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La crisi infinita della disoccupazione

In Editoriali on 01/03/2014 at 14:09

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ecco la doccia fredda, anche se la maggioranza degli italiani se ne era già accorta: la disoccupazione è ancora in aumento, ai massimi storici da quarant’anni. Quasi uno su 5 è senza lavoro al Sud, quasi uno su 2 tra i giovani. Numeri drammatici, numeri che ci dicono che la crisi sta peggiorando, altro che finire.
Finita la recessione? Finita la parte peggiore? Per chi? Un modestissimo miglioramento del Pil non dice nulla sull’impatto del ciclo economico sulle famiglie e sui lavoratori. Si è smesso di precipitare non certo per il successo delle politiche di austerity ma perché esistono dati economici strutturali – la capacità produttiva del paese che determina un certo tipo di attività economica. In sintesi, la crisi non ci può portare al Medio-Evo, ma può colpire amaramente. Il Pil ha forse toccato il fondo, eppure non è ancora arrivato il momento di rialzarsi, anzi. Stiamo creando un nuovo equilibrio di sottoccupazione, con una domanda depressa e una capacità d’offerta compromessa da un tessuto industriale vetusto. L’austerity ha rimesso in sesto la bilancia commerciale, perché siamo troppo poveri per importare. E cerca di farci esportare tagliando i salari, e quindi i consumi domestici.
Detto in sintesi, tutti i problemi della crisi sono ancora davanti a noi, non ne abbiamo risolto davvero nessuno. Non c’è da preoccuparsi, però: ci penserà Renzi, ovviamente. Il nuovo premier ha definito il dato sulla disoccupazione “allucinante” ed ha proposto immediatamente una soluzione concreta: il job-act. E questo si è davvero allucinante. Si pensa davvero che l’ennesima riforma del mercato del lavoro possa risolvere i problemi della disoccupazione? Ancora non sappiamo cosa sarà questo job act; come nel classico stile renziano, siamo alle parole, parole, parole, mentre i fatti ancora latitano. Ogni tanto si buttano là paroloni come flexsecurity, senza troppe spiegazioni. In realtà, il modello danese – poche protezioni sul luogo di lavoro, ma welfare omnicomprensivo per i disoccupati, lautamente finanziato dalla fiscalità e dalle tasse sulle imprese – è impensabile: o pensiamo davvero che si possano aumentare le tasse in un paese martoriato come il nostro? Il trappolone renziano sarà, alla fine, quello di prendere la flex danese, ma la security inglese, una mancetta per i disoccupati, mascherandola magari come salario di disoccupazione. La strada migliore per garantire mano libera per il padronato e povertà per i lavoratori.
Vedremo. Rimane l’idea – allucinante, appunto – di risolvere la bassa occupazione con una legge sul lavoro. Foss’anche la migliore possibile, non risolverebbe i problemi. Queste leggi possono rendere più o meno flessibili le assunzioni e i licenziamenti, hanno sicuramente un impatto sul livello generale di occupazione e sul saggio di salari e profitti. Ma nessuna riforma del lavoro potrà risolvere la crisi economica del Paese. Quello di cui c’è necessità in questo momento sono politiche di sostegno alla domanda, all’occupazione, ai salari. Sono, soprattutto, risorse per favorire gli investimenti, siano essi pubblici o privati. Una volta che si ricomincerà ad investire, si potrà parlare di assunzioni. Invece, quel che Renzi – come Fornero prima di lei – punta a fare, è sfruttare una situazione di crisi e stress per far passare riforme che sarebbero state altrimenti considerate inaccettabili, spacciandole per toccasana, o per obbligate dall’Europa. Insomma, è sempre la stessa shock doctrine di Naomi Klein – sfruttare i disastri per favorire i soliti noti. In fondo è quello che ha chiesto e ottenuto la trojka in questi ultimi anni: nessuna soluzione per la crisi, anzi, un suo aggravamento; ed una massiccia ridistribuzione della ricchezza dai poveri ai ricchi, il colpo finale all’Europa dei diritti, ora solo Europa dei mercati. Renzi il nuovo, in realtà, è solo una copia giovanilistica di politiche vecchie e pericolose.

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Come non far ripartire l’economia

In Editoriali on 27/06/2013 at 06:47

di Nicola Melloni

da Liberazione

E dunque il governo Letta ha cominciato ad occuparsi di lavoro e cerca di intervenire contro la disoccupazione giovanile, uno dei peggiori cancri dell’economia italiana, e non solo.
Per far questo è stato varato un pacchetto di iniziative. Da una parte una revisione della riforma Fornero, con la riduzione dell’intervallo imposto alle imprese tra un contratto a termine ed un altro. Insomma, una maniera per favorire un altro po’ il precariato. Questa misura dovrebbe però essere compensata dall’intervento più importante, cioè i fondi messi a disposizione per le imprese che assumono a tempo indeterminato, un aiuto quantitativamente abbastanza importante – fino a 650 euro al mese per lavoratore per un periodo fino a 18 mesi.
Si tratta di un intervento potenzialmente meritorio che incentiva l’occupazione stabile per i giovani. Ma che difficilmente potrà servire a qualcosa. Dimentichiamo per un attimo le condizioni capestro necessarie per accedere ai finanziamenti (disoccupati per più di 6 mesi che vivano soli – e già qui ci sarebbe da domandarsi chi possa beneficiarne – senza diploma di scuola superiore). Il problema è di natura strutturale. Il governo italiano, così come la Banca Centrale Europea, continua ad agire sul lato dell’offerta. Si abbassa il tasso di sconto, si offrono soldi alle imprese, si danno incentivi all’assunzione, come se fosse solo un problema di risorse.
Questo modo di fare svela una comprensione davvero modesta dei problemi dell’economia. Misure di questo tipo potrebbero essere molto positive in una fase di espansione economica: mentre l’economia tira, la domanda sale, le imprese possono fare nuovi investimenti ed assumere nuovo personale e dunque gli incentivi possono aiutare aziende che non potrebbero altrimenti permetterselo. Invece, in fase di recessione, questi incentivi rischiano di essere un clamoroso buco nell’acqua, come già con il quantitative easing della BCE. Le imprese non producono e, dunque, non assumono, perché non riescono a vendere. E le aspettative non sono certo rosee, crisi, instabilità, disoccupazione, povertà, un cocktail letale che non favorisce certo progetti di investimento. Insomma, è un problema di domanda, non di offerta.
Quello che il governo dovrebbe fare in questa situazione è dare un sostegno al reddito ed ai consumi. Invece, in un cortocircuito politico ed economico, si vara il pacchetto lavoro mentre ancora si discute di Iva, con Letta e Saccomanni che hanno concesso a Berlusconi solo un rinvio di qualche mese sull’inasprimento della tassa che avrebbe un effetto depressivo sui consumi. L’assurdità della situazione è tale si rischia di coprire un incentivo all’occupazione con una tassa depressiva, con una mano si dà, con una si toglie con un effetto negativo sull’economia. Insomma, più che di apprendisti stregoni parliamo proprio di incapaci.

L’Europa della disoccupazione

In Capitalismo on 12/05/2013 at 08:19

L'Europa della disoccupazione

Gli ultimi dati sono semplicemente folli. In Grecia i disoccupati sono il 27% della popolazione. In Portogallo nuova impennata, e siamo già al 17.7%. Ma anche in Italia le cose non vanno bene e solo per il 2013 si parla di oltre 600 mila posti di lavoro a rischio. Va ancora peggio per la generazione perduta – manco parlassimo di America Latina negli anni 80: 64.4% di disoccupazione giovanile in Grecia, 57 in Spagna, 38% in Italia e Portogallo.
Insomma, un disastro sociale. Eppure davanti a tutto questo continua il silenzio tombale dei governi, dell’Europa, preoccupati delle “riforme”, ma ancora legati a doppio filo alla balzana idee dei conti in ordine proprio quando, invece, si dovrebbe cominciare a spendere, e parecchio, per bloccare la spirale della recessione, per aumentare l’occupazione, per voltare pagina. I numeri, evidentemente, contano solo quando si parla di spread.