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Ma quale stabilita’?

In Editoriali on 03/12/2013 at 09:15

di Nicola Melloni

da Liberazione

Come spesso accade, la legge di stabilità – la vecchia finanziaria – in Italia diventa una gigantesca lotteria in cui il governo inizia le danze e poi il Parlamento presenta centinaia di emendamenti. Intanto il governo si accorge di diverse cose che non vanno, le cambia in corso d’opera, il Parlamento ripropone altri emendamenti e alla fine si mette la fiducia per evitare l’assalto alla diligenza.
Ovviamente, che il Parlamento presenti le sue idee è sinonimo di democrazia, di sana dialettica istituzionale. Certo, sarebbe meglio se i partiti presentassero osservazioni organiche e di indirizzo, invece che lasciare ai singoli peones il compito di lottare per le varie mance territoriali. Non è così, ahime. Anzi, siamo al paradosso che quello che è a tutti gli effetti il portavoce economico del Pd nel governo – il vice-ministro Fassina – si lamenti pubblicamente delle politiche economiche salvo poi tacere e accettare le decisioni di Palazzo Chigi.
Ci sarebbe da domandarsi allora che funzione hanno i partiti nel Parlamento e pure nella costituzione del governo. La risposta, almeno per quel che riguarda la politica economica, sembra chiara: nulla. Le decisioni, in fondo, vengono prese a Bruxelles. L’Italia ha accettato i trattati europei, e quindi il niet alla legge di stabilità viene dai palazzi europei, e non da quelli della politica romana. Lo abbiamo visto in questi i giorni, in effetti: la legge di stabilità – a causa della crescita che non torna mai – non è in regola con i vincoli della Ue. Nel periodo transitorio verso il fiscal compact – inattuabile al momento con l’economia in recessione – i paesi europei con i conti in disordine devono almeno registrare una riduzione del deficit strutturale pari allo 0.7% del Pil. A via XX Settembre avevano fatto i conti male, e la riduzione si fermerebbe allo 0.1%. Con una conseguenza gravissima, e cioè l’impossibilità di utilizzare la clausola sugli investimenti: i paesi virtuosi possono escludere gli investimenti pubblici dal computo del deficit, in maniera da rilanciare la spesa pubblica infrastrutturale. Brutto colpo per Letta, che sperava in un po’ di spazio di manovra per ridare ossigeno all’economia.
Insomma, come si dice spesso, l’Italia sembra un paese commissariato dall’Europa, un’Europa ossessionata solo dai conti pubblici ma senza una visione complessiva dell’economia. Tutto vero, ma solo parzialmente vero. Troppo facile, infatti, dare tutte le colpe all’Europa. Che ne ha, e lo abbiamo detto millanta volte. L’Europa ha trattati stupidi, e impone criteri assurdi, certo. Ma non indica – quantomeno, non sempre – le cose che vanno fatte per raggiungere questi obiettivi. Per quello servirebbero idee chiare da parte dei partiti: come ridistribuire il carico fiscale, quali tasse alzare, quali abbassare? Che ordine di priorità si dà alle spese, è più importante la Tav o il trasporto locale, sono più urgenti gli f35 o la manutenzione del territorio? Per quanto riguarda la prima domanda, la politica fiscale, il governo sembra incapace, sempre impaurito di scontentare alcuni – ma è inevitabile – per favorire altri. Si dirà, con il governo di coalizione è molto più difficile perché troppe parti sociali sono rappresentate. Vero, ma questo dovrebbe portarci a ripensare la natura di questo governo. Vero pure, per altro, che i passati governi di centrosinistra, non si erano distinti per iniziative più coraggiose, perché sempre troppo preoccupati di non scoprirsi a destra. Invece, per quanto concerne la spesa, le priorità sembrano più chiare: grandi opere, grandi interessi, tanta attenzione al grande business, poca attenzione ai bisogni della gente – che per altro, con un minimo di lungimiranza, porterebbero pure ad un miglioramento dell’attività economica.
Insomma, l’Italia rischia di essere bloccata tra incudine e martello. Il martello europeo, che tiene sotto scacco i conti pubblici e impone l’austerity. E l’incudine di una politica ignava e complice, senza un minimo di idee per rilanciare il Paese.

Più tasse per i ricchi

In Da altri media on 29/10/2013 at 08:46

Ritoriamo su un argomento particolarmente importante di cui ci siamo occupati spesso nell’ultimo periodo (qui e qui, ad esempio), e cioe’ le tasse e la ricchezza individuale. Nel seguente pezzo, Saez e Picketty, due dei più noti studiosi dell’ineguaglianza, spiegano che è finalmente arrivata l’ora di aumentare le tasse per i ricchi. Negli ultimi 30 anni abbiamo visto due importanti fenomeni che hanno caratterizzato le nostre economie: le tasse per i ricchi sono diminuite, e i guadagni pre-tasse dei più ricchi sono aumentati, insieme, ovviamente alla diseguaglianza. La storia delle tasse sui ricchi è abbastanza nota, legata a Thatcher, Reagan e la famigerata curva di Laffer secondo cui tasse più basse per i ricchi avrebbero aumentato produttività, investimenti, crescita e dunque anche entrate fiscali. Una teoria senza nessuna base empirica, negata anche dai dati raccolti da Saez e Picketty. Che imputano dunque l’aumentata ricchezza del top 1% al comportamento predatorio di una ristretta classe di persone che fondamentalmente non rispondono a nessuno e si arricchisono a spese del restante 99%. E’ dunque ora di invertire questa rotta, soprattutto se vogliamo seriamente porre rimedio ai problemi di bilancio che assillano le economie occidentali e che sono per ora invece pagati dai più poveri mentre la diseguaglianza continua ad aumentare. Saez e Picketty, con studi rigorosi, hanno stabilito che la tassa marginale più appropriata per i più ricchi sia intorno all’80% – cosa per altro piuttosto comune nelle economie capitaliste del dopoguerra. Ecco, invece di sciocchezze varie, al congresso del PD si potrebbe ad esempio cominciare a parlare di queste cose.

WHY THE 1% SHOULD PAY TAXES AT 80%

di Saez e Picketty

da Guardian

In the United States, the share of total pre-tax income accruing to the top 1% has more than doubled, from less than 10% in the 1970s to over 20% today (pdf). A similar pattern is true of other English-speaking countries. Contrary to the widely-held view, however, globalisation and new technologies are not to blame. Other OECD countries, such as those in continental Europe, or Japan have seen far less concentration of income among the mega rich.

At the same time, top income tax rates on upper income earners have declined significantly since the 1970s in many OECD countries – again, particularly in English-speaking ones. For example, top marginal income tax rates in the United States or the United Kingdom were above 70% in the 1970s, before the Reagan and Thatcher revolutions drastically cut them by 40 percentage points within a decade.

At a time when most OECD countries face large deficits and debt burdens, a crucial public policy question is whether governments should tax high earners more. The potential tax revenue at stake is now very large.

For example, doubling the average US individual income tax rate on the top 1% income earners from the current 22.5% level to 45% would increase tax revenue by 2.7% of GDP per year – as much as letting all of the Bush tax cuts expire (only a small fraction of them lapsed in January 2013). But of course, this simple calculation is static: such a large increase in taxes may well affect the economic behaviour of the rich and the income they report pre-tax, the broader economy and, ultimately, the tax revenue generated. In recent research, we analyse this issue both conceptually and empirically using international evidence on top incomes and top tax rates since the 1970s.

There is a strong correlation between the reductions in top tax rates and the increases in top 1% pre-tax income shares, for the period from 1975-79 to 2004-08, across 18 OECD countries for which top income share information is available. For example, the United States experienced a 35 percentage-point reduction in its top income tax rate and a very large ten percentage-point increase in its top 1% pre-tax income share. By contrast, France or Germany saw very little change in their top tax rates and their top 1% income shares during the same period.

So, the evolution of top tax rates is a good predictor of changes in pre-tax income concentration. There are three scenarios to explain the strong response of top pre-tax incomes to top tax rates; each has very different policy implications.

First, higher top tax rates may discourage work effort and business creation among the most talented: the so-called supply-side effect. In this scenario, lower top tax rates would lead to more economic activity by the rich and hence more economic growth. If all the correlation of top income shares and top tax rates seen in the above data were due to such supply-side effects, the revenue-maximising top tax rate would be 57%. This would imply that the United States still has some leeway to increase taxes on the rich, but that the upper limit has already been reached in many European countries.

Second, higher top tax rates can increase tax avoidance. In that scenario, increasing top rates in a tax system riddled with loopholes and tax avoidance opportunities is not productive either. A better policy would be to first close loopholes so as to eliminate most tax avoidance opportunities, and only then increase top tax rates. With sufficient political will and international co-operation to enforce taxes, it is possible to eliminate most tax avoidance opportunities, which are well documented. Then, with a broad tax base offering no significant avoidance opportunities, only real supply-side responses would limit how high top tax rate can be set before becoming counter-productive.

In the third scenario, while standard economic models assume that pay reflects productivity, there are strong reasons to be sceptical, especially at the top of the income distribution where the actual economic contribution of managers working in complex organisations is particularly difficult to measure. Here, top earners might be able to partly set their own pay by bargaining harder or influencing compensation committees.

Naturally, the incentives for such “rent-seeking” are much stronger when top tax rates are low. In this scenario, cuts in top tax rates can still increase top income shares, but the increases in top 1% incomes now come at the expense of the remaining 99%. In other words, top rate cuts stimulate rent-seeking at the top but not overall economic growth – the key difference with the first, supply-side, scenario.

To tell these various scenarios apart, we need to analyse to what extent top tax rate cuts lead to higher economic growth. Again, data show that there is no correlation between cuts in top tax rates and average annual real GDP-per-capita growth since the 1970s. For example, countries that made large cuts in top tax rates, such as the United Kingdom or the United States, have not grown significantly faster than countries that did not, such as Germany or Denmark.

What that tells us is that a substantial fraction of the response of pre-tax top incomes to top tax rates may be due to increased rent-seeking at the top (that is, scenario three), rather than increased productive effort.

Naturally, cross-country comparisons are bound to be fragile; exact results vary with the specification, years, and countries. But the bottom line is that rich countries have all grown at roughly the same rate over the past 30 years – in spite of huge variations in tax policies. By our calculations about the response of top earners to top tax rate cuts being due in part to increased rent-seeking behaviour and in part to increased productive work, we find that the top tax rate could potentially be set as high as 83% (as opposed to the 57% allowed by the pure supply-side model).

Until the 1970s, policy-makers and public opinion probably considered – rightly or wrongly – that at the very top of the income ladder, pay increases reflected mostly greed rather than productive work effort. This is why governments were able to set marginal tax rates as high as 80% in the US and the UK. The Reagan/Thatcher revolution has succeeded in making such top tax rate levels “unthinkable” since then.

Now, however, we have seen decades of increasing income concentration that have brought about mediocre growth since the 1970s. And with the Great Recession that was triggered by financial sector excesses, a rethink of the Reagan and Thatcher revolutions is underway.

The United Kingdom increased its top income tax rate from 40% to 50% in 2010, in part to curb top pay excesses. In the United States, the Occupy Wall Street movement and its famous “We are the 99%” slogan also reflects a view that the top 1% has gained at the expense of the 99% – a view endorsed by our findings about the highly unequal distribution of income gains during the recovery.

In the end, the future of top tax rates depends on what the public believes about whether top pay fairly reflects productivity or whether top pay, rather unfairly, arises from rent-seeking. With higher income concentration, top earners have more economic resources to influence both social beliefs (through thinktanks and media) and policies (through lobbying), thereby creating some “reverse causality” between income inequality, perceptions, and policies.

The job of economists should be to make a top rate tax level of 80% at least “thinkable” again.

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Tassare i ricchi per ridurre il debito

Obama e la ripresa economica per i ricchi

Renzi e l’insostenibile leggerezza del nulla

In a sinistra on 27/10/2013 at 19:02

di Nicola Melloni

Ormai l’appuntamento della Leopolda è uno di quei riti della politica che si ripetono sempre uguali a se stessi. Tanta gente, tutti bravi, tutti belli, qualche intervento cult, qualche bella battuta, e soprattutto tanta fuffa. Cosa è venuto fuori a questo giro?  Un pò meno di nulla, che è peggio di niente. Ricorderemo un finanziere – e trovo assolutamente ininteressante che la sua società sia stata fondata alle Cayman – anche bravo nel suo lavoro, che accusa i pensionati con la pensione contributiva di essere dei ladri. Non si deve essere accorto di come è conciata la sua industria, di tutti i soldi che ha rubato, di come si sono arricchiti sulle spalle del mondo e di come han fatto pagare i loro conti in rosso a tutti, compresi i pensionati. Che pena.

Poi però è arrivato il grande momento di Renzi che ci ha regalato una delle sue perle di saggezza: la sinistra che non cambia non è interessante, è di destra. Il cambiamento è tutto, il contenuto è nulla. Deve averla imparata dalla pubblicità della sprite, la sete è tutto – infatti bersi una bibita zuccherata quando si ha sete è proprio una scelta pop, alla Renzi. Anche io penso che la sinistra, quantomeno quella buffa a cui appartiene Renzi, dovrebbe cambiare. Ma sarebbe anche il caso di spiegare come. Renzi parla di lavoro, è andato dalla Gruber a dire che vuole finanziare 20 miliardi di tagli al cuneo fiscale con provvedimenti una tantum, non sapendo che ci vogliono invece cambiamenti strutturali per modificare il livello di tassazione. Tipo la fiera del principiante. Su questo blog, appena qualche giorno fa, abbiamo proposto una manovra fiscale finanziabile toccando solo i più ricchi e privilegiati che potrebbe portare a regime, ed in maniera continuativa, la cifra che chiede Renzi. Si tratta di cose concrete, di cambiamenti, di qualcosa di sinistra. Tutte cose che sarebbe bello sentire da Renzi, o magari anche da altri nel PD….. Magari ripassiamo un’altra volta per le proposte, a sto giro ci accontentiamo delle belle facce…

Tassare i ricchi per ridurre il debito

In Editoriali on 18/10/2013 at 10:00

di Nicola Melloni

da Liberazione

Non lo diciamo solo noi, lo dice anche il Fondo Monetario Internazionale, in una recente pubblicazione riportata con un mini articolo sul Corriere della Sera on line. Il Fondo fa una desamina piuttosto lunga ed articolata, partendo da una considerazione che potremmo definire di buon senso: la strategia messa in atto finora per ridurre il debito non ha ovviamente funzionato. I deficit di bilancio si stanno riducendo, è vero, ma assai più lentamente che ipotizzato inizialmente. Come più volte spiegato, i modelli economici con cui si era calcolato l’impatto dell’austerity erano fallati e non tenevano conto della forte spinta recessiva che le politiche pro-cicliche dei governi avrebbero comportato, con la conseguente riduzione delle entrate fiscali. Nel frattempo, proprio a causa dello stato comatoso dell’economia reale, il livello del debito non accenna a scendere, tutt’altro: in Italia nei prossimi due anni si arriverà ad un debito di quasi il 135%, mentre la Spagna, tanto per fare un esempio, passerà dall’85% del PIL a quasi il 100%. La prova provata del fallimento dell’austerity. Nulla di nuovo.

Quello che però attira maggiore interesse è la proposta del Fondo di intraprendere altre strade, essendo ormai chiaro che non si può davvero pensare di diminuire il debito a colpi di tasse e tagli, il bagno di sangue visto finora. Il debito però deve essere attaccato, questo è chiaro, dati gli enormi costi per la collettività. Ma si deve ribaltare la logica dell’austerity: non più ridurre il debito per far ripartire la crescita, quanto invece far ripartire la crescita per ridurre il debito. Di conseguenza bisogna trovare una strada per consolidare il bilancio pubblico senza mettere a rischio la crescita. Ed anche i liberali del Fondo non hanno timore a parlare di tasse più alte e non solo, come sempre si fa dalle nostre parti, di riduzione delle imposte. Il punto, naturalmente, è chi deve pagare di più e pagare di meno, e ci sono naturalmente questioni di efficienza ed etica che si intrecciano e, a volte, si contraddicono. I tipi di tasse sono essenzialmente quattro, sulle imprese, sul reddito, sui consumi e sulla ricchezza. Dove è meglio intervenire, dunque? Tassare le imprese è, ovviamente, rischioso: in un mondo con piena mobilità dei capitali, sarebbe facile per molte imprese spostarsi in cerca di regimi fiscali più convenienti. Questo però non dovrebbe scoraggiarci. Quello che serve in realtà è accrescere la cooperazione tra Stati, a maggior ragione se partner economici e politici come i membri dell’Unione Europea. E’ uno scandalo che paesi come l’Olanda e l’Irlanda facciano a gara per ospitare grandi multinazionali che eludono così le tasse nel resto d’Europa creando una sede più che altro fittizia in paesi che fanno competizione attraverso dumping fiscale. Cosa che non danneggia solo le nostre finanze pubbliche, ma anche la competitività dei mercati, favorendo le grandi multinazionali contro le piccole imprese che non riescono con altrettanta facilità ad eludere le tasse o a delocalizzare. In questo campo dunque si può agire, ma farlo da soli rischierebbe di essere pericoloso.

Volgiamo allora lo sguardo altrove, ed in particolare alla tassazione su consumo e reddito, due strumenti che sono agli antipodi di politica economica. Come ben sappiamo le tasse sul consumo in questi anni sono aumentati praticamente in tutta Europa, uno degli strumenti principali dell’austerity. Ma più in generale, il Fmi fa notare come negli ultimi 30 anni una larga parte del carico fiscale si sia spostato dalle imposte dirette – sui redditi – a quelle indirette, sui consumi, invertendo dunque il trend di progressività fiscale che era stato il supporto centrale del capitalismo democratico. Il tutto accompagnato da un notevole abbassamento delle aliquote sui redditi più alti. E’ proprio qui, allora che bisognerebbe intervenire per cercare di conciliare le logiche di bilancio ed il tema centrale del capitalismo contemporaneo, la diseguaglianza. Alzare le tasse sui redditi più elevati renderebbe più equo ma anche più efficiente la nostra economia. Nell’America del dopoguerra – non proprio un paese socialista – la tassa sull’ultimo scaglione di reddito raggiungeva il 90%, ma anche senza arrivare a questi livelli si potrebbe riportarla ora al 60%, un aumento deciso ma non drammatico rispetto alla tassazione che si aggira tra il 40 ed il 50% in quasi tutti i paesi europei. Intervenendo semplicemente sull’1% più ricco si porterebbero a casa qualche miliardo di euro, utili per esigenze di bilancio e per ridurre la diseguaglianza galoppante. Ancora di più, però, si potrebbe fare tassando la ricchezza, che è ancora peggio distribuita del reddito, basti pensare che in Italia la ricchezza netta nelle mani del 10% più ricco è oltre il 50% del totale contro appena il 10 del 50% più povero (e peggio ancora va negli Stati Uniti, dove la porzione di ricchezza del decimo più ricco della popolazione raggiunge il 75%). Per quanto riguarda quella finanziaria, il discorso è simile a quello precedente, si richiede una rafforzata cooperazione tra gli stati così da evitare massicce fughe di capitale verso paesi a tassazione ridotta. Ma il Fondo suggerisce altri strumenti. Prima di tutto la tassa di successione, uno dei maggiori scandali italiani e, non a sorpresa, cavallo di battaglia di Berlusconi&C. La tassa di successione è uno dei fondamenti del liberalismo, non del socialismo, ma in Italia tutto questo appare estraneo al sentire comune: lo scopo di tale tassa è, in realtà, di dare a tutti le stesse opportunità ed aumentare la mobilità sociale. Semplicemente aumentando la tassa ai livelli di altri paesi occidentali si potrebbe ricavare entrate per quasi mezzo punto di Pil, altri 7 miliardi di euro. Ancora meglio se si attaccasse la ricchezza netta delle fasce più ricche: una tassa dell’1% sul patrimonio del top 10% porterebbe nelle casse dello Stato un altro punto di Pil, o 15 miliardi di euro, e siamo già ad oltre 25 miliardi di euro raccolti con modeste tassazione sulla parte più ricca della popolazione, che tanto ha accumulato in questi decenni di vacche grasse, per loro. Altro che gli 11 miliardi della anemica manovra di Letta – e senza tagli sociali e con minimi effetti distorsivi sull’economia reale.

Infine, ed è in realtà l’unico punto sollevato dal Corriere, il Fondo si spinge oltre e si azzarda a suggerire una patrimoniale una tantum in grado di riportare il debito ai livelli precedenti la crisi. Gli economisti del Fmi ipotizzano una tassa di circa il 10% sui possessori di ricchezza netta positiva, cosa che in Italia andrebbe naturalmente rimodulata per evitare una tassa impagabile per molte famiglie di classe media, possessori di casa ma senza la liquidità e la reddittività necessaria per pagare tale tassa. Ci sembra però un’ottima notizia che anche a Washington cominci ad andare di moda la parola patrimoniale. Come ben spiegato dal Fmi non si tratta di nulla di nuovo o rivoluzionario, ma anzi di un espediente già usato in passato per ridurre debiti troppo grandi. Una via certo non facile ma, in fondo, logica: i soldi vanno cercati nelle tasche di chi ce li ha.

Tante tasse e poche idee per Letta

In Editoriali on 15/10/2013 at 17:22

di Nicola Melloni

da Liberazione

Era bello carico Letta in questi giorni. Lo si è sentito annunciare trionfante che è finita l’epoca dei ricatti, terminato il ventennio berlusconiano, e che ora finalmente si cambia musica. Sicuro. Due giorni dopo è arrivata l’ennesima doccia fredda, i conti pubblici rischiano di essere di nuovo sballati, il gettito dell’Iva ha subito un brusco calo a causa della recessione e della crisi dei consumi. E chi l’avrebbe mai detto…? Poi il Pd ha tentato un blitz in Parlamento per reintrodurre l’Imu per le case “di lusso”, che tali a ben vedere non erano, salvo poi dover fare velocemente marcia indietro non appena il Pdl, subito ricompattatosi, si è opposto con forza. Dimostrando, in fondo, solo una cosa, e cioè che il problema dell’Italia non è certo solo Berlusconi, ma la pochezza di idee e contenuti del Pd e dei suoi predecessori. Che non hanno nessuna visione strategica del paese.
Ormai da 17 anni il centrosinistra sembra ossessionato solamente dal fare quadrare i conti, ma non si è mai posto il problema del come, che è la vera essenza della politica economica. Tagli qua, aumenti di tasse di là, giusto per vedere l’effetto che fa, se mi si passa la rima. Con una degenerazione completa negli ultimi anni, dove il Pd si è semplicemente trasformato nel porta-acqua della commissione europea e dei suoi idioti parametri economici.
Questo breve di inizio legislatura offre uno scorcio esemplare. Non più tardi della primavera scorsa si erano stappate bottiglie di champagne: finalmente, grazie al governo Monti e alla responsabilità del Pd, il deficit era tornato sotto controllo. Un bel successo, anche se il costo era stato recessione, disoccupazione, povertà. Ma chi se ne frega, devono aver pensato a Palazzo Chigi, l’Europa ci ha promossi, festeggiamo. Salvo poi scoprire dopo appena un paio di mesi che il parametro del deficit veniva nuovamente sforato proprio a causa della recessione che aveva ridotto le entrate.
Ed allora, avanti con tasse più alte, alziamo l’Iva per tirare su un altro po’ di gettito. Che poi un aumento dell’Iva renda più costosi i prodotti, deprima i consumi ed, infine, riduca le entrate fiscali, non ce ne curiamo. Meglio vivere giorno per giorno, del domani non c’è certezza.
D’altronde, proprio l’esistenza del governo Letta è la controprova migliore di questo tipo di ragionamento. Governiamo, facciamo qualcosa. Ma non facciamo qualcosa di serio, di importante, di veramente utile, al massimo, se ci riusciamo, mettiamo qualche pezza per coprire i buchi più vistosi. Altrimenti non si spiega come si possa seriamente governare con Berlusconi, o anche semplicemente con il Pdl senza Berlusconi – cosa per altro tutta da provare e su cui mi permetto di dubitare. Uno tira da una parte, uno tira dall’altra e alla fine non cambia mai nulla. L’industria è in difficoltà? Aboliamo l’articolo 18 e flessibilizziamo il lavoro. I conti sono in rosso? Aumentiamo l’Iva. Poi dopo qualche mese ci accorgiamo che abbiamo peggiorato le cose, ma ormai la frittata è fatta.
Una politica seria dovrebbe avere ben altri piani. I conti pubblici sono senza dubbio un problema, non per il tanto paventato fallimento, bensì perché drenano troppe risorse per pagare gli interessi accumulatisi. Interveniamo, dunque. Ma con serietà e con un piano ben preciso. La patrimoniale rimane la via maestra, soprattutto in un paese in cui la ricchezza è accumulata in poche mani. Ci sono troppe tasse? Parliamone, è un tema anche di sinistra e non solo berlusconiano. Con una certa differenza, però. Che le tasse vanno abbassate per alcuni, ed aumentate per altri, soprattutto in un paese dalle gigantesche sperequazioni economiche. E che la leva fiscale dovrebbe aiutare lavoro ed investimenti ed incidere di più sulla ricchezza (patrimoniale perpetua per i più abbienti, anche sulla case, magari dopo aver rivisto gli estimi catastali in maniera seria) e sui redditi più alti. E magari investire di più sulla ricerca di base, sulle università che continuiamo a riformare senza mai spiegare che le cattive performance, oltre al nepotismo e al baronato, sono anche e soprattutto figlie di mancanza di fondi. Senza neanche parlare della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una vera agenzia di stato per il supporto alle imprese innovative.
Insomma, una politica che abbia una conoscenza dei problemi del paese ed offra una visione di largo respiro. Il contrario di quello fatto in questi ultimi decenni.