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Chi tutela i lavoratori dello spettacolo?

In Da altri media on 17/12/2013 at 14:30

di Simone Rossi

Ogni giorno sui nostri mezzi di comunicazione siamo invasi dalle immagini e dai suoni della società dello spettacolo. Cantanti ed attori sono conosciuti ed idolatrati da milioni di persone sul pianeta, mentre rimangono nell’ombra le migliaia di persone che con il proprio lavoro contribuiscono alla buona riuscita dei loro spettacoli: coreografi, costumisti, ballerini, vocalisti, registi… Tutti lavoratori, spesso sottoposti a ritmi serrati o esclusi dalle norme che tutelano la salute e garantiscono una protezione sociale. Sul quotidiano statunitense The Nation é recentemente apparso un articolo che narra della vicenda dei ballerini di supporto allo spettacolo del cantante Justin Timberlake che dopo mesi di lotta e di negoziati sono riusciti ad ottenere migliori condizioni contrattuali, inclusa la copertura sanitaria privata e quella previdenziale. Un risultato ottenuto grazie alla pertinancia di questi giovani lavoratori ed al sostegno dato alla loro lotta da alcune migliaia di cittadini e che potrebbe essere un apripista per la definizione di un contratto di categoria.

Riporto l’articolo di seguito.

Justin Timberlake’s Union Tour

Di Jessica Weisbergon

Da The Nation

Dana Wilson, a back-up dancer on Justin Timberlake’s 20/20 Experience World Tour, moved to Los Angeles from Aurora, Colorado, when she was 18. She’s in her mid-20s now and has started to think about her pension. Tours like Timberlake’s can go on for months, even years, and backup dancers typically lose their SAAG-AFTRA union benefits while on the road.

Before the tour started, in November, Wilson and the other dancers decide to demand a union contract—a touring contract has existed since 2006, but no dancer has ever been covered by it (though back-up singers for James Taylor, Reba McEntire, Martina McBride, Blues Traveler, Josh Groban and Jefferson Starship have). “A few of us have healthcare and pension plans through a spouse, but we thought it was important for not just us but for dancers in the future,” said Wilson, whom I spoke to from the lobby of her hotel in Indianapolis. She had just checked out of her room and had an hour until she had to be at that evening’s venue, the name of which she could not remember. She performs four times a week, dancing on wood, metal and Plexiglas. “It’s virtually the same as dancing on concrete,” Wilson said. “It could take its toll.” There’s a moment in the show—she didn’t want to give away too many details—where the stage expands into the audience while the dancers are not secured. “I still get nervous,” Wilson said. “It’s not a situation that a normal worker would be put in.”

The negotiation took months and was nerve-wrecking at times. “Tours are very sought after jobs for dancers,” Wilson said. “But ultimately, what’s more important than having a cool job is being able to work for a long, long time.” She had also performed in Timberlake’s Future Sex/Love Show tour, in 2007, and was worried that her activism might create friction with her old boss. “On tour, you’re a close family, you don’t ever want to be a thorn in anyone’s side or be ruffling feathers,” Wilson said, “but at a certain point it is really worth it to ruffle a few feathers.” The six back-up dancers had support from the wider community; at the peak of their negotiations, they hosted an event at the Avalon club in LA that more than 1,000 people attended. “I heard the applause that night and I knew we weren’t in trouble and we were in the right place at the right time to make a change,” Wilson said.

Timberlake’s management eventually agreed (“They were all decorum and business,” Wilson said.) Timberlake, she says, “has become such a hero in the dance world.” Randy Himes, who works for the union and helped organize the dancers, is hoping to make the 20/20 Experience World Tour contract an industry standard. In 2012, Wilson and Himes, along with other members of the Dancer’s Alliance, successfully negotiated a union contract for dancers in music videos; it was the Alliance’s first campaign, though the organization has been around for more than twenty years, and culminated in a flash-mob outside Sony’s office to Aretha Franklin’s “Respect” and two long days of heated discussion with record executives until an agreement was reached at 1:30am.

There are some basic challenges to organizing dancers. They are a motley crew—some are classically trained, others learn on the street—and convincing professional dancers that they are all in the same field has been a challenge for the Dancer’s Alliance. They’re also young and driven, and not necessarily thinking about retirement, or even life after 30. “The average age of a dancer has to be early 20s, at that age you really feel invincible,” Wilson said. “It’s a passion so we don’t care if our knees hurt or our feet are bleeding.”

“We’re trying to get young people taking responsibility for being business professionals,” said Himes. “Helping artists step up and get respect for what they do.”

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Cinquantamila per la sanità pubblica

In Internazionale on 30/09/2013 at 21:31

di Simone Rossi
Questa domenica, 29 settembre, un corteo di oltre cinquantamila persone è sfilato per le strade di Manchester, dove si aprivano i lavori per il congresso annuale del Partito dei Conservatori britannico. Convocati da alcune delle principali sigle sindacali, le migliaia di manifestanti sono giunti da ogni lato dell’Inghilterra e del Galles, le due entità del Regno Unito in cui si applica la maggior parte delle riforme decise dal governo centrale; Scozia ed Irlanda del Nord godono di un’autonomia che permette alle rispettive amministrazioni regionali di apporre correttivi a quanto deciso a Londra. Se la manifestazione e gli slogan invitavano l’Esecutivo ed i Conservatori a ripensare le politiche di austerità ed a dimettersi, l’obiettivo principale delle rimostranze era il Ministro della Sanità Jeremy Hunt, fautore delle politiche che stanno portando la sanità pubblica britannica in stato di difficoltà ed aprendo le porte alle imprese private tramite tagli e cessioni di servizi al miglior offerente. Tra i manifestanti non solo attivisti sindacali, ma a che migliaia di cittadini con i propri figli, anziani che reclamavano il diritto alla salute e molti disabili, particolarmente colpiti dalla riforma dei sussidi che ha spinto parecchi di loro sotto la soglia di povertà e negato la possibilità di ottenere un impiego a seguito del licenziamento di centinaia di loro dall’azienda pubblica Remploy, creata dopo la Seconda Guerra Mondiale per offrire lavoro ai mutilati.
La partecipazione è stata elevata relativamente alle consuetudini degli inglesi, poco inclini a scendere per strada, ed ha avuto spazio tra le notizie del giorno alla radio della BBC e su alcuni quotidiani di tiratura nazionale, ma non quelli di area conservatrice solitamente alquanto allergici alle notizie che non mettono in cattiva luce immigrati, disoccupati ed “estremisti” di sinistra. Tuttavia la partecipazione di decine di migliaia di cittadini ad un corteo nazionale e le motivazioni della loro protesta sembrano aver suscitato non più interesse dell’avvio del processo per l’omicidio di Meredith Kercher in Italia o del pettegolezzo del giorno sul “VIP” di turno.
Come ci si poteva attendere, i delegati e gli esponenti di governo riuniti nel congresso del Partito dei Conservatori non hanno tenuto in conto la presenza dei dimostranti e non sembrano voler recedere dal proprio disegno di trasformazione della società verso un modello prossimo a quello descritto da Dickens nei propri romanzi, in cui salute ed istruzione sono lussi per chi può permetterseli ed in cui tutto, dalla tutela dell’ambiente a quella dei lavoratori, è subordinato agli interessi ed al profitto della classe dominante. Nell’anno e mezzo che ci separa dalle prossime elezioni generali sindacati, partiti progressisti ed associazioni che si battono contro i tagli ai servizi sociali dovranno tenere alto il livello dello scontro politico ed evidenziare gli aspetti più vergognosi delle politiche del Governo, come quelle che gettano nella povertà e nella disperazione i disabili, per poterne determinare la sconfitta alle urne. Tra i partecipanti al corteo la coscienza della posta in gioco ed è stato forte l’invito ad agire sui luoghi di lavoro a sostegno delle categorie che nelle presse settimane scenderanno in sciopero. Un appello alla solidarietà che incuterà timore tra le fila dei conservatori la cui forza negli ultimi tre anni, come all’epoca di Margareth Thatcher, è stata quella di dividere i lavoratori creando una fittizia divisione tra i “buoni” ed i “cattivi”.

La disperazione porta alla rivolta

In Da altri media on 15/06/2013 at 08:30

Nell’intervista per Liberation che proponiamo di seguito, Bernadette Segol, segretaria generale della confederazione europea dei sindacati, parla delle disastrose conseguenze che la crisi economica ha sulla disoccupazione giovanile in tutta Europa, ma soprattutto nei PIGS. Non usa giri di parole, la Segol: lasciati senza speranza, ai giovani rimane solo la rivolta. Un monito duro che ha un preciso significato proprio nel momento in cui, dagli Indignados e OccupyGezi, tutta l’Europa e tutto il bacino del Mediterraneo riscoprono la forza della piazza e il conflitto sociale. E che dovrebbe farci riflettere, mentre continuiamo a proporre politiche di sfruttamento, di riduzione dei diritti, di liberalizzazione del mercato del lavoro e di aumento della precarietà proprio quando, invece, ci sarebbe bisogno di distribuire in maniera più giusta e saggia i frutti del lavoro.

FACE AU CHOMAGE, LES JEUNES N’ONT QU’UNE PERSPECTIVE: LA REVOLTE

di Christian Bossom

da Liberation

«Le chômage des jeunes représente un risque systémique», a assuré la chancelière allemande Angela Merkel. Après l’annonce, fin mai,  d’un «new deal» face à cette urgence, les ministres du travail allemand, français, italien et espagnol se retrouvent vendredi à Rome.  Objectif: «Echanger des opinions et créer une coordination» entre les quatre premières économies de la zone euro sur l’emploi des jeunes actifs, avant le conseil européen des 27 et 28 juin à Bruxelles. Et le déblocage -timide- de 6 milliards d’euros pour lutter contre un mal qui touche 23,5% des jeunes sur le continent. Entretien avec Bernardette Ségol, secrétaire général de La confédération européenne des syndicats.

Le taux de chômage des jeunes de 15 à 24 ans n’a jamais été aussi élevé en Europe. Il culmine, selon les derniers chiffres d’avril 2013, à 23,5% dans l’Union européenne et atteint des taux record en Grèce (62,5% en février 2013), en Espagne (56,4%), au  Portugal (42,5%) et en  Italie (40,5%)…

C’est un drame. Quand on voit le manque de perspective des jeunes, dépendant de leur parents ou grand parents, ils n’ont qu’une perspective: la révolte. Cet état de desespoir viscéral est très visible en Espagne ou en Grèce, où le chômage atteint les 60%. Le danger, c’est la montée du populisme, du nationalisme, le rejet de l’idée européenne qui va se concrétiser lors des prochaines élections continentales. Bien sûr, les plus de 55 ans sont aussi affectées, mais l’urgence, pour nous, c’est avant tout notre avenir, donc les jeunes laissés sur le côté.

Comment une telle situation peut-elle durer sans conduire à l’explosion?

Pour pouvoir survivre, une économie grise, parallèle, se développe. Mais elle est mauvaise pour l’Etat et ses finances publiques. Mauvaise pour l’avenir de l’Europe. Le rêve d’indépendance financière, de logement, de la jeunesse européenne ne peut passer que par des revenus stables, donc des emplois.

La perte économique liés aux jeunes ne suivant pas d’études ou de formation s’élève à 153 milliards d’euros… En réponse, l’Europe s’apprête à mettre au maximum 6 milliards pour sortir de l’impasse.

C’est ce que nous essayons de dire: qu’il faut massivement investir. On tente de convaincre des gouvernements peu sensibles à cet argument. Pour l’instant, leur seule réponse, c’est de flexibiliser les contrats de travail. Or, jusqu’à présent, elle n’a rien modifié. En Espagne, cela évolue entre 13 et 30% selon les régions, malgré des législations qui ont dérégularisé le marché du travail. C’est une leurre. Par ailleurs, 40% des emplois pour les jeunes étaient des jobs intérimaires en 2011, quatre fois que les travailleurs âgés de 25 à 59 ans…

Que préconisez-vous?

Il faut, déjà, stopper les politiques macroéconomiques axées sur l’austérité qui n’ont fait qu’alimenter les chiffres du chômage. Ensuite, il faut des initiatives concrètes pour intégrer les jeunes. La «garantie jeune» doit pouvoir offrir, après 4 mois d’inactivité, un emploi ou une formation aux NEET («Not in Education, Employment or Training»), ces jeunes jusqu’à 29 ans «sans emploi, ne suivant pas d’études ou de formation». Trois milliards d’euros doivent être prévus pour cette garantie jeunes, sur les six milliards en tout alloués dans le prochain Cadre financier pluriannuel. mais c’est une goutte d’eau, rien du tout, même si c’est un début. En tout chaque jeune européen privé d’emploi aurait droit à 166 euros: c’est dérisoire. Parlons sérieusement. Si on veut investir pour l’avenir des jeunes, il faut y consacrer davantage d’argent. Et que les gouvernement puissent sanctuariser cet investissement sans que ces sommes ne soit décomptées dans les dépenses publiques pour ne pas déséquilibrer davantage les comptes.

Que pensez-vous des débuts timides des emplois d’avenir lancés par la France, et qui visent à créer 100000 jobs?

Cela va dans le bon sens, même si cela reste timide par rapport aux besoins. C’est pour cela qu’il faut davantage de coordination à l’échelon européen. Par ailleurs, il y a chez certains leaders politiques, notamment en Europe centrale et de l’est, une acceptation du chômage. Certains pensent qu’il est le prix à payer pour les réformes structurelles à mettre en place. Et qu’il faut en passer par là pour que l’économie reparte. Qu’importe si c’est au prix d’une société encore plus dure et plus injuste.

Vous avez entrepris de rencontrer tous les chefs d’Etat européens, mais votre message ne porte pas?

On a du mal à ce que l’Europe, majoritairement conservatrice, accepte de changer de politique. Il y a certes quelques inflexions dans quelques gouvernements, notamment ceux qui ont compris que la seule austérité est socialement intenable. Et qu’elle politiquement nuisible à leur propre avenir…

Le chômage, à commencer par celui des jeunes, accentue aussi le fossé entre les citoyens et les élites au pouvoir?

Oui, et pourtant, depuis 5 ans, toutes les politiques libérales à l’œuvre n’ont conduit qu’à l’impasse. La commission européenne continue pourtant de faire la promotion de la «flexibilité» du marché du travail, d’encourager le recul des services publics, de faire l’apologie de la libéralisation de secteurs entiers de l’économie.

Comment expliquez-vous le retour en force de l’orthodoxie économique?

Je ne me l’explique pas. Il y a 5 ans, José Manuel Barroso parlait de refonder le capitalisme. Aujourd’hui, il applique avec rigueur un capitalisme sauvage basée sur une économie casino qui ne profite qu’à une poignée d’élus et frappe les plus modestes. Il n’y a quà voir les recommandations formulées fin mai pour les Etats. Un catalogue de mesures libérales articulées autour de l’idée que les Etats vont devoir courber le dos et les appliquer d’urgence: c’est insupportable. La Commission est malheureusement habitée par des commissaires et des hauts fonctionnaires qui sont persuadés qu’il faut détruire un modèle de développement pour sortir de la crise. La réalité, c’est qu’on a une Union européenne qui manque de vision et de leadership. Une union européenne qui ne veut pas sacrifier sa jeunesse, mais qui est obnubilée par sa politique d’austérité.