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Adolfo Suárez e la Marcia della Dignità

In Fin de parti(e) on 23/03/2014 at 10:40

suárez

di @MonicaRBedana

Cala a manganellate il crepuscolo su Madrid, questo sabato di fine marzo in cui 50.000* persone sono scese in piazza, strette sotto il bandierone della Plaza de Colón, decise nel passo della Marcia per la Dignità. Poco lontano dal tramonto infuocato del centro della capitale, in un letto di ospedale si spegne anche la luce limpida di Adolfo Suárez, il Presidente che guidò la Transizione del Paese verso la democrazia.

Coincidenza epica e tragica al tempo stesso, come lo fu l’intera vita del Presidente, come mi appare ora tutta la storia di questa giovane democrazia. Gli spagnoli in piazza, tutti, senza etichette, sigle o lottizzazioni, uniti nella diversità e molteplicità delle rivendicazioni, a protestare contro i tagli alla sanità, all’istruzione, contro gli sfratti violenti di chi non può più pagare i mutui delle banche, per il diritto all’aborto, contro l’ennesima colata di cemento su Gamonal, a Burgos, contro la perdita o la precarietà del lavoro, risoluti nel volersi riprendere il futuro di quel 50% di giovani disoccupati senza speranza, ma anche di chi, licenziato a 50 anni non ha alternative e con un piede ha già varcato la soglia della povertà.

Gli spagnoli in piazza a chiedere dove sia finita la democrazia che Suárez era stato in grado di garantire loro liquidando il franchismo con una sola legge, elaborata, sottoposta a referendum e approvata in poco più di un anno. La democrazia della Costituzione del ’78, quella che resiste indomita al colpo di Stato del 23 febbraio 1981, scudata proprio dal corpo immobile di Suárez in Parlamento, quando tutti ormai, perfino il Re, lo avevano già lasciato solo da un pezzo.

Nell’universo dell’inconsistenza politica degli Hollande, gli Obama, i Blair, della velocità come principio di Renzi, la figura di Adolfo Suárez, la sua preclara idea di democrazia, il suo senso profondo dello Stato, giganteggia. Giovane, veloce, senza smentite. I contorni precisi, le dimensioni esatte della sua opera politica non sono ancora stati riconosciuti e valutati abbastanza. Coglietene l’essenza nell’anatomia di quell’ istante tracciato da Javier Cercas nel suo libro, l’istante infinito a cui corrisponde la fotografia qui sopra.

Un Presidente partorito col cesareo dalla dittatura che riesce a farsi rimpiangere da tutta la sinistra, senza note discordanti. Nei suoi riguardi, dopo le dimissioni dell’ ’81, si è sempre nutrita quella nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, ed è un po’ la stessa che in questi giorni, come ogni anno a inizio primavera, da questo lato delle Alpi sentiamo per Berlinguer.

Suárez è anche un uomo che come pochi ha conosciuto il dolore in ogni suo alveolo, nelle vicende personali e familiari. E al suo modo di vivere la tragedia, quella che gli ha portato via gli amori più grandi e la memoria, c’è una sola parola da associare e, per una volta, non stride di abuso: dignità. La parola di cui gli spagnoli cercano il significato smarrito occupando la piazza, l’omaggio migliore al Presidente Suárez che se ne va,  la staffetta ideale per la fiaccola della conquista della democrazia, che rischia di spegnersi .

*Queste le stime ufficiali nella serata del 22 marzo. Le foto raccontano ben altre cifre.

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Spagna, legge sull’aborto: orrore di donna e di cittadina

In Fin de parti(e) on 20/12/2013 at 23:40

Di @MonicaRBedana

È un pungolo infilzato nel ventre quel che ho sentito alla notizia dell’approvazione della nuova legge sull’aborto del Governo Rajoy. Un male fisico.

Perfino il nome della legge, di “Protezione dei diritti del Concepito e della Donna Incinta”, è pacchiano; soprattutto in un Paese che i diritti se li è visti ammazzare tutti negli ultimi cinque anni. È un bagno caldo di dittatura franchista, un sostanziale ritorno alla legge del 1985: l’aborto per le donne non è più un diritto ed è consentito solo in caso di violenza sessuale e di rischio estremo per la vita della madre. In caso di malformazione del feto, invece, l’aborto sarà consentito solo se la malformazione è tale da essere “incompatibile con la vita”. Le minorenni torneranno ad abortire se lo vorranno i genitori e tutto il personale medico potrà esercitare l’obiezione di coscienza.

È una legge che affonda ulteriormente la lama del bisturi nella carne viva della disuguaglianza: i ricchi, che spesso sono anche quei falsi moralisti che votano PP alle elezioni, prenderanno un aereo e andranno ad abortire in ottime cliniche all’estero, come ai tempi di Franco. I poveri, bestie clandestine come certi immigrati dei CIE, si faranno ammazzare le viscere dalle mammane.

È una legge che obbliga le donne a mettere al mondo figli discapacitati proprio quando lo stesso Governo che l’ha promulgata toglie gli aiuti alla discapacità e alle famiglie in nome del patto di stabilità.

È l’ennesima prova dello scollamento assoluto di chi ci governa dalla realtà sociale del Paese; anzi, è l’evidenza che ci governano contro, che ci governano addosso. Provo orrore di donna a sentirmi dire che non sono più libera nel mio corpo. Ma, forse prima ancora, provo orrore di cittadina.

Proteggiamo i traduttori afgani (da noi stessi)

In Fin de parti(e) on 03/10/2013 at 10:22

Di @MonicaRBedana

Ieri le forze armate spagnole hanno abbandonato definitivamente la base di Qala-e-Naw, in Afghanistan. Il Paese ora è in grado di badare a sé stesso, vogliono farci credere, dopo una lunghissima invasione senza scuse, senza perdono. Alle spalle si lasciano la stessa miseria, la stessa insicurezza feroce di quando vi approdarono e una quarantina di traduttori, prima indispensabili e ora perfettamente prescindibili; l’occidente in questi casi parla una lingua a tutti incomprensibile, lo sappiamo.

Quaranta persone completamente integrate nella base spagnola dopo anni di servizio, abbandonate al loro destino quando si decide di levare le tende. Alcuni traduttori hanno potuto trasferirsi altrove nel Paese, ma la vita di altri è in pericolo perché  considerati collaboratori degli invasori dai talebani e da una parte della popolazione.

Altri Paesi facenti parte della missione in Afghanistan hanno portato con sé i loro traduttori quando han lasciato libero il campo; la Spagna si è opposta in un primo momento alla concessione dell’asilo politico ed ora, dopo le pressioni dell’opinione pubblica sul Governo ed il Ministero della Difesa, dice di avere approntato un programma di accoglienza. Un programma rimasto talmente segreto che perfino ai diretti interessati non ne sapevano nulla. Ora pare che l’ambasciata spagnola a Kabul stia accogliendo le richieste di asilo in un clima di ostruzionismo, di indisponibilità alla collaborazione. E a me sembrano lontani anni luce gli anni dell’Alleanza delle Civiltà voluta da Zapatero, l’idea strampalata di Bambi di impegnarsi con continuità nel dialogo col mondo.

E’ il paradigma dell’Afghanistan che dovremmo tener presente ogni volta che ci sfiora l’idea dell’intervento armato in Siria o in qualsiasi altra parte del mondo. Non siamo nemmeno in grado di prenderci cura di una manciata di vite di cui, in tempo di guerra, ci siamo serviti; come possiamo pensare che la stessa guerra serva per mettere al sicuro milioni di civili.

I nostri migliori amici yankee

In Internazionale on 01/07/2013 at 08:18

Prosegue sui media lo stillicidio di informazioni riguardanti le operazioni dell’agenzia di spionaggio statunitense NSA, fornite da Edward Snowden, già dipendente dell’agenzia ed ora bloccato a Mosca, in attesa di poter raggiungere un paese in cui richiedere asilo politico. Le ultime rivelazioni apparse questo fine settimana sui quotidiani riguardano le operazioni di spionaggio ai danni delle rappresentanze diplomatiche di alcuni paesi a Washington e presso le Nazioni Unite, a NewYork, ed anche alcune sedi di rappresentanza della UE. A conferma di quanto emerso qualche settimana fa e passato rapidamente sotto silenzio dopo il solito corollario di dichiarazioni stupite da parte dei governi, il governo statunitense controlla sistematicamente le comunicazioni e le attività di paesi suoi alleati europei all’interno della NATO, attraverso cimici e microspie collocate all’interno delle sedi diplomatiche e antenne per intercettare i colloqui, come nei film polizieschi. Addirittura, lo spionaggio delle riunioni ministeriali ed internazionali tenute nel palazzo Justus Lipsius a Bruxelles avveniva dal prossimo palazzo della NATO, organizzazione militare che include tra i propri membri alcuni dei paesi posti sotto controllo dagli USA. Al momento le nazioni europee vittime dello spionaggio incluse negli elenchi resi pubblici sono Francia, Grecia ed Italia sebbene potrebbero esser di più i paesi coinvolti.
Sebbene la Germania non risulti al momento tra gli obiettivi dell’opera di spionaggio “amico” il Ministro della Giustizia tedesco Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ha dichiarato che quanto emerso in questi giorni, qualora confermato, ricorda l’epoca della Guerra Fredda; un paragone che dovrebbe far porre ai governanti europei quesiti sulla natura dell’alleanza con gli USA. Se infatti il conflitto a bassa intensità con il nemico rosso, l’URSS, giustificava agli occhi degli anticomunisti le ingerenze d’oltre oceano nelle questioni interne delle nazioni europee, con gli estremi casi del supporto alla dittatura greca (1967/74) ed dell’aiuto logistico alle organizzazioni che per quindici anni effettuarono opera di destabilizzazione politica tramite la Strategia della Tensione, oggi non sembrerebbe esserci una reale motivazione nello spionaggio di paesi nominalmente amici ed alleati militarmente nella NATO. Quale rischio concreto starebbero evitando gli Stati Uniti con lo spionaggio di stati amici? Considerato che da una dozzina di anni il nemico conclamato della democrazia e della libertà incarnati dal modello statunitense è l’integralismo islamico, in che modo il controllo dei tre paesi europei citati sopra servirebbe alla causa? Il tutto può avere un senso se si cambia paradigma; quello instauratosi dopo il 1945 non sarebbe un’alleanza tra pari, una collaborazione tra paesi amici, bensì una forma di protettorato.
Riprendendo un post di qualche giorno fa, il re è nudo, ci viene ancora una volta ripetuto, ma la convenienza politica rende le nostre classi dirigenti sorde.

La crisi della libertà di stampa

In Da altri media on 03/06/2013 at 10:16

L’abbiamo chiamata crisi di sistema e non ci siamo sbagliati. L’economia spronfonda e con quella la nostra democrazia. Non a caso sono ormai diversi i paesi europei dove il grado di libertà di stampa è in netto declino. Dell’Italia sappiamo benissimo e potevamo immaginare che una situazione simile ci fosse ormai anche in Unghiera, che si sta velocemente trasformando in una dittatura soft alla russa. Ma le cose stanno peggiorando sensibilmente anche in Grecia e in Spagna, non a caso proprio nei paesi dove la crisi si fa sentire più dura. Una crisi che rischia di ripotarci indietro di decenni.

THE EUROPEAN ECONOMIC CRISIS HAS COINCIDED WITH A DECLINE IN THE PRESS FREEDOM IN THE EU
di Jennifer Dunham e Zselyke Csaky
da LSE Blog

In the half decade since the beginning of the economic crisis, global press freedom has declined, and the EU has been no exception to this trend. Reporting on a new survey on press freedom, Jennifer Dunham and Zselyke Csaky find that Greece and Hungary have experienced large declines in press freedom in recent years, with Lithuania, Latvia and Spain also seeing falls. They write that the economic crisis has exacerbated deep-rooted problems across Europe’s media environments leading to a decline in print media circulation and diversity, as well as a greater concentration of media ownership.

Each year in May, Freedom House, a Washington, D.C.–based institute that specializes in research on global democracy, issues a report on the condition of press freedom around the world. The most significant—and disturbing—finding of Freedom of the Press 2013: A Global Survey of Media Independence was that the proportion of the global population that enjoys a free press continued to decline in 2012, falling to less than one in six, its lowest level in over a decade. The press freedom score in the European Union (EU), traditionally one of the world’s best-performing regions, also fell victim to this negative trend, with a further drop in the regional average and declines in both the old member states and those that joined the bloc in 2004 or later.

The year 2012 featured a notable deterioration in Greece and more moderate declines in Spain and other nations. This comes on the heels of a steep decline in Hungary’s score in recent years, and ongoing problems in Italy, Latvia, and Lithuania. As governments and media sectors felt the impact of the economic crisis that began in 2008, the state-run and private media suffered staff and salary cuts, declines in advertising revenue, and even the closure of outlets. This in turn had the effect of exacerbating existing problems, such as declining print circulation, the concentration of media ownership, decreasing print media diversity, and expanding influence on content by political or business interests.

Figure One – Average Press Freedom Scores in the EU, 2008–12

Media Freedom Fig 1

Scores are on a scale of 0–100, with 0 as best and 100 as worst. Categories: Free (0-30), Partly Free (31-60), and Not Free (61-100).

Greece’s score decline was the largest in the region in 2012. It fell from 30 to 41 on the survey’s 100-point scale, triggering a change in the country’s press freedom status, from Free to Partly Free. (The third category in the three-tiered system is Not Free.) While Greek society as a whole suffered from economic and political turmoil, the Greek media endured widespread staff cutbacks and some closures of outlets. Journalists also faced heightened legal and physical harassment and pressure from owners or politicians to toe a certain editorial line. These factors damaged the media’s ability to perform their watchdog role and keep citizens adequately informed about election campaigns, austerity measures, corruption, and other critical issues.

In one prominent example, journalist Kostas Vaxevanis was arrested and charged with violation of privacy for publishing the so-called Lagarde List of prominent Greek citizens who had transferred funds to Swiss bank accounts, allegedly to avoid paying taxes in Greece. Although he was initially acquitted, he currently faces a retrial. Furthermore, there were cases of politically motivated firings and suspensions at both state and private media. Journalists were physically attacked while covering protests against government-imposed austerity measures, and targeted by the far-right Golden Dawn party.

The media environment in Spain has also suffered as a result of the economic crisis and a related series of austerity measures, with its score declining from 24 to 27 points in Freedom of the Press 2013—still in the Free range. Media diversity was affected as the advertising market contracted and a number of outlets closed, cut staff, or reduced salaries. Since 2008, 57 media outlets have closed, around one-sixth of the country’s journalists have lost their jobs, and those who remain receive only about half their precrisis salaries. Público, a left-leaning daily aimed at younger readers, stopped printing and switched to an online-only format in February 2012, leaving El País as the only major left-leaning newspaper in print. In addition, several journalists and staff at RTVE, the state-owned broadcaster, were removed after voicing criticism of the government’s controversial austerity policies. These developments raise significant concerns about political influence over content and a lack of diverse viewpoints in the mainstream media.

Latvia’s score has fallen to 28, three points shy of the Partly Free category. Declining advertising revenues since 2008 have caused media outlets’ budgets to shrink, resulting in tabloidization and the use of recycled content. Forced to search for new sources of income, some outlets have engaged in the questionable practice of “hidden advertising,” in which paid content is improperly disguised as news. While the country’s economic recovery has accelerated in the past two years, media ownership is becoming increasingly concentrated. Apart from economic problems, political interference in editorial policies has raised concerns, and the country is battling a growing trend of violence against journalists. The 2010 murder of newspaper owner Grigorijs Ņemcovs remains unsolved, and last year another journalist reporting on corruption and organized crime was badly beaten and shot at.

Figure Two – Largest Score Changes in the EU, 2008–12

Media Freedom Fig 2

Latvia’s Baltic neighbor, Lithuania, was also severely hit by the economic crisis, and its media sector suffered similar setbacks, though it is still ranked comfortably in the Free category. While the economy is currently performing well, Lithuania’s media and advertising sectors have not yet caught up. Media ownership has grown more concentrated over the last several years, and the industry’s recovery has been hampered by rising taxes on media outlets. Banks are barred by law from owning media, but many institutions work around those restrictions by maintaining media holdings through intermediaries, and newspapers controlled by financial institutions often demonstrate bias toward their owners. A number of politicians also have ownership stakes in media outlets.

Figure Three – Press Freedom Scores for Selected Countries, 2008–12

Media Freedom Fig 3

Italy did not suffer a decline in score for 2012, but it has been a regional outlier since 2008, when it fell into the Partly Free range due in large measure to the disproportionate influence of one man—then prime minister Silvio Berlusconi—over the country’s media. Berlusconi is a major private media owner, and his political position gave him control of the state-owned media as well, including influence over the appointment of directors and key journalists. While his resignation in November 2011 effectively decreased media concentration, Italy’s score did not improve significantly. It remained at 33 in 2012, with a Partly Free status, due in part to pressures from the economic crisis. Working conditions for journalists have become difficult in recent years; those with a full-time contract constitute only 19 percent of the workforce, and there is a significant pay gap between professional and freelance journalists. Those hoping to work full-time for one of the major outlets need a license from the journalists’ association, the Ordine dei Giornalisti, and obtaining one entails a lengthy and costly procedure. Other problems include the influence of political parties over nominations to the public broadcaster and the regulatory authority. This infamous phenomenon is called lottizzazione, or “dividing the spoils” between parties, and has long plagued Italian politics. Journalists also face physical threats or attacks from organized crime networks. In one case, investigative journalist Roberto Saviano has lived under 24-hour police protection since publishing the book Gomorrah, about the Neapolitan mafia, in 2006.

Hungary also avoided further score declines in 2012, but it fell precipitously over the previous three years—from a Free environment with a score of 21 in 2009 to Partly Free with a score of 36 in 2011. And as in Italy, the problems in Hungary cannot be attributed to economic factors alone. Press freedom has eroded in the legal and political areas under Prime Minister Viktor Orbán, who took office in 2010. His government adopted a new media law that provided for content restrictions and heavy fines; evidence emerged of a politically motivated licensing procedure that caused a critical radio station to lose its frequencies; and reports of censorship and self-censorship increased, especially at the public broadcasters. A series of rulings by the country’s Constitutional Court and legal amendments to meet objections from the European Commission have mitigated the impact of the government’s initiatives. For example, most of the content requirements in the media law have been removed, and a more balanced appointment procedure has been introduced for the head of the Media Authority. Moreover, the critical radio station, Klubradio, got back its frequency after an almost three-year court battle. Nevertheless, several problematic legal provisions remain in place. Media outlets (including online and print) still have to register with the Media Authority, for instance, and they can still receive large fines for violating human dignity or “discriminating against any nation.”

The relatively young democracies of the EU’s east and south have endured the worst press freedom setbacks in recent years, but even leaders of the democratic world like the United Kingdom are not without problems. The country’s libel laws heavily favor the plaintiff, resulting in significant “libel tourism,” though reforms enacted in 2013 appear to be a step in the right direction. Press freedom advocates are less satisfied with the conclusions of the November 2012 Leveson report, which suggested the adoption of statutory press regulations to solve the ethical crisis revealed by a scandal over illicit phone hacking by journalists. The use of superinjunctions also poses a threat to freedom of expression; these court-issued gag orders are an excessively powerful tool in the hands of those who can afford the legal expertise to secure them. Another issue that sets the United Kingdom apart from the best-performing European countries is the persistence of occasional attacks and threats against journalists, especially in Northern Ireland. 

The economic crisis has shed light on, and often exacerbated, deep-rooted problems in the media environments of Europe. These include the cozy relationships between politicians and media owners, government hostility toward critical reporting, and violence against journalists in the course of their work. However, the EU still easily outperforms the world’s other regions, and the recent decline in press freedom has been recognized by European policymakers. As governments contemplate an appropriate response, journalists across Europe are already turning to new media as an outlet for their work. The proliferation of digital media—whether online versions of newspapers, purely web-based news organizations, internet broadcasters, or individual blogs—serves to counteract the contraction of the print sector and often frees journalists from the restrictions and conflicting interests of large public or commercial institutions. In addition to addressing the problems affecting the media offline, policymakers will need to ensure that the legal, political, and economic freedom of online journalism is adequately protected, so that it can evolve into a robust alternative to traditional sources of unbiased information and in-depth investigative reporting on the key issues facing the public.