flessibilità, la medicina salvifica, secondo l’Ocse e i suoi cantori italiani. Flessibilità che dovrebbe portare ad un aumento di produttività mentre è vero esattamente il contrario, soprattutto nel caso italiano. In una struttura industriale di piccole dimensioni, con scarso accesso al credito e strategie organizzative mediocri, la flessibilità ha portato semplicemente ad un super-sfruttamento del lavoro che ha sostituito sia l’investimento in capitale umano che la ricerca e lo sviluppo del prodotto. Risultati? Si crea sempre meno ricchezza, la ricchezza prodotta è distribuita in maniera sempre più ineguale, la povertà è in aumento, i consumi e la domanda – e dunque la crescita – sono stagnanti.
Tutta colpa della crisi? Tutt’altro. Piuttosto la crisi è conseguenza di questi fenomeni in atto da oltre vent’anni. Aggravati dalla caduta della domanda mondiale e dal credit crunch, ma connaturati tanto nella direzione assunta dall’economia internazionale negli ultimi decenni quanto nella sua applicazione, disastrosa, alla realtà economia italiana. I numeri sono davanti a tutti, impietosi. Bisognerebbe imparare a leggerli.

S&P’s ci declassa ma le soluzioni proposte sono vecchie

In Editoriali on 11/07/2013 at 07:03

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ma come? Appena la settimana scorsa l’Europa ci aveva promossi, Letta festeggiava in pubblico i successi del governo, e, ancora una volta, ci avevano detto che la crisi stava ormai passando, che la crescita era dietro l’angolo, che finalmente avevamo più strumenti per far ripartire l’economia. Tempo sette giorni, e arriva la doccia fredda del rating. S&P’s ci declassa, con i nostri titoli che si avvicinano pericolosamente al livello spazzatura.
Come mai? Intanto la UE è preoccupata soprattutto del deficit – una misura annuale, per sua natura variabile e che si dovrebbe adattare alle circostanze macroeconomiche del momento. Le agenzie di rating, invece, sono preoccupate della sostenibilità del debito. Ed il debito in questi anni è aumentato, non diminuito. Perché? Essenzialmente perché siamo in continua recessione, come in effetti confermato da Standard&Poor’s che prevede una contrazione vicina al 2% anche per il 2013, il prezzo che i governi Monti e Letta hanno deciso di pagare per star dietro alle frenesie dell’Europa.
S&P’s se la prende in particolare con due aspetti che secondo loro contribuiscono in maniera decisiva al declino italiano. Uno, la pochezza della politica. In questo caso riservano all’Italia lo stesso trattamento usato per Washington un paio di anni fa, quando non si trovava accordo tra Repubblicani e Democratici su come ridurre il debito. In effetti, qualsiasi osservatore serio non può non notare come l’attuale governo di coalizione sia in realtà un pollaio dei più beceri. Brunetta che spara contro Saccomanni, il PDL che minaccia la crisi sull’IMU, il PD che si barcamena sull’IVA. In tre mesi di governo si è per ora solo riusciti a rimandare le decisioni sulle tasse. Non proprio un segnale di stabilità e di compattezza politica.
Il secondo capo d’imputazione per l’Italia è la scarsa competitività. La critica di S&P’s riprende quasi interamente il rapporto dell’OECD sulla dinamica della produttività nel nostro paese, nettamente inferiore alla media dei paesi dell’area Euro, un divario cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi due decenni. Un paese poco competitivo, quindi incapace di crescere, quindi con un debito pubblico fuori controllo – ci sarebbe bisogno di un avanzo primario pari al 5% del PIL per far calare il debito, una cifra assolutamente fuori portata. Alcune delle considerazioni di S&P’s sono condivisibili: il cuneo fiscale rimane altissimo e questo influisce negativamente sul costo del lavoro. Invece di tassare le rendite, invece di mettere una vera tassa sulla ricchezza – altro che l’IMU attuale, che è un provvedimento parziale e quindi in parte controproducente – si continua a tartassare il lavoro e le attività produttive.
La seconda parte delle raccomandazioni di Standard&Poor’s sono però una ennesima tiritera contro il mondo del lavoro. Il mercato del lavoro, si dice, è ancora troppo rigido e questo è confermato dalla viscosità dei salari che non sono diminuiti abbastanza da quando è cominciata la crisi, come invece in altri paesi europei, tipo l’Irlanda – o come in America, come riportato su questo giornale soltanto ieri. Ci viene cioè detto che, con la produttività in calo a causa della crisi, i salari dovrebbero ridursi in maniera sostanziale per mantenere la competitività del paese, quanto appunto predicato dall’OECD nel suo rapporto.
Una analisi povera e che ignora alcuni elementi di fondamentale importanza. Innanzitutto ci si dimentica che i salari reali sono rimasti sostanzialmente immutati dall’inizio degli anni 90, mentre negli altri paesi erano cresciuti notevolmente. Se anche è vero che negli ultimi anni i salari sono calati meno della produttività, non è certo da questo che nasce la nostra scarsa competitività.
Bisognerebbe concentrarsi sul mondo dell’impresa, incapace di innovare, e su quello della ricerca, costantemente tartassato dai vari governi succedutisi nella Seconda Repubblica. Ed al contempo bisognerebbe pensare a come aumentare l’investimento in capitale umano, uno dei nodi cruciali della produttività, danneggiato enormemente dalla continua precarizzazione del lavoro.
Inoltre S&P’s decide di concentrarsi solo su alcune variabili, ignorandone altre. Si può davvero pensare di rilanciare la crescita diminuendo i salari reali e quindi comprimendo i consumi? Il modello continua ad essere quello tedesco dello scorso decennio, dimenticando però un piccolo particolare: che dieci anni fa l’economia mondiale tirava, che il Sud Europa cresceva ed assorbiva gli export tedeschi. Ora il quadro macroeconomico è completamente diverso, caratterizzato da una recessione europea e una economia mondiale stagnante. Rilanciare la produttività riducendo la domanda non avrebbe altro effetto se non quello di provocare un ulteriore avvitamento della crisi.