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Lavorare, lavorare, lavorare, il modello americano

In Capitalismo on 01/05/2014 at 18:06

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Che paese questa America. Accusa gli altri di ipersfruttamento e concorrenza sleale, ma è il peggior performer al mondo quando si parla di diritti del lavoro. Almeno per quel che riguarda le garanzie legislative. Nessun diritto alle vacanze, nessun diritto alla maternità. Devi solo lavorare, per sopravvivere, e per generare i profitti che non vanno nelle tasche dei lavoratori, ma solo del padronato. E che dovrebbe far riflettere anche su un modello economico che genera più crescita dell’Europa, ma a che prezzo? Quello di un maggior sfruttamento del lavoro. Un modello che economisti, politici, e euro-tecno-burocrati ammirano tanto. Ma siamo sicuri che sia quello che anche i lavoratori europei vogliono?

 

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Abbagli democratici

In Editoriali on 14/03/2014 at 11:44

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Negli ultimi anni, un po’ in tutto il mondo, sono tornati alla ribalta movimenti popolari che puntano, a volte con successo, a volte meno, a rovesciare tiranni, regimi, e governi. La stampa occidentale – insieme a gran parte dei politologi e dell’establishment –ha subito cercato di trovare una matrice comune, rievocando immediatamente l’89 e la scomparsa dei regimi socialisti. Il sottinteso è che un po’ ovunque i popoli oppressi, presto o tardi, si ribellano, e che la democrazia – quella occidentale, ovviamente – è un ideale a cui tutti tendono. In pratica una rilegittimazione – per mano altrui – di un modello che l’attuale crisi economica sembra mettere in discussione.

La realtà, però, è assai diversa da quel che traspare sui media. Un po’ per ignoranza e impreparazione, un po’ per interessi strategici e geopolitici, queste rivolte sono state descritte, appunto, come democratiche. Rivoluzioni, addirittura. Si tratta di ben altro.

Per prima cosa, non è possibile generalizzare: l’Egitto è diverso dalla Libia, e la Siria dall’Ucraina, tanto per fare qualche esempio. L’unica genuina rivoluzione che abbiamo visto in questi anni è quella di Piazza Tahrir, al Cairo.

In quel caso si trattava davvero di una massa di diseredati, di sconfitti di un trentennio di regime di Mubarak, uniti a quella parte dell’elite economica egiziana in difficoltà a seguito delle riforme economiche neoliberali che hanno aperto il mercato alle multinazionali occidentali. La richiesta di democrazia delle masse egiziane, però, aveva ben poco a che fare con la voglia di Occidente, come ci avevano fatto credere in un primo momento. Il regime dittatoriale di Mubarak è stato sostituito da un governo filo-islamico, democraticamente eletto. E quando questo è caduto sotto i colpi dei militari, non si sono sentiti, in Occidente, gli alti lai di sdegno dei difensori della democrazia. Quella, in fondo, va bene solo se serve i nostri interessi.

La bandiera della libertà è stata però sventolata in Libia e Siria, due feroci dittature da sempre non ben viste in Occidente. Peccato che, in questo caso, le rivolte non avessero nulla, o quasi, di democratico, trattandosi in realtà di scontri intestini tra diverse fazioni. In Libia, quella che era a tutti gli effetti una lotta di clan rivali, si è risolta, grazie all’intervento Occidentale, con la caduta del regime di Gheddafi, seguita però non certo in una svolta democratica quanto piuttosto dalla fine dello stato libico, al momento dominato da una guerra per bande, in una situazione totalmente anarchica. In Siria, dove si era provato a seguire una linea simile a quella libica, con tanto di intervento anglo-francese-americano, ci si è poi resi conto che i ribelli anti-Assad erano egemonizzati da gruppi di estremisti islamici. E dopo due anni di propaganda pro-democratica, la Siria è sparita da quasi tutti i media.

In Ucraina ed in Venezuela, poi, la situazione è completamente diversa. Se in Medio-Oriente la lotta della piazza era comunque contro regimi dittatoriali, i leader di Ucraina e Venezuela son stati democraticamente eletti. Si, democraticamente: a Kiev le elezioni furono giudicate dall’OCSE come democratiche, a Caracas, addirittura, l’ex presidente americano Jimmy Carter dichiarò che “il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”. Nessuno nega i problemi dei due governi: quello ucraino, sicuramente corrotto e inetto; ed anche in Venezuela, dove, come in ogni paese in via di sviluppo, le fratture sociali sono spesso insanabili. In entrambi i casi, però, si tratta senza dubbio di governi e parlamenti eletti, e le rivolte di piazza tese a rovesciare il governo non possono certo essere definite democratiche. In entrambi i casi, però, ci fa comodo definirle in questo modo perché Maduro e Yanukovich hanno scelto politiche non accomodanti per l’Occidente.

Nessuno, sia chiaro, mette in discussione la libertà di manifestare delle opposizioni. Bisogna però chiarire bene la situazione: a Kiev la piazza era dominata da gruppi paramilitari fascisteggianti che rifiutavano ogni compromesso per ribaltare, con la violenza, il governo eletto. Addirittura, come risulta da una telefonata intercettata tra il rappresentante europeo, Lady Ashton, e il ministro degli esteri estone, i cecchini che sparavano sulla folla – la pistola fumante contro Yanukovich – sarebbero stati membri dell’opposizione, incuranti di versare sangue pur di screditare il governo. Una notizia clamorosa, ma ignorata ad arte dai nostri giornali. In Venezuela, invece, la protesta dei cosiddetti studenti – in realtà giovani rampolli dell’alta borghesia, iscritti alle scuole private – è capeggiata da un golpista, già implicato in un precedente colpo di stato contro Chavez. Questi sono gli alfieri della democrazia occidentale, tanto osannati dalle nostre parti.

No, non si tratta di rivolte democratiche, ed in fondo, a noi, nemmeno interessa più di tanto. L’importante è la caduta di regimi ostili all’Occidente. Se poi ci ritroveremo a fronteggiare nazionalisti ucraini e jihadisti siriani, poco male, l’orizzonte temporale della nostra politica estera svanisce ogni giorno al tramonto.

I vantaggi della sanità privata

In Capitalismo on 04/03/2014 at 19:34

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Il grafico, mi pare, si commenta da solo. Mette in relazione aspettativa di vita e spesa pro-capite in sanità. La curva è il trend registrato, segnala quale è la relazione standard tra le due variabili. L’Italia, per esempio, se la cava benone. Gli unici due paesi che si trovano notevolmente a destra della curva  – cioè hanno una aspettativa di vita bassa per la spesa fatta – sono Russia e, soprattutto, America. In quest’ultimo caso, si parla della spesa pro-capite più alta del mondo, e non di poco. Con risultati simili a quelli del Cile, che spende un quarto degli USA.

Privatizziamo anche noi?

Capitalismo contro democrazia

In Da altri media on 13/11/2013 at 09:34

Se ne parla poco, e si capisce anche il perchè. USA e UE stanno discutendo l’area di libero scambio, anche se lo scandalo NSA ha un pò raffredato gli ardori libero-scambisti. Ma ci sono motivi ben più importanti per opporsi a tale follia. Ad esempio, come racconta il Guardian (in Italia, quando?) una della clausole del Trattato sarebbe legata al meccanismo di risoluzione delle controversie tra Stato e imprese, già presente in diversi paesi. Un meccanismo per cui ogni compagnia privata potrà citare in giudizio uno Stato democratico che decida di modificare o imporre delle regole che, limitando alcune attività economiche, possano avere rilevanti conseguenze per cittadini, ambiente, cause di interesse pubblico. Esempi, come si vede qui sotto, ce ne sono già parecchi – per esempio El Salvador è stato citato da una compagnia privata perchè ha sospeso le attività di una miniera d’oro che inquinava della falde acquifere decisive per la sopravvivenza delle popolazioni locali.

Un altro, ennesimo e forse decisivo colpo, al potere degli Stati ma, soprattutto, all’esistenza di una vera democrazia.

THIS TRANSATLANTIC TRADE DEAL IS A FULL-FRONTAL ASSAULT TO DEMOCRACY

di George Monbiot

da Guardian

Remember that referendum about whether we should create a single market with the United States? You know, the one that asked whether corporations should have the power to strike down our laws? No, I don’t either. Mind you, I spent 10 minutes looking for my watch the other day before I realised I was wearing it. Forgetting about the referendum is another sign of ageing. Because there must have been one, mustn’t there? After all that agonising over whether or not we should stay in the European Union, the government wouldn’t cede our sovereignty to some shadowy, undemocratic body without consulting us. Would it?

The purpose of the Transatlantic Trade and Investment Partnership is to remove the regulatory differences between the US and European nations. I mentioned it a couple of weeks ago. But I left out the most important issue: the remarkable ability it would grant big business to sue the living daylights out of governments which try to defend their citizens. It would allow a secretive panel of corporate lawyers to overrule the will of parliament and destroy our legal protections. Yet the defenders of our sovereignty say nothing.

The mechanism through which this is achieved is known as investor-state dispute settlement. It’s already being used in many parts of the world to kill regulations protecting people and the living planet.

The Australian government, after massive debates in and out of parliament, decided that cigarettes should be sold in plain packets, marked only with shocking health warnings. The decision was validated by the Australian supreme court. But, using a trade agreement Australia struck with Hong Kong, the tobacco company Philip Morris has asked an offshore tribunal to award it a vast sum in compensation for the loss of what it calls its intellectual property.

During its financial crisis, and in response to public anger over rocketing charges, Argentina imposed a freeze on people’s energy and water bills (does this sound familiar?). It was sued by the international utility companies whose vast bills had prompted the government to act. For this and other such crimes, it has been forced to pay out over a billion dollars in compensation. In El Salvador, local communities managed at great cost (three campaigners were murdered) to persuade the government to refuse permission for a vast gold mine which threatened to contaminate their water supplies. A victory for democracy? Not for long, perhaps. The Canadian company which sought to dig the mine is now suing El Salvador for $315m – for the loss of its anticipated future profits.

In Canada, the courts revoked two patents owned by the American drugs firm Eli Lilly, on the grounds that the company had not produced enough evidence that they had the beneficial effects it claimed. Eli Lilly is now suing the Canadian government for $500m, and demanding that Canada’s patent laws are changed.

These companies (along with hundreds of others) are using the investor-state dispute rules embedded in trade treaties signed by the countries they are suing. The rules are enforced by panels which have none of the safeguards we expect in our own courts. The hearings are held in secret. The judges are corporate lawyers, many of whom work for companies of the kind whose cases they hear. Citizens and communities affected by their decisions have no legal standing. There is no right of appeal on the merits of the case. Yet they can overthrow the sovereignty of parliaments and the rulings of supreme courts.

You don’t believe it? Here’s what one of the judges on these tribunals says about his work. “When I wake up at night and think about arbitration, it never ceases to amaze me that sovereign states have agreed to investment arbitration at all … Three private individuals are entrusted with the power to review, without any restriction or appeal procedure, all actions of the government, all decisions of the courts, and all laws and regulations emanating from parliament.”

There are no corresponding rights for citizens. We can’t use these tribunals to demand better protections from corporate greed. As the Democracy Centre says, this is “a privatised justice system for global corporations”.

Even if these suits don’t succeed, they can exert a powerful chilling effect on legislation. One Canadian government official, speaking about the rules introduced by the North American Free Trade Agreement, remarked: “I’ve seen the letters from the New York and DC law firms coming up to the Canadian government on virtually every new environmental regulation and proposition in the last five years. They involved dry-cleaning chemicals, pharmaceuticals, pesticides, patent law. Virtually all of the new initiatives were targeted and most of them never saw the light of day.” Democracy, as a meaningful proposition, is impossible under these circumstances.

This is the system to which we will be subject if the transatlantic treaty goes ahead. The US and the European commission, both of which have been captured by the corporations they are supposed to regulate, are pressing for investor-state dispute resolution to be included in the agreement.

The commission justifies this policy by claiming that domestic courts don’t offer corporations sufficient protection because they “might be biased or lack independence”. Which courts is it talking about? Those of the US? Its own member states? It doesn’t say. In fact it fails to produce a single concrete example demonstrating the need for a new, extrajudicial system. It is precisely because our courts are generally not biased or lacking independence that the corporations want to bypass them. The EC seeks to replace open, accountable, sovereign courts with a closed, corrupt system riddled with conflicts of interest and arbitrary powers.

Investor-state rules could be used to smash any attempt to save the NHS from corporate control, to re-regulate the banks, to curb the greed of the energy companies, to renationalise the railways, to leave fossil fuels in the ground. These rules shut down democratic alternatives. They outlaw leftwing politics.

This is why there has been no attempt by the UK government to inform us about this monstrous assault on democracy, let alone consult us. This is why the Conservatives who huff and puff about sovereignty are silent. Wake up, people we’re being shafted.

USA-UE, una alleanza fuori dal tempo

In Internazionale on 26/10/2013 at 10:59

E’ arrivata l’ora dell’indignazione su moltissimi quotidiani italiani – e non solo. Anche in Francia ed in Germania è tutto uno scandalizzarsi: gli Americani sono alleati eppure ci spiano! Che vergogna! Addirittura è a rischio il trattato di libero scambio, dicono. Quante anime belle… Vogliamo veramente credre che questa notizia sia una novità? Che non ce lo aspettavamo? Fosse davvero così, il vero problema non sarebbero gli Americani ma i nostri governanti! Dove hanno vissuto fino adesso? Erano davvero convinti che la NSA servisse solo contro Osama? Ma suvvia…

D’altronde proprio l’ex capo dei servizi francesi ha candidamente ammesso che sapeva benissimo che gli Americani spiavano i politici e gli imprenditori francesi. A Parigi, per altro, provano a fare altrettanto, anche se presumibilmente con minor successo. Sarebbe strano che fosse altrimenti, ad essere onesti. Davvero pensiamo che gli Americani siano buoni e carini, siano nostri amici, spiino solo russi, cinesi e arabi e lo facciano per difenderci da qualche birbante barbuto? L’America ha una sua agenda politica, economica e diplomatica, che solo a volte coincide con quella europea. Anzi, più spesso che no America ed Europa sono concorrenti, altro che alleati. Basti ricordare che mentre gli USA con la Turchia cercavano di costruire una pipeline nel mediterraneo in grado di escludere la Russia dal business del petrolio del Caspio, la Germania si metteva d’accordo proprio con la Russia per una pipeline concorrente che tagliasse fuori Polonia e Ucraina, alleati proprio degli Americani. Mica cosette da nulla, piani di alleanze energetiche che pianificano strategie decennali. Si pensava forse che la cosa interessasse poco a Washington? O basti ricordare che la Germania si è opposta praticamente a tutte le iniziative militari americane degli ultimi 10 anni, dall’Iraq alla Libia alla Siria. Non proprio il perfetto alleato. Poi ci sono le discussioni sulle politiche economiche, sull’eccessivo ricorso ai quantitative easing e sull’austerity, politiche di uno o dell’altro Stato con potenziali conseguenze globali.

La verità è che sempre più gli interessi economici, e dunque anche politici, di USA ed Europa (qualsiasi cosa questo significhi ad oggi…) vanno in direzioni opposte. L’Alleanza Atlantica è un residuo della Guerra Fredda, ma il Muro di Berlino e l’URSS sono spariti ormai da un pezzo. C’è una Russia non più filo-occidentale ed una Cina Rossa, vero, ma più che nemici si potrebbe dire che sono altri centri di potere globale – d’altronde perchè altrimenti il Regno Unito vorrebbe rilanciare il suo programma nucleare in partnership proprio con i comunisti cinesi? Certo tra le due sponde dell’Atlantico ci può essere più vicinanza ideologica, ed una certa amicizia sviluppata negli ultimi 60 anni. Questo può voler dire una partnership più stretta, un consultarsi più assiduo, ma non certo una alleanza. Una alleanza vuol dire obiettivi comuni, che a parte, forse, la lotta al terrorismo (cosa cui per altro sono interessati anche le altre grandi potenze mondiali) ad oggi non esistono. Gli Americani ne sono consci, e agiscono di conseguenza. Sarebbe ora che anche in Europa si aprissero gli occhi.