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Tante tasse e poche idee per Letta

In Editoriali on 15/10/2013 at 17:22

di Nicola Melloni

da Liberazione

Era bello carico Letta in questi giorni. Lo si è sentito annunciare trionfante che è finita l’epoca dei ricatti, terminato il ventennio berlusconiano, e che ora finalmente si cambia musica. Sicuro. Due giorni dopo è arrivata l’ennesima doccia fredda, i conti pubblici rischiano di essere di nuovo sballati, il gettito dell’Iva ha subito un brusco calo a causa della recessione e della crisi dei consumi. E chi l’avrebbe mai detto…? Poi il Pd ha tentato un blitz in Parlamento per reintrodurre l’Imu per le case “di lusso”, che tali a ben vedere non erano, salvo poi dover fare velocemente marcia indietro non appena il Pdl, subito ricompattatosi, si è opposto con forza. Dimostrando, in fondo, solo una cosa, e cioè che il problema dell’Italia non è certo solo Berlusconi, ma la pochezza di idee e contenuti del Pd e dei suoi predecessori. Che non hanno nessuna visione strategica del paese.
Ormai da 17 anni il centrosinistra sembra ossessionato solamente dal fare quadrare i conti, ma non si è mai posto il problema del come, che è la vera essenza della politica economica. Tagli qua, aumenti di tasse di là, giusto per vedere l’effetto che fa, se mi si passa la rima. Con una degenerazione completa negli ultimi anni, dove il Pd si è semplicemente trasformato nel porta-acqua della commissione europea e dei suoi idioti parametri economici.
Questo breve di inizio legislatura offre uno scorcio esemplare. Non più tardi della primavera scorsa si erano stappate bottiglie di champagne: finalmente, grazie al governo Monti e alla responsabilità del Pd, il deficit era tornato sotto controllo. Un bel successo, anche se il costo era stato recessione, disoccupazione, povertà. Ma chi se ne frega, devono aver pensato a Palazzo Chigi, l’Europa ci ha promossi, festeggiamo. Salvo poi scoprire dopo appena un paio di mesi che il parametro del deficit veniva nuovamente sforato proprio a causa della recessione che aveva ridotto le entrate.
Ed allora, avanti con tasse più alte, alziamo l’Iva per tirare su un altro po’ di gettito. Che poi un aumento dell’Iva renda più costosi i prodotti, deprima i consumi ed, infine, riduca le entrate fiscali, non ce ne curiamo. Meglio vivere giorno per giorno, del domani non c’è certezza.
D’altronde, proprio l’esistenza del governo Letta è la controprova migliore di questo tipo di ragionamento. Governiamo, facciamo qualcosa. Ma non facciamo qualcosa di serio, di importante, di veramente utile, al massimo, se ci riusciamo, mettiamo qualche pezza per coprire i buchi più vistosi. Altrimenti non si spiega come si possa seriamente governare con Berlusconi, o anche semplicemente con il Pdl senza Berlusconi – cosa per altro tutta da provare e su cui mi permetto di dubitare. Uno tira da una parte, uno tira dall’altra e alla fine non cambia mai nulla. L’industria è in difficoltà? Aboliamo l’articolo 18 e flessibilizziamo il lavoro. I conti sono in rosso? Aumentiamo l’Iva. Poi dopo qualche mese ci accorgiamo che abbiamo peggiorato le cose, ma ormai la frittata è fatta.
Una politica seria dovrebbe avere ben altri piani. I conti pubblici sono senza dubbio un problema, non per il tanto paventato fallimento, bensì perché drenano troppe risorse per pagare gli interessi accumulatisi. Interveniamo, dunque. Ma con serietà e con un piano ben preciso. La patrimoniale rimane la via maestra, soprattutto in un paese in cui la ricchezza è accumulata in poche mani. Ci sono troppe tasse? Parliamone, è un tema anche di sinistra e non solo berlusconiano. Con una certa differenza, però. Che le tasse vanno abbassate per alcuni, ed aumentate per altri, soprattutto in un paese dalle gigantesche sperequazioni economiche. E che la leva fiscale dovrebbe aiutare lavoro ed investimenti ed incidere di più sulla ricchezza (patrimoniale perpetua per i più abbienti, anche sulla case, magari dopo aver rivisto gli estimi catastali in maniera seria) e sui redditi più alti. E magari investire di più sulla ricerca di base, sulle università che continuiamo a riformare senza mai spiegare che le cattive performance, oltre al nepotismo e al baronato, sono anche e soprattutto figlie di mancanza di fondi. Senza neanche parlare della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una vera agenzia di stato per il supporto alle imprese innovative.
Insomma, una politica che abbia una conoscenza dei problemi del paese ed offra una visione di largo respiro. Il contrario di quello fatto in questi ultimi decenni.

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F35: Ma allora i soldi ci sono?

In politica on 26/06/2013 at 09:38

Sembra di essere al teatrino dell’assurdo. Tre anni di austerity, lotta furente sull’IVA, sull’IMU ed in generale già due governi che tagliano tutto il tagliabile e aumentano tutte le tasse possibili per rispettare il fiscal compact. Ma i soldi per gli f35, i caccia di produzione americana, quelli devono trovarsi per forza. Così almeno ci ha detto il ministro Mauro, titolare della Difesa. E con lui c’è il PDL e una larga fetta del PD. Ora questa ostinazione sembra davvero bizzarra. Vero, nel contratto per gli f35 c’è inclusa anche una bella fetta di soldi per Finmeccanica che sarebbe partner del progetto. Ma l’indotto generato per l’economia italiana sarebbe comunque notevolemente minore alla spesa totale. Non basta. Gli f35 sono delle carrette, il NYT ci ha fatto sopra inchieste su inchieste, hanno problemi strutturali giganteschi, rischiano di cadere in acqua dalle portaerei, non sono facilmente manovrabili. E c’è di più. Costano tantissimo, il prezzo è lievitato enormemente negli anni. E costeranno pure un sacco di soldi a mantenerli, tant’è che un sacco di paesi-acquirenti si sono tirati indietro (per ragguagli più precisi c’è un’ottima puntata di Presa Diretta sulla faccenda). Poi uno potrebbe domandarsi: ma a cosa ci servono? Per quali guerre dobbiamo prepararci? Non facciamo già parte di una alleanza pronta a difenderci?

Tutte queste considerazione dovrebbero portare ad una seria riflessione anche in tempi di grassa. Ma quel che è clamoroso è che siamo, appunto, in austerity. Non abbiamo soldi, o quasi. Siamo appena stati redarguiti dall’OCSE, perchè unico paese sviluppato ad aver diminuito la spesa in istruzione dal 1995. Abbiamo ferrovie locali fatiscenti, con costi incredibili per il sistema economico. Abbiamo un territorio malcurato, con frane e allagamenti che mettono in ginocchio l’economia e succhiano i soldi dell’erario. Abbiamo una tassazione sul lavoro altissima e il rischio di voler ancora deprimere i consumi con l’IVA nei prossimi mesi. Eppure, davanti a tutte queste urgenze troviamo comunque i soldi per fare una marchetta gli americani? Va bene che come ha detto Ferrara, siamo tutti puttane, ma farlo col culo degli altri non è davvero accettabile.

L’insostenibile leggerezza dei conti in ordine

In Editoriali on 19/06/2013 at 08:42

di Nicola Melloni

da Liberazione

Si era pensato che quello di Letta sarebbe stato un governo a trazione Berlusconiana e che il Pd avrebbe potuto fare solo battaglie di retroguardia, stritolato dal potere di ricatto del Pdl. In realtà, sembra proprio che per quanto riguarda le politiche economiche siano i democrats, quelli di “Italia Bene Comune” a farla da padrone. Con conseguenze, ahimè, drammatiche. La forma mentis e l’orizzonte culturale e politico del Pds-Ds-Pd è ormai legato semplicemente al mantenimento dei conti in ordine. Negli anni 90 questo poteva aver senso, visto che il premio per i sacrifici sarebbe stata l’entrata nella moneta unica, con i supposti benefici che ne avremmo ricavato. Ma tagli, tasse e, in poche parole, l’austerity ante-litteram non si fermò certo con la nascita dell’Euro, tutt’altro. Per un altro decennio si è insistito sui conti mentre si continuava a parlare, a vanvera, di sviluppo economico. L’Italia è in crisi non dal 2007, ma almeno da inizio anni 90 quando il giro di vite sulla finanza pubblica ha depresso anche i mercati privati, con la crescita economica costantemente tenuta sotto la media dei partner europei. Problemi strutturali? Certo, ma la pressione fiscale, i tagli di spesa, le assurde tasse sul lavoro hanno fortemente contribuito ai deludenti risultati economici del nostro Paese. La cosa, naturalmente, è peggiorata con la crisi e soprattutto con l’austerity di marca europea che ha pensato bene di scaricare i problemi nati nei mercati privati sulle spalle dei contribuenti. Una favola che conosciamo bene: riducendo il deficit si sarebbe, come per magia, attivato un ciclo virtuoso di crescita. Una teoria basata su ricerche sbagliate, inattendibili ed ideologiche e, soprattutto, una teoria negata in maniera clamorosa dai disastrosi risultati di Grecia, Spagna, Portogallo, Regno Unito e, ovviamente, Italia. Eppure si continua a procedere a tutta velocità su un binario morto. L’Italia continua ad avere un avanzo primario alto, altissimo, per cercare di ridurre il deficit dovuto alla spesa per interessi. Ma così facendo si continua semplicemente a succhiare soldi ad una economia reale che boccheggia. E così mentre l’Europa ci fa i complimenti per il deficit la recessione si è aggravata ben oltre le stime – come sempre sbagliate – del governo Monti. E di conseguenza il rapporto debito/Pil è in crescita invece di diminuire.
Ed ora stanno per arrivare le nuove mazzate. L’Imu che se non rivista rischia comunque di andare a colpire anche fasce di reddito medie o medio-basse, ma soprattutto l’Iva, il più iniquo dei balzelli, che invece di colpire progressivamente attacca orizzontalmente, gravando in maniera sproporzionata su quelle famiglie che già adesso non riescono ad arrivare a fine mese. Una tassa che andrà a comprimere ulteriormente i consumi proprio mentre la nostra economia ha bisogno dell’esatto opposto.
Ma ancora una volta la logica illogica dei conti in ordine viene prima delle ragioni dell’economia, della giustizia sociale, della politica vera, non quella tecnica decisa nelle stanze dei burocrati europei e delle loro controparti italiane. Ed ancora una volta i sacerdoti di quella ortodossia sono i ministri del Pd, da Zanonato a Del Rio, ovviamente spalleggiati dal Premier Letta. Questo era il partito che in campagna elettorale parlava di lavoro e di crescita ma che alla prova dei fatti, nuovamente, riesce solo ad occuparsi di finanza pubblica. Con un deficit culturale mostruoso, avendo ormai impostato la propria vita politica, direi quasi la sua ragione d’essere, attorno al totem dei numeri. Con un altrettanto drammatico deficit intellettivo, il rifiutarsi di capire che quelle ricette sono sbagliate, controproducenti, col bel risultato che più si taglia, più si aumentano le tasse, peggio sta la finanza pubblica.
Zanonato&C. ci dicono che non ci sono i soldi. Ma non è vero. I soldi ci sono, e come spiegato bene da Riccardo Realfonzo tanto sulle colonne del Fatto che su quelle del Sole 24Ore, si potrebbe cominciare ad usare i soldi dell’assurdo avanzo primario per cercare di rimettere in moto l’economia reale. Invece di diminuire il deficit (ma non il debito) attraverso nuove imposte, lo si potrebbe fare con l’aumento del gettito conseguente alla ripresa economica.
In realtà non si può farlo a causa di quegli assurdi parametri europei a cui il governo Letta continua ad attenersi pedissequamente. Nella maggioranza, l’unico a dire che è ora di smetterla con i vincoli della UE è Silvio Berlusconi. Che non è certo esente da peccati, avendo lui stesso sottoscritto il fiscal compact. Ma che ora, foss’anche solo per ragioni di mera propaganda elettorale, dice quello che in tanti pensano: il re è nudo, l’austerity non funziona, cambiamo strada. Non è una svolta a sinistra, è puro buon senso. Quello che manca al Pd.

IVA: salvate il soldato Zanonato

In politica on 18/06/2013 at 07:18

di Nicola Melloni

Certo è che gli han dato un compito ingrato, quello di ministro allo Sviluppo Economico proprio dove di sviluppo non c’è neanche traccia. Ma lui ci ha messo del suo, non ci sono dubbi. Ha iniziato con una gaffe assurda sul nucleare, da cui ha cercato di salvarsi alla disperata, anche se in un paese normale bastava dire: io sono favorevole, ma c’è stato un referendum, non se ne parla neanche.

Il peggio però è venuto con l’aumento dell’IVA, una misura incredibilmente impopolare e decisamente assurda, una tassa che deprime i consumi e colpisce in maniera sproporzionata le famglie dal reddito medio-basso. Insomma, il contrario del cosidetto sviluppo, proprio quello che non si può fare in un periodo come questo con i consumi già ultra-depressi ed una povertà rampante. Ora è chiaro che la decisione non è del prode Zanonato, ma dal governo han pensato bene di mandare avanti lui a far da scudo. Prima prendendosi i fischi degli artigiani, poi ribadendo il concetto che davvero non se ne può fare a meno perchè non c’è copertura. Sarà. Ci avevano detto che c’era un tesoretto, ma sia mai che venga usato per aiutare le fasce sociali più deboli o per cercare di uscire dalla crisi. Ci avevano detto che avevamo fatto bene i compiti a casa e che ora ci sarebbe stata più flessibilità, ma non se ne vede certo traccia. Anzi, continuiamo a impiccarci su quei parametri europei che sono evidentemente sbagliati, che sono legati alle fanfaluche che ci avevano raccontato sull’austerità, che ci stanno portando alla catastrofe economica, ma che ovviamente non ci sognamo di ridiscutere, anche se per esempio la Francia, che non sta bene ma sta molto meglio di noi, ha chiesto più tempo per rispettare il fiscal compact. Di più, l’Italia, con la cura da cavallo di Monti e soci è praticamente l’unico paese a rispettare i diktat di Bruxells, anche se al prezzo di uccidere l’economia reale. Ma non basta, bisogna continuare sulla stessa assurda strada, e Zanonato più che il ministro sembra il becchino dello sviluppo economico.

Al massimo un custode della ortodossia delle tasse e dell’austerity, fedele alla vecchia linea del PD, più realista del re, più conservatore della destra, più falco dei falchi. Una generazione di politici che ha come orizzonte politico il rispetto dei conti, anche al costo di farli pagare ai propri elettori. Quello che ha sconfitto la sinistra (o pseudo tale) in Italia per vent’anni. Ma che grazia ai Zanonato di turno rimane l’unica idea – sbagliata – del governo letta.

I padroni del vapore

In Capitalismo on 16/06/2013 at 09:07

 

 

Il grafico qui sopra si commenta da solo – rappresenta semplicemente i giorni di lavoro necessari per un impiegato dal salario medio ed un impiegato dal salario basso per guadagnare tanto quanto il top managment fa in un ora. In Norvegia, meno di 5 giorni in entrambi i casi, in Romania ci vuole un intero mese per il lavoratore più povero e una dozzina di giorni per il lavoratore medio.

L’Italia, in questa graduatoria, non sta tanto bene, il peggior performer nell’Europa occidentale dopo la Spagna, quasi 10 giorni per un lavoratore con un salario medio, due settimane per i lavoratori più poveri. Lo ripetiamo, per guadagnare tanto quanto il Marchionne di turno fa in un ora. Però di tutto questo non si parla, il governo Letta deve essersi dimenticato del problema della diseguaglianza. Tant’è che la prossima misura prevista è il rincaro dell’IVA, cioè una tassa che colpisce indiscriminatamente tutti i consumatori, e dunque, non avendo nessun elemento progressivo si fa sentire di più nelle tasche dei più poveri.

Che poi sia il PD a sostenere la necessità dell’aumento mentre il PDL sia quello che si oppone dice tutto sul livello del dibattito politico italiano.