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Carne da cannone

In Da altri media, politica on 21/01/2014 at 10:14

di Simone Rossi

Quest’anno in molti Paesi europei si terranno commemorazioni del centenario dello scoppio della Grande Guerra, da cui l’Italia restò fuori fino al maggio 1915. Considerato il clima politico e culturale del nostro tempo, si prospettano, almeno per le iniziative ufficiali, mesi di retorica patriottarda e manichea che annullerà la natura imperialistica di quella guerra e, possibilmente, fornirà una pezza giustificativa alle guerre contemporanee.

Fu quello un conflitto in cui tra i milioni di cittadini chiamati alle armi per divenire carne da macello nelle trincee ci furono molti giovani, talvolta minorenni. Una pratica che sembra dura a morire a distanza di un secolo anche nell’avanzato Occidente. Secondo quanto riportato da Steven Walker sul quotidiano britannico The Morning Star, che riproduco in fondo, le forze armate di Sua Maestà ricorrerono al reclutamento di adolescenti di 16 e 17 anni e li impiegano in compiti sul campo per far fronte alla carenza di volontari maggiorenni. Nonostante la giovane età delle reclute li renda psichicamente più vulnerabili in situazioni di guerra, le reclute minorenni sono considerate a tutti gli effetti dei professionisti una volta che hanno affrontato un periodo di preparazionee quindi sono impiegate in prima linea là dove la scarsa disponibilità di adulti lo renda necessario. Seguendo un copione collaudato, i “caccaitori di teste” delle forze armate cercano potenziali reclute nei quartieri più poveri, tra le fasce più emarginate della società nell’auspicio che la prospettiva di una carriera professionale sia sufficientemente attrattiva per giovani con scarsi risultati scolastici e poche opportunità per emanciparsi socialmente. Il tutto in contrasto con la Legge sull’Infanzia (Children Act) del 1989 e con la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del medesimo anno.

Oggi come cento anni fa, la superiore Ragione di Stato, vedasi la tutela degli interessi delle élite nazionali, richiede carne da cannone e, come si suol dire, “tutto fa brodo”, al di sopra di qualsiasi altra considerazione.

The Shame of British Child Soldiers

di Steven Walker

da Morning Star

How embarrassing for war minister – sorry, Defence Secretary – Philip Hammond that the MoD announces a failure to recruit enough soldiers as he preens himself ready for the first world war’s 100th anniversary commemorations.

Usually in years of high unemployment the army loves the chance to soak up numbers of people with very few options. The capitalist media treats this news in a superficial way, but look harder and there are some quite rational reasons why young people do not relish an army career.
For example, less attention has been paid to the British armed forces’ attitude to using under-18-year-olds in armed conflict and their vulnerability to developing serious mental health problems.
According to MoD research, young soldiers are three times more likely to commit suicide than their civilian counterparts.
Britain recruits 16-year-old children to all three branches of the military, the only European country to do so.
There are clear contradictions in the British government’s use of minors with its legal obligations under the 1992 UN Convention on the Rights of the Child (CRC) and the 1989 Children Act to protect and safeguard children.
The Ministry of Defence has ensured that the needs of military power and political control override the best interests of those under-18s in the armed forces. Article 38 of the CRC emphasises the particular vulnerability of children as civilians and soldiers and recommends signatories refrain from sending children into battle.
It recognises that children’s rights are particularly vulnerable to violation during armed conflict and lays down specific obligations on the state to protect children caught up in situations of war.
If the non-deployment of personnel under the recommended CRC minimum ages would “destabilise” the unit that they are part of, then the MoD reserves the right to deploy younger recruits.
The government claims that once children are trained in the armed forces they are considered to be professionals and are treated as such. They play an important role in their unit, and their removal would undermine the effectiveness and cohesiveness of the unit.
This would be demoralising and unpopular among other soldiers and add to the training burden.
The World Health Organisation recognises that young soldiers exposed to conflict situations can more easily develop post-traumatic stress disorder (PTSD) leading to persisting patterns of problematic behaviour and functioning.
As numerous research studies have now proven, these problems may not emerge until years later or after the symptoms are revealed by alcohol, domestic violence, self-harm and/or substance abuse.
Many young soldiers may be withdrawn, depressed, go awol and display difficulties in social relationships.
Children deployed in Northern Ireland, the Gulf, Bosnia, Afghanistan and Iraq have had to undergo very traumatic experiences such as removing the bodies of dead soldiers they had just shot at, some of whom were not older than 12 years, or dealing with women and young girls who were rape victims.
Demographic profiles indicate that the majority of army recruits are from poorer socio-economic groups where it is known that a higher proportion of children and young people are at greater risk of developing mental health problems.
The British army encourages recruitment at low income, high unemployment, disadvantaged areas where children with few academic or career prospects are able to sign up to six-year minimum service contracts at 16 years of age seduced by glamorous images of travel, adventure, machismo, and employable skills training.
The adverse publicity over the culture of bullying and suicides at military training establishments such as Deep Cut revealed a tiny, previously hidden, glimpse of what many vulnerable young people may also be subjected to on a routine basis once they enter service.
Combined with more frequent deployment into war-fighting zones it is no wonder that the charity Combat Stress has called PTSD a “ticking time-bomb” among ex-soldiers.
Since 1971, 24 children have died and 10 been seriously physically injured while on active military service in the British army. The MoD requires a yearly recruitment of under-18s of about one third of the annual intake into the armed forces.
While it says under-18s are not deployed to combat zones, ministers’ responses to parliamentary questions over the past two decades have shown that around 50 under-18s were involved in peacekeeping missions in Kosovo, for example, while BBC reports in 2002 suggested that under-18s had had to be removed from a contingent in Afghanistan.
It seems that in 2014, ironically, young people are much wiser than politicians and war-mongers assume, and perhaps they have learned the real lesson of history – make peace not war.

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Vorrei ma non posso. L’ipocrisia di Osborne

In Internazionale on 10/01/2014 at 20:15

di Simone Rossi

Nel Regno Unito come nel resto dell’Occidente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è andato diminuendo con il progressivo affermarsi delle politiche neoliberiste. Come evidenziato in alcuni studi e pubblicazioni, in questa nazione dal 2003 l’aumento periodico dei salari non è servito a compensare l’aumento del costo della vita e gli stipendi hanno perso valore reale; la situazione è divenuta maggiormente critica con lo scoppio della crisi economica, il cui costo è stato fatto ricadere sulle classi medie e basse anche tramite il congelamento degli scatti salariali nel settore pubblico ed in ampie fasce di quello privato. A pagare le conseguenze in maniera più pesante sono stati i cittadini a basso reddito e coloro che, rimasti senza impiego, ricorrono all’assistenza pubblica; né il salario minimo, introdotto dal governo laburista nel 1998 e attualmente fissato a £6.31 l’ora, né i sussidi consentono di far fronte ai continui rincari delle bollette e delle tariffe del trasporto collettivo, men che meno di garantire l’accesso alla casa in un mercato immobiliare che mantiene le caratteristiche speculative precedenti alla crisi.

In un tale contesto, tanto dalle fila dell’opposizione laburista quanto da quelle della coalizione di centro-destra al governo provengono proposte ed inviti ad introdurre un incremento del salario minimo. Una misura di buon senso che darebbe respiro a milioni lavoratori, lavoratrici ed alle loro famiglie; fatto salvo che senza una seria politica di controllo sull’applicazione del salario minimo l’idea stessa di un minimo salariale fissato per legge è ridotta a buone intenzioni.

L’entusiasmo dei fautori di un aumento del salario minimo, incluso il Ministro per lo Sviluppo e l’Innovazione Vince Cable, è stato spento dal Ministro del Tesoro, George Osborne, durante un intervento durante un incontro con alcuni imprenditori nella capitale. Pur dicendosi favorevole alla proposta il ministro Osborne si è detto dubbioso sulla sua opportunità, ventilando l’ipotesi che un incremento dei salari di cinquanta centesimi l’ora spingerebbe i datori di lavoro a ridurre il personale per far fronte al maggiore costo del lavoro. Un argomento tanto subdolo quanto fallace, considerato che esso fu già utilizzato dal suo partito, i Conservatori, quando si oppose all’introduzione del salario minimo, cui segui comunque un decennio di crescita economica e di bassa disoccupazione. Un argomento che assume esclusivamente il punto di vista del padronato che, inverosimilmente considerato l’incremento dei salari e dei bonus milionari soprattutto durante la crisi, ridirebbe le quantità di denaro che essi investirebbero e spenderebbero nell’economia. Osborne fatica invece ad applicare tale approccio alle classi popolari ed ai ceti medi, milioni di cittadini che spenderanno sempre meno man mano che il loro potere d’acquisto sarà eroso dalla corsa alla compressione salariale.
Sotteso alla velata minaccia di Osborne c’è il ragionamento per cui un impiego è sempre un impiego, anche quando paga un salario non dignitoso. Il prossimo passo che consigliamo al ministro è pertanto di proporre l’introduzione della servitù della gleba, pare garantisse il pieno impiego; una carta vincente per le prossime elezioni legislative nel 2015.

Le efficienze delle liberalizzazioni

In Internazionale on 07/01/2014 at 13:30

di Simone Rossi

Frequentemente il Regno Unito è preso a modello positivo dai politici e dagli opinionisti italiani in quanto Paese pioniere nei mutamenti che da alcuni secoli avvengono in Europa: culla della rivoluzione industriale e del welfare state del dopoguerra, è stato un laboratorio per la contro-offensiva liberista incarnata da Margaret Tharcher e per la cosiddetta Terza Via del New Labour.
Solitamente i politici nostrani tendono a decantare il profumo delle rose prodotte dall’applicazione delle politiche neoliberiste ma omettono di descriverne le spine, tuttavia. In questo inizio di 2014 la cronaca britannica ha fornito due validi esempi di come la privatizzazione dei servizi sia una manna per i capitalisti che se li sono accaparrati mentre i consumatori sono spremuti come limoni senza peraltro godere delle efficienze del libero mercato tanto decantate.

A metà della scorsa settimana la deputata Carolin Flint, responsabile energia per il Partito Laburista, ha denunciato che le sei aziende che si spartiscono il mercato energetico avrebbero fatto pagare quattro miliardi di sterline più del dovuto ai consumatori con uno stratagemma simile a quello che ha portato alla condanna per frode fiscale il gruppo Fininvest ed il suo principale azionista la scorsa estate: i rami distributivi delle aziende acquistano l’energia presso le centrali di proprietà delle aziende stesse ad un prezzo maggiorato, gonfiando le bollette già colpite da rincari frequenti.

Sempre all’inizio di questo mese si è accesa la polemica sul rincaro annuale per le tariffe ferroviarie ad opera della mezza dozzina di gruppi che si spartiscono le concessioni del servizio di trasporto passeggeri su rotaia. Con il placito del Governo, ogni principio dell’anno tali gruppi applicano ritocchi alle tariffe al di sopra del tasso di inflazione, con incremento percentuali a due cifre su alcune tratte. Nonostante la pretesa liberalizzazione dei trasporti le aziende concessionarie ricevono ingenti sussidi pubblici, nonostante le tariffe tra le più alte d’Europa, per il miglioramento del servizio, comprensivo dell’ampliamento e dell’ammodernamento del parco dei mezzi. Come evidenziato in più occasioni dalla rivista satirica Private Eye, i gruppi concessionari ricorrono a stratagemmi analoghi a quelli visti per le compagnie energetiche per gonfiare i costi; anziché acquistare locomotori e carrozze dalle aziende manifatturiere, essi ricorrono ad intermediari, di proprietà dei gruppi stessi, che applicano una maggiorazione nel rivendere o nel noleggiare i mezzi. Ne risulta un conto al Tesoro, quindi ai contribuenti, più salato.

Il livello di conflittualità generato da questo sistema, riscontrabile nel numero di campagne e di ricorsi dei consumatori nei confronti delle aziende, evidenzia come le promesse efficienze nel servizio ed i vantaggi per i consumatori non ci sono. Un’informazione su cui i politici dalle maniche di camicia rimboccate e le testate giornalistiche blasonate glissano.

I due pesi e le due misure del potere

In Internazionale, politica on 15/12/2013 at 10:37

di Simone Rossi

Negli scorsi giorni abbiamo assistito al montare di tensioni e proteste ai tre cantoni del continente europeo. La reazione di chi detiene il potere è stata differente e ne rivela il pericoloso opportunismo.

Gli studenti universitari inglesi hanno inscenato cortei ed occupazioni in alcuni atenei per protestare contro la privatizzazione delle università e la trasformazione della formazione superiore in una vacca da mungere a vantaggio di investitori e speculatori privati. La reazione della polizia è stata inauditamente violenta ed un elevato numero di agenti sono stati utilizzati per la repressione dell’attivismo negli atenei. Decine di studenti sono stati arrestati, i cortei sono stati rotti dalle cariche, con studenti trascinati per le strade dove hanno lasciato qualche dente come obolo all’ordine pubblico.

In Italia esercenti, agricoltori, artigiani e lavoratori dipendenti sono scesi nelle strade per manifestare la propria esasperazione verso la crisi economica e le politiche insensate dell’Esecutivo. All’elemento spontaneo si associano organizzazioni palesemente fasciste che animano blocchi stradali, compiono atti intimidatori verso gli esercenti che non aderiscono alla protesta ed promuovono assalti alle camere del lavoro, come nei primi anni Venti. Tolto il tentativo di rimuovere alcuni blocchi stradali, le autorità non hanno imposto la militarizzazione del territorio come in Valle di Susa. Non abbiamo assistito alla caccia all’uomo per le strade delle città come nel 2001 a Genova o come durante le manifestazioni studentesche tre anni fa, i manganelli non si sono alzati ed i lacrimogeni non sono stati lanciati ad altezza uomo come quando a protestare erano i pastori ed i minatori sardi, o i cittadini napoletani contrari alla nuova discarica, o gli aquilani che reclamavano la ricostruzione della loro città.

In Ucraina, infine, accresce la tensione tra il Governo ed i manifestanti che da una settimana tengono sotto scacco il centro della capitale Kiev per protestare contro la decisione di interrompere i colloqui di associazione all’Unione Europea. Oltre a presidiare la Piazza dell’Indipendenza, i manifestanti hanno assaltato edifici governativi e preso di mira le sedi dei partiti filo-russi, nonché abbattuto una statua di Lenin, mandando in estasi una parte della stampa occidentale che evidentemente pensa di vivere nel 1989. Come in Italia, simboli e slogan fascisti hanno accompagnato le proteste. In risposta le autorità hanno inizialmente cercato di rimuovere presidi ed occupazioni con la forza per poi limitare la propria azione coercitiva al mantenimento della circolazione stradale ed alla protezione degli edifici sotto assedio.

Con sprezzo del ridicolo, i rappresentanti politici dei Paesi occidentali e dell’Unione Europea hanno ripreso le autorità ucraine che, a loro dire, dovrebbero ascoltare le richieste dei manifestanti e mediare, magari riprendendo i negoziati. Un atteggiamento, quello conciliante, che non si è visto negli ultimi lustri quando a manifestare erano cittadini che si opponevano alla globalizzazione neoliberista, alle politiche di austerità, allo sfruttamento del territorio. La corona di ipocrita dell’anno, tuttavia, andrebbe conferita al Segretario di Stato degli USA, che ha avuto l’ardire di dare una lezione di democrazia agli ucraini, pur avendo le autorità del suo Paese utilizzato una forza ed una violenza spropositate contro quei presidii di cittadini che comunemente vanno sotto la sigla Occupy.

Poveri ricchi

In Editoriali on 02/12/2013 at 09:55

di Nicola Melloni

da Esseblog.it

Ci risiamo. La crisi non è ancora finita, anzi, ma già si ricomincia con la grande macchina propagandista del capitale. Forse, in verità, non ha mai taciuto. Una crisi nata nel mercato è stata trasformata in crisi dello Stato e del Welfare State e l’austerity è passata in cavalleria – le proteste son state più tra accademici e giornalisti che tra i banchi parlamentari delle democrazie europee.

Tagli su tagli – e tagli che, come sempre, colpiscono i più poveri – e nessuna vera risposta alle cause della crisi. Ora però si passa alla fase successiva. Si comincia, come spesso accade, in Gran Bretagna, dove diversi commentatori hanno cominciato a battere la grancassa: i ricchi pagano troppe tasse, è ora di ridurle. Forse hanno ragione: il top 1% ha un reddito pari circa all’11% di quello nazionale, ma paga oltre il 24% delle tasse sul reddito. Davvero troppo, dicono.

Non so se sia troppo – in fondo, una volta,  uno dei principi fondamentali delle moderne democrazie era la progressività delle imposte fiscali. Quel che so però, che si tratta di propaganda, si presenta un pezzo di verità e la generalizza per motivi politici. In questo caso, è vero che i ricchissimi pagano il 24% delle tasse sul reddito, che però sono solo una parte delle tasse totali. Diamo un’occhiata a dati più completi: il top 10% paga tasse poco inferiori ad 1/3 del proprio reddito lordo. Il 10% più povero paga tasse un poco superiori ad 1/3 del proprio reddito. D’altronde, pare davvero difficile sostenere che la Gran Bretagna – ma non solo lei – sia un paese che tartassa i poveri ricchi. Non a caso, negli ultimi trent’anni , la quota di salario nazionale nelle mani del top 1% è più che raddoppiata, passando dal poco meno del 6% ad oltre il 13%. Non pare proprio una stangata, un assalto al patrimonio.

Va bene, forse non è proprio un problema di equità, ma la battaglia per diminuire le tasse ai più abbienti è anche una questione di efficienza economica. I ricchi investono, dunque bisogna abbassare loro le tasse per tornare alla crescita e diminuire la disoccupazione.

Anche qui, una verità parziale trasformata in una colossale bugia. Per aumentare la disoccupazione servono investimenti, vero. E gli investimenti non ci sono.  Il punto critico però è che non ci sono non perché non ci sia abbastanza capitale da investire. Tutt’altro: nel mondo, in questo momento c’è una massa enorme di liquidità che non riesce a trovare sbocchi di investimento. Perché? Perché nessuno consuma. A forza di ridurre i salari, di tagliare lo stato sociale, di aumentare la diseguaglianza, si sono impoveriti lavoratori e classe media. I consumi sono stati tenuti in vita artificialmente col ricorso al debito, ma con la crisi tutto è crollato. Non c’è dunque nessuna necessità di tagliare le tasse per i più ricchi, anzi. Bisognerebbe, invece, abbassare le tasse per la maggioranza della popolazione, finanziandole non con tagli al welfare – che colpirebbe sempre gli stessi – ma propri alzando le tasse ai poveri ricchi.

Semplice, corretto, equo. Peccato che non lo chieda nessuno. E’ l’effetto di 30 anni di propaganda, o se vogliamo, di egemonia. Egemonia davvero ferrea, che la crisi non ha scalfito ma anzi rafforzato. Con una sinistra, o presunta tale, succube, che vota l’austerity, privatizza, taglia lo stato sociale. Politiche di classe camuffate da necessità. Ricette economiche parziali, quando non false, spacciate come scientifiche. Ed allora forse sarebbe il caso di ricordare Gramsci, dobbiamo smontare l’egemonia di regime, raccontando la verità. Perchè la verità è sempre rivoluzionaria.