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Posts Tagged ‘capitalismo’

Poveri ricchi

In Editoriali on 02/12/2013 at 09:55

di Nicola Melloni

da Esseblog.it

Ci risiamo. La crisi non è ancora finita, anzi, ma già si ricomincia con la grande macchina propagandista del capitale. Forse, in verità, non ha mai taciuto. Una crisi nata nel mercato è stata trasformata in crisi dello Stato e del Welfare State e l’austerity è passata in cavalleria – le proteste son state più tra accademici e giornalisti che tra i banchi parlamentari delle democrazie europee.

Tagli su tagli – e tagli che, come sempre, colpiscono i più poveri – e nessuna vera risposta alle cause della crisi. Ora però si passa alla fase successiva. Si comincia, come spesso accade, in Gran Bretagna, dove diversi commentatori hanno cominciato a battere la grancassa: i ricchi pagano troppe tasse, è ora di ridurle. Forse hanno ragione: il top 1% ha un reddito pari circa all’11% di quello nazionale, ma paga oltre il 24% delle tasse sul reddito. Davvero troppo, dicono.

Non so se sia troppo – in fondo, una volta,  uno dei principi fondamentali delle moderne democrazie era la progressività delle imposte fiscali. Quel che so però, che si tratta di propaganda, si presenta un pezzo di verità e la generalizza per motivi politici. In questo caso, è vero che i ricchissimi pagano il 24% delle tasse sul reddito, che però sono solo una parte delle tasse totali. Diamo un’occhiata a dati più completi: il top 10% paga tasse poco inferiori ad 1/3 del proprio reddito lordo. Il 10% più povero paga tasse un poco superiori ad 1/3 del proprio reddito. D’altronde, pare davvero difficile sostenere che la Gran Bretagna – ma non solo lei – sia un paese che tartassa i poveri ricchi. Non a caso, negli ultimi trent’anni , la quota di salario nazionale nelle mani del top 1% è più che raddoppiata, passando dal poco meno del 6% ad oltre il 13%. Non pare proprio una stangata, un assalto al patrimonio.

Va bene, forse non è proprio un problema di equità, ma la battaglia per diminuire le tasse ai più abbienti è anche una questione di efficienza economica. I ricchi investono, dunque bisogna abbassare loro le tasse per tornare alla crescita e diminuire la disoccupazione.

Anche qui, una verità parziale trasformata in una colossale bugia. Per aumentare la disoccupazione servono investimenti, vero. E gli investimenti non ci sono.  Il punto critico però è che non ci sono non perché non ci sia abbastanza capitale da investire. Tutt’altro: nel mondo, in questo momento c’è una massa enorme di liquidità che non riesce a trovare sbocchi di investimento. Perché? Perché nessuno consuma. A forza di ridurre i salari, di tagliare lo stato sociale, di aumentare la diseguaglianza, si sono impoveriti lavoratori e classe media. I consumi sono stati tenuti in vita artificialmente col ricorso al debito, ma con la crisi tutto è crollato. Non c’è dunque nessuna necessità di tagliare le tasse per i più ricchi, anzi. Bisognerebbe, invece, abbassare le tasse per la maggioranza della popolazione, finanziandole non con tagli al welfare – che colpirebbe sempre gli stessi – ma propri alzando le tasse ai poveri ricchi.

Semplice, corretto, equo. Peccato che non lo chieda nessuno. E’ l’effetto di 30 anni di propaganda, o se vogliamo, di egemonia. Egemonia davvero ferrea, che la crisi non ha scalfito ma anzi rafforzato. Con una sinistra, o presunta tale, succube, che vota l’austerity, privatizza, taglia lo stato sociale. Politiche di classe camuffate da necessità. Ricette economiche parziali, quando non false, spacciate come scientifiche. Ed allora forse sarebbe il caso di ricordare Gramsci, dobbiamo smontare l’egemonia di regime, raccontando la verità. Perchè la verità è sempre rivoluzionaria.

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La crisi di lunga durata

In Editoriali on 27/11/2013 at 08:46

di Nicola Melloni

da Liberazione

La crisi non è finita, lo sappiamo bene in Italia con l’economia in recessione e la disoccupazione in aumento. Il resto dell’Europa meridionale non è messa molto meglio, mentre Germania e Stati Uniti sembrano essere usciti dal momento peggiore, almeno se si guardano gli indicatori macroeconomici più classici, come crescita e disoccupazione.

Che nascondono però alcune inquietanti verità. Per esempio che il famoso top 1% si è impossessato del 95% della crescita avvenuta in questi anni negli USA. O che, sempre negli Stati Uniti, la partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa dal 1948, l’anno in cui si cominciarono a registrare questi dati. E la produzione industriale, in tutti i paesi occidentali, è ancora sotto il livello pre-crisi. Perché? Perché mancano le opportunità di investimento.

Certo, lo shock finanziario ha colpito duro, ed ancora più duro han colpito le politiche di austerity. Il problema, però, è di natura strutturale, non congiunturale. Si tratta di trend di lungo periodo del capitalismo, proprio quelli che, in primo luogo, hanno gettato le basi per il meltdown del 2007. La finanziarizzazione dell’economia ha creato una enorme massa di capitale in eccesso in cerca di investimento che non era, però, facile trovare. Il risultato è stato la creazione di bolle su bolle, sempre più grosse, sempre più difficili da controllare. Fino a Lehman, appunto. Nulla però si è fatto per curare questi problemi e lo stesso trend è ricomparso quasi subito: una crescita esponenziale del mercato azionario americano, pure a fronte di bassi investimenti e bassa crescita; ed un aumento fortissimo dei prezzi delle case in Inghilterra, soprattutto a Londra. Insomma, nuovamente il capitale – presto riformatosi soprattutto grazie ai quantitative easing – gira il mondo e, non trovando investimenti produttivi, crea bolle speculative. I segni di una certa instabilità del sistema finanziario non mancano, anche JP Morgan ha messo in guardia i mercati denunciando un eccesso di liquidità superiore anche al periodo 2001-2006, gli anni che hanno portato alla bolla e alla crisi finanziaria.

Quello cui ci troviamo davanti è, in sintesi, una crisi di struttura. C’è una sovraccumulazione di capitale ed un eccesso di capacità produttive. Da una parte, l’avanzamento tecnologico e la robotizzazione porta ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda corrente. Dall’altra, la stessa domanda è costretta dalla crescente diseguaglianza che è stato l’altro trend dominante degli ultimi trent’anni. Per un decennio abbondante, questo squilibrio è stato nascosto proprio dalla leva finanziaria che, con i vari mutui subprime e l’economia del debito, ha finanziato tanto gli investimenti profittevoli quanto il consumo. In realtà, la struttura economica attuale – e con l’attuale livello di domanda – sembra portarci a quella che Larry Summers ha definito una stagnazione secolare, con pochissime opportunità di investimento, e dunque di crescita. Tant’è che è stato calcolato che il livello di equilibrio dei tassi di interesse per garantire la piena occupazione sia negativo (-3%). Un trend che rischia di peggiorare con il progressivo re-orientamento dell’economia cinese verso i servizi. Non è una sorpresa quindi che la politica monetaria espansiva di questi anni abbia portato risultati assai modesti: in America, appunto, un rigonfiamento artificiale dei prezzi delle azioni – il rapporto prezzo/guadagni che indica la presenza di un eccesso di esuberanza nei mercati è già a livello di rischio – in Europa una riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Affidarsi al mercato, dunque, non potrà portare a nessuna vera crescita non solo per i prossimi mesi o anni, ma addirittura per i prossimi decenni. L’uscita dalla crisi può avvenire solo attraverso l’intervento pubblico. Da una parte, con politiche fiscali redistributive che possano incoraggiare la domanda interna. Dall’altra, soprattutto, con la spesa pubblica. Tutto l’Occidente, oggi, è in disperato bisogno di interventi pubblici per ricalibrare il sistema economico in maniera sostenibile, verso una versione ecologicamente compatibile del capitalismo. Si tratta di una modernizzazione necessaria, tanto per ragioni sociali quanto per motivi economici. Un tipo di investimento infrastrutturale di lungo termini che, per sua stessa natura, difficilmente potrebbe vedere il mercato privato protagonista – mercato che però, nel medio periodo, si gioverebbe sia della maggior crescita, sia della modernizzazione tecnologica.

In Italia poi, e non solo in Italia, il bisogno di investimento pubblico sarebbe essenziale per sopperire la mancanza cronica di infrastrutture – dai trasporti locali ai porti alla messa in sicurezza del territorio. Si tratterebbe di una ritorno al passato nella maniera di intendere l’economia pubblica. E soprattutto di una presa di coscienza che la struttura economia attuale non è sostenibile.

Dove va la Cina

In Editoriali on 19/11/2013 at 10:43

di Nicola Melloni

da Liberazione

Il Terzo Plenum del XVIII Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese è stato ampiamente ripreso dai giornali. Si è parlato di una svolta storica, di una definitiva apertura al mercato, della fine definitiva della contraddizione del capitalismo di stato in Cina. In realtà la situazione, come sempre a Pechino, è assai più complessa.
Fedeli alla massima di Deng – non importa che il gatto sia nero o bianco, l’importante è che acchiappi i topi – la leadership cinese basa le sue strategie su uno schietto pragmatismo, analizzando la realtà e i problemi dell’economia cinese e proponendo soluzioni adeguate. I trent’anni di riforme sono state proprio l’esempio di questa politica. Dopo aver abbandonato una economia di piano con chiari segni di sfinimento, si sono introdotti diversi elementi di economia di mercato. Ma non ci si è mai affidati all’ideologia e si sono sempre respinti gli interessati suggerimenti occidentali che spingevano per una liberalizzazione rapida, sul modello dell’Est Europa. Si è visto poi chi avesse ragione.
La Cina ha battuto tutti i record di crescita, è diventata la seconda economia mondiale e ha portato centinaia di milioni di lavoratori fuori dalla povertà. Allo stesso tempo, però, ha creato nuove contraddizioni. Intanto una crescita basata sullo sfruttamento selvaggio della forza lavoro e quindi sull’accesso ai mercati internazionali. In sintesi, salari bassi per esportare invece che per aumentare la domanda interna in un ciclo virtuoso di investimenti, consumo, crescita. Ora questo modello sta mostrando segni di logoramento: da una parte i mercati occidentali non tirano più come una volta, a causa della crisi; dall’altra, la sperequazione sociale sta portando ad un aumento del costo della vita nelle città, alle conseguenti tensioni sociali ed ad un aumento progressivo del costo del lavoro. Nel frattempo l’industrializzazione si è completata, gli investimenti in beni capitali non possono reggere una continua accelerazione dato il progressivo esaurimento delle opportunità di profitto, il gap tecnologico con l’Occidente si è drasticamente ridotto.
Ed allora, per la prima volta in questi tre decenni di riforme, si parla di muovere l’economia verso il mercato interno, rafforzando il potere d’acquisto dei cittadini cinesi e fornendo un solido stato sociale per stabilizzare la domanda e ridurre le tensioni sociali. In un paese che invecchia velocemente, è allora normale attendersi maggiori servizi per gli anziani e un cambiamento nella politica del figlio unico che ha avuto grande successo nello stabilizzare la popolazione cinese ma ne ha favorito anche il veloce invecchiamento. Insieme a questo, una parziale rimodulazione dell’economia verso i servizi, che garantirebbe possibilità occupazionali e di reddito anche in presenza di una crescita meno forte che nei decenni precedenti.
Infine, il mercato. In questi decenni la Cina si è aperta all’economia di mercato ma ha sempre cercato di regolarla. Investimenti esteri consentiti ma solo in partnership con compagnie cinesi, servizi finanziari regolati, ruolo chiave delle industrie di stato che hanno accesso al credito a prezzi calmierati, dominando alcuni segmenti economici chiave. Da una parte questo ha portato ad alcune inefficienze – diverse compagnie pubbliche producono perdite e sopravvivono solo grazie all’aiuto di Stato – ma ha permesso al Partito di tenere le redini dell’economia. Allo stesso tempo, però, la commistione endemica tra pubblico e privato ha portato ad un forte debito delle amministrazioni locali e ha foraggiato una corruzione indecente. La dirigenza cinese sembra ora orientata a lasciare ancora più spazio al mercato. Lo farà però molto gradualmente, timorosa come sempre di shock sistemici che possano distruggere il fragile equilibrio economico e sociale del Paese.
E’ difficile credere che Pechino si lanci in un liberismo sfrenato. Cercherà di dare più spazio al mercato, mediandolo però con i tanto attesi servizi sociali, e vorrà mantenere un ferreo controllo sulle linee guida dell’economia. Perché una cosa è molto chiara ai leader cinesi: il monopolio politico del Partito Comunista è possibile solo in una società ordinata. Dopotutto, il controllo della struttura economica è essenziale per la stabilità della sovrastruttura politica.

A Lampedusa la tragedia dello sfruttamento o lo sfruttamento della tragedia?

In a sinistra on 03/10/2013 at 19:32

E’ già tempo di uno scambio di accuse abbastanza vomitevole. La Lega se la prende con il Ministro Kyenge e con la Boldrini. In effetti c’è una certa logica: perchè gli Africani non muiono a casa loro invece di infestare i nostri mari? A forza di esser buonisti si aumentano le tragedie…. sempre se uno vuol dimenticarsi di quando diversi esponenti leghisti invitavano a silurare le navi di migranti. Da altre parti, invece, si punta il dito contro la Bossi-Fini, come se fosse una legge, pur sciagurata, a creare i drammi del mondo moderno.

Ed allora, se vogliamo sfruttare la tragedia dei migranti, parliamo di cose serie, cioè della tragedia dello sfruttamento. I poveri del mondo scappano dai loro paesi perchè perseguitati dalla fame, dalla miseria, dalla guerra, dalla morte. Nel Sud del mondo, oggi, ci sono 1,4 miliardi di poveri che vivono con meno di 2 dollari al giorno. 2 dollari al giorno! Il tasso di mortalità a 5 anni di un bambino nato in un paese in via di sviluppo è 13 (tredici!) volte maggiore che in Occidente. Ed in Niger una donna su 7 muore di complicazioni legate al parto, in Svezia è 1 ogni 17.400. In Africa, intanto, ogni anno 1 milione di persone muore di malaria. E poi ci sorprendiamo che milioni di uomini, donne e bambini cercano un futuro migliore. Ma questo non ci interessa, ovviamente. No, pensiamo al lavoro che ci rubano. O anzi, pensiamo che ci stanno invadendo, come il finto giornalista del Foglio, secondo cui la morte dei migranti è colpa di chi dà loro qualche spicciolo la sera, che gli fa credere che l’Italia sia il paese del bengodi. Ma l’Italia è il paese di bengodi per i poveri del mondo!

Quello su cui dovremmo davvero interrogarci è il mondo schifoso che permette che milardi di persone vivano e muoiano in povertà, mentre i più ricchi diventano sempre più vergognosamente ricchi. Ricominciare a pensare che forse la ricchezza oscena non è un merito, ma uno scandalo, quando non proprio un furto. Che la riccehzza dei pochi si basa proprio sulla povertà dei tanti, sullo sfruttamento del lavoro, sul furto delle risorse. Sulle guerre che finanziamo, sui capitali che si spostano dove vogliono mentre le persone sono legate alle catene dei negrieri. E dei loro prezzolati amici che lavorano al Foglio.

Italia in vendita

In Editoriali on 24/09/2013 at 16:38

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ormai i nodi stanno venendo al pettine. Telecom Italia sta per diventare Telecom Spagna, con il controllo che sta per passare agli spagnoli di Telefonica, mentre nei prossimi giorni Alitalia dovrebbe infine cadere nelle mani di Air France, con qualche anno di ritardo, qualche spesa per il contribuente e qualche manovra di potere per i soliti noti capitalisti italiani. E poco dopo anche Ansaldo, sbriciolata in tre pezzi, rischia di finire sotto controllo estero, come spiegato oggi dal Sole24ore.
Nulla di nuovo, si potrebbe dire. Ed in effetti del declino del capitalismo italiano abbiamo parlato più volte, mentre il governo e la politica in generale si ostina a non fare nulla. La posizione del precedente esecutivo era chiara: è il mercato, bellezza. In parole povere, se stiamo in Europa, se privatizziamo, è chiaro che il controllo delle nostre compagnie possa finire anche in mano straniera. Il mercato, si sa, porta efficienza, quindi se compratori stranieri sono interessati alle nostre aziende non potremmo altro che ricavarne benefici per i nostri consumatori. Questa è la storiella. Senza capo né coda, purtroppo.
Per prima cosa è certo vero che Telecom sia in difficoltà, con un indebitamento altissimo. Peccato che Telefonica non abbia conti migliori, anzi. E questo dovrebbe dar da pensare parecchio, quando parliamo di un settore dove gli investimenti – costosi – sono indispensabili per migliorare la qualità del servizio. Servizi non futili, tanto per capirci. Internet in Italia funziona decisamente peggio che nel resto d’Europa, la banda larga raggiunge solo una minoranza della popolazione, il collegamento fuori città è quello che è. Parliamo di un settore strategico per lo sviluppo industriale e dei servizi – un bene pubblico. Lasciato in mano a privati, per di più stranieri, senza interessi strategici nello sviluppo economico del Paese. Le conseguenze sono facilmente immaginabili.
Non va tanto meglio per le altre aziende coinvolte. Il trasporto aereo, in un mondo globalizzato, è ovviamente strategico, ed è un veicolo per la politica industriale del paese, non proprio una priorità di Air France. Chiaro che non era una priorità neanche per la cordata di capitalisti italiani, che non avevano alcun interesse nel settore, salvo rinsaldare quel pessimo legame politica-imprenditoria fatto di marchette e appalti. Mentre Ansaldo, società leader del settore, verrebbe di fatto scorporata, con conseguenze immaginabili per investimenti e ricerca.
Il problema vero, però, non è tanto il passaggio di queste aziende a concorrenti stranieri, quanto il marcio che permea quasi tutto il grande capitalismo italiano. Telecom, Alitalia e Ansaldo vivono una stagione di grande crisi, senza piani strategici di sviluppo ed investimento. Le privatizzazioni sono state fatte favorendo amici ed amici di amici. Non sono state create vere public company, ma società che venivano controllate attraverso scatole cinesi, quote di minoranza e patti di sindacato. Piccoli o relativamente piccoli esborsi per i nuovi padroni del vapore, in cambio di controllo totale, senza neanche dover ricorrere a delle OPA, senza tutela per i piccoli azionisti. Telecom, per esempio, era un colosso del settore negli anni 90, passata di mano due volte in pochi mesi tra fine dei governi D’Alema-Amato ed inizio del governo Berlusconi, e si è ora ridotta ad una società indebitata senza un capitale sufficiente a confrontarsi con le sfide dei prossimi anni. Ed ora pronta per essere presa, a prezzo di saldo, da Telefonica, nuovamente non attraverso un OPA ma semplicemente controllando la cassaforte del gruppo, Telco.
In Italia pare che non si sia ancora capito come funziona davvero il capitalismo. Anche l’Economist ha scoperto che in tutte le economie emergenti lo Stato, con un chiaro piano di sviluppo, fa la parte del leone. In Francia la direzione politica dell’economia è da sempre una garanzia di difesa del sistema industriale del paese. Nella stessa America, il potere politico non esita a mettere il veto su cessioni di assett strategici ed il governo promuove con forza gli interessi dell’industria a stelle e strisce. In Italia, invece, i capitalisti preferiscono fare i rentiers e il capitalismo di sistema di Medio-Banca e IRI si è trasformato nella difesa degli interessi di bottega del singolo, a tutto svantaggio del paese, con l’aiuto di una politica imbelle e collusa. Per ritrovarci, alla fine, con un pugno di mosche.