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Il terribile declino dell’Italia

In Da altri media on 20/10/2013 at 14:56

 

Proponiamo di sotto un articolo di Roberto Orsi, della London School of Economics, tratto da affariitaliani.it. In maniera diretta ci dice cosa sta succendendo in Italia, un evento epocale di impoverimento e deindustrializzazione che rischia in brevissimo tempo di portarci alla catastrofe totale, da cui sarà difficile, se non impossibile, rialzarsi. Il risultato di vent’anni di disastri, certamente condizionati da Silvio Berlusconi ma in cui il resto della politica nulla ha fatto per veramente contrapporsi, persa in maneggi, camarille, piccolo cabotaggio. E che ora, sull’orlo dell’abisso, si intestardisce sulla stessa strada di sempre…

L’ANALISI DI ORSI

da Affaritaliani.it

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.

Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.

L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.

L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

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Lo spread e l’ennesima buffonata di Monti

In politica on 30/01/2013 at 11:08

Va bene la campagna elettorale, ma c’è un limite a tutto. Monti, lo ricordiamo, è andato al governo sulla base di favole costruite ad arte da giornali e commentatori, del tipo che la sua presenza al posto di Berlusconi avrebbe tagliato lo spread di 200 punti. Infatti, poco dopo la sua nomina, lo spread toccò il massimo storico, e scese solo dopo l’intervento di Draghi, cosa che in Europa sanno tutti ma solo in Italia si continua a mistificare come successo del governo.
Ora si ricomincia. Intervistato in Rai, Monti ha sostenuto che la presenza di Vendola al governo avrebbe rischi sullo spread. Vale a dire: Berlusconi non si può votare, il centrosinistra nemmeno, gli italiani devono scegliere la lista Monti per governare, altrimenti i mercati ci puniranno.
Una concezione della democrazia bislacca, in linea con quella del governo tecnico imposto al Parlamento e agli italiani che mai l’avevano votato. Monti mente sapendo di mentire quando dice che esiste un’ipoteca del mercato su queste elezioni. Lo abbiamo visto a più riprese, oramai anche FT e Goldman Sachs hanno ripudiato l’austerity e il vero problema per l’Italia sarebbe un nuovo governo con Monti in qualche posizione importante. Le sue scelte economiche hanno fatto dell’Italia lo zimbello d’Europa, la disoccupazione è alle stelle e l’economia in recessione. Non è certo Vendola che dobbiamo temere, ma Monti.
Detto questo, questa manfrina appare davvero patetica, dato che i due sembrano pure destinati a governare insieme. Dove non potè Dio, potè Bersani. Che vincerà le elezioni, ma ha detto in tutte le salse di voler Monti con sé. E avendo già tirato su Vendola per coprirsi a sinistra, si dovrà far buon viso a cattiva sorte. Bella prospettiva che due che hanno litigato ferocemente durante la campagna elettorale si ritrovino allo stesso tavolo. Alla faccia della coerenza, e della credibilità della politica. 

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L’economia reale distrutta da Monti

In Editoriali on 22/01/2013 at 08:35

di Nicola Melloni

da Liberazione

L’Italia è in recessione e ci rimarrà anche il prossimo anno. E la responsabilità maggiore ricade sul governo Monti (e sul suo predecessore Berlusconi). Se queste parole non le avesse dette il governatore della Banca d’Italia Visco, qualcuno avrebbe potuto pensare alla solita “propaganda comunista”. Ed invece….
Iniziamo dai numeri. Per mesi ci avevano raccontato che rimettendo a posto i conti pubblici il Pil sarebbe di nuovo cresciuto già nel 2012, ed invece il calo è stato superiore al 2%. Ci hanno allora detto che nel 2013 si sarebbe invertita la tendenza: ed invece già adesso Bankitalia ci anticipa che anche per quest’anno saremo in recessione. Poi, forse, dal 2014, le cose andranno meglio – ma non c’è tanto da fidarsi, data la costante sovrastima da parte di tutti i centri studi (e qui delle due l’una: o sono totalmente incapaci o mistificano la realtà ad uso politico).
E per quanto riguarda le responsabilità di questo sfacelo? Anche qui continuiamo a seguire il discorso di Visco, d’altronde i numeri, per una volta, non mentono. Monti, Scalfari e i custodi dell’ortodossia monetarista e filo-governativa possono arrampicarsi sugli specchi finché vogliono, ma la realtà è davanti agli occhi di tutti: il maggior responsabile della recessione della nostra economia è il governo da poco dimesso. Certificato, appunto, da Bankitalia che nelle sue tabelle analizza le origini della recessione e spiega che la parte del leone l’hanno fatta le svariate finanziarie di questi anni. Non è certo una sorpresa, per noi almeno. Sono ormai due anni che economisti di sinistra e commentatori di varia origine denunciano l’assurdità delle politiche di austerity. Ultimamente si è aggiunto al coro anche il Fondo Monetario Internazionale che ha rivisto i suoi parametri per le previsioni economiche: anche a Washington si sono finalmente accorti che i tagli di bilancio deprimono il Pil, ben oltre le iniziali previsioni (frutto di un calcolo sbagliato – non è dato sapere se consapevole o meno – del moltiplicatore keynesiano). Ma Monti e suoi non hanno voluto ascoltare nessuna di queste voci, testardi come solo i professori arroganti possono essere. E allora avanti con i tagli, con il bel risultato che la nostra economia sta sprofondando.
Ma, ci continuano a dire media e politici in piena campagna elettorale, questi tagli erano indispensabili per rimettere in sesto i conti pubblici. Peccato che questi siano in realtà peggiorati da quando Monti è al governo: deficit ancora sulla fatidica soglia del 3% del PIL, rapporto debito/Pil in continua ascesa. Non era d’altronde difficile prevederlo: i tagli e le tasse maggiori deprimono l’economia (il denominatore scende) ed allo stesso tempo riducono le entrate fiscali ed aumentano i costi del welfare, tipo cassa integrazione (e dunque il debito-numeratore aumenta). A giustificare i tagli rimane allora solo la favoletta dello spread, calato grazie al salva-Italia. Peccato che proprio all’indomani della finanziaria “lacrime e sangue” di Monti (in aggiunta ai tagli selvaggi di Berlusconi-Tremonti), i tassi di interesse abbiano raggiunto i massimi di questa crisi. Ormai la storia dello spread è stata smascherata e non ha nulla a che fare con l’operato del governo Monti – per maggiori informazioni rivolgersi a Mario Draghi, al suo ufficio della BCE.
Davanti a questi dati drammatici ci si aspetterebbe una lunga discussione e una rimodulazione dei programmi, soprattutto in una campagna elettorale che dovrebbe essere decisa proprio sui temi della crisi. Da una parte Monti e i suoi centristi non possono essere credibili nei loro programmi economici, ancorati come sono alla logica dell’austerity. E sicuramente una credibilità maggiore non può avere Berlusconi che l’austerity l’aveva iniziata già prima di Monti e che ha sostanzialmente sottovalutato gli effetti economici della crisi finanziaria. Ma non è certo molto meglio il programma Bersani che si delinea comunque in continuità con l’agenda Monti, appoggiata “senza se e senza ma” per oltre un anno. Il punto in questione è che, bloccati dai trattati europei, la politica dell’austerity è destinata a continuare. Il fiscal compact prevede una riduzione continuativa del debito in eccesso del 60% del Pil nel giro di 20 anni – circa 50 miliardi solo per il 2013. Con nessuna garanzia, come abbiamo visto, che questi tagli producano l’effetto sperato e abbassino il rapporto debito/Pil, con il rischio aggiuntivo di sanzioni da parte della UE.
Di fronte a tutto questo il Pd e Sel non hanno nulla da dire. Non una denuncia, o almeno una ridiscussione dei trattati europei; non una apertura sulla patrimoniale, l’unico vero strumento per rimettere seriamente a posto i conti pubblici, con effetti assai meno depressivi sui consumi. Una coalizione che si definisce progressista non vuole nemmeno discutere una tassa che colpisce i patrimoni maggiori in un paese dove il 10 per cento della popolazione controlla il 50 per cento della ricchezza. E soprattutto in un paese dove la ricchezza privata è ben cinque volte superiore al nostro debito, e dove dunque si potrebbero trovare soluzioni alternative all’austerity. Solo su queste basi si può battere la destra, che non è certo solo quella di Berlusconi. E’ quella che in Italia, Spagna, Grecia, ma anche nel resto d’Europa, affama il lavoro e non tocca i privilegi dei ricchi, nascondendosi dietro fallimentari ricette economiche.

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