resistenzainternazionale

Archive for the ‘politica’ Category

Pronto? Casa delle Libertà? No, mi spiace; qui è il Quirinale

In politica on 04/04/2014 at 14:13

di Simone Rossi

Per parecchi anni in Italia si è sentito parlare di normalizzazione, di renderla un Paese normale. Solitamente con ciò si intendeva reprimere ogni espressione del conflitto sociale, tramite lo smantellamento o l’emarginazione di quelle organizzazioni di massa che permettevano alle classi medio-basse di esprimere le proprie aspirazioni e rivendicazioni. A farsi portavoce di questo proposito sono stati esponenti del campo conservatore come gli autoproclamati riformisti, che, alternandosi al potere durante la cosiddetta Seconda Repubblica sono riusciti nel proprio intento senza che, però, si avverasse il tanto auspicato rinascimento del Paese così normalizzato.

Forse perché l’anomalia dell’Italia è un’altra.

Nel blocco occidentale non si riscontrano casi come quello italiano, in cui una grande borghesia stracciona ed una classe politica che considera lo Stato come cosa propria formano un blocco cementato da rapporti di cortesia che sfociano speso nella corruzione, quando non posano le basi sulla criminalità organizzata. Difficile incontrare in un altro “paese normale” un Capo dello Stato che dismette il proprio ruolo al di sopra delle parti e di garanzia per entrare a gamba tesa nel dibattito politico, o che riceve nella propria residenza ufficiale un cittadino con sulle spalle una sentenza definitiva per evasione fiscale, alcune altri processi terminati con la prescrizione (che è altra cosa dal l’assoluzione) ed il processo chiamato “Ruby” in corso.  Quale messaggio di legalitá trasmettono le istituzioni ai cittadini con azioni del genere? Quale interesse può avere un’azienda che intende investire in attività lecite se chi rappresenta lo Stato condona chi viola le regole?

Proponiamo alcune riflessioni di Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sulla recente udienza concessa dal Presidente della Repubblica al cittadino con pendenze giudiziarie Silvio Berlusconi.

Il Presidente Nazionale dell’ANPI: ” la presenza di Berlusconi al Quirinale inquieta e preoccupa perché suona come pressione anche alla magistratura”

Quando ho sentito che Berlusconi si era recato ancora una volta al Quirinale e si era a lungo intrattenuto col Presidente, non ci volevo credere, tanto una cosa del genere mi sembrava – e mi sembra – lontana dal mio pensiero e, spero dal pensiero di tanti cittadini e dell’intera Associazione che presiedo.
Ci sono detenuti nelle carceri che scontano pene, magari meritate; cosa devono pensare di un condannato per gravi reati che frequenta liberamente i palazzi del potere, per il quale il Tribunale di sorveglianza non decide da mesi una sorte imposta da una sentenza definitiva e dalla legge?
E cosa può pensare il cittadino comune, incensurato e privo di problemi giudiziari, come me, che ha chiesto da parecchi giorni un incontro ad un Ministro per parlare di un problema importante (e lo ha fatto non a nome suo, ma a nome di una gloriosa Associazione come quella dei Partigiani di Italia) ed ancora attende una risposta? Nelle istituzioni, c’è tempo per un condannato e non per una importante Associazione?
Né mi interessa l’oggetto del colloquio. La presenza al Quirinale di un personaggio che proprio sui giornali di ieri poneva un’alternativa (“o ricevo una tutela contro gli attacchi giudiziari o faccio cadere tutto”), ha di per sé un significato, che va contro ogni concezione civile ed etica della politica e suona come pressione anche sulla Magistratura, che dovrà sciogliere il nodo conclusivo in un’udienza ormai prossima.
Conosciamo i precedenti: un anno fa, quando si entrò in campagna elettorale, furono rinviati i processi di Berlusconi, per consentire un sereno svolgimento della campagna elettorale e la possibilità per l’imputato di parteciparvi. E non fu una cosa bella. Qualcuno sta pensando che l’esperienza possa essere ripetuta?
Noi speriamo di no: se accadrà qualcosa di simile, lo considereremo uno strappo alla giustizia, all’uguaglianza e ad altri valori consacrati nella Costituzione. L’ANPI non farà le barricate, né inscenerà manifestazioni di piazza: ma su tutte le piazze d’Italia, il 25 aprile, nel ricordare i Caduti per la libertà e nel rivolgere a loro un pensiero affettuoso e grato, diremo loro a gran voce e con immensa tristezza: “questa non è l’Italia che avete sognato e per la quale avete combattuto ed immolato la vostra vita”.

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI
Roma, 3 aprile 2014

Il Cota e la beffa

In politica on 13/02/2014 at 13:56

di Simone Rossi

È Giunta ieri al termine la lunga vicenda delle elezioni regionali piemontesi del 2010, invalidate con una sentenza del Consiglio di Stato, dopo quattro anni di vicende giudiziarie.
Nel marzo del 2010 la coalizione di centrodestra guidata dal leghista Roberto Cota ottenne la maggioranza dei voti, con uno scarto inferiore alle diecimila preferenze (0,42%) sulla coalizione di centrosinistra che esprimeva in Mercedes Bresso, Presidente della Giunta Regionale uscente, la propria candidata alla presidenza regionale, con uno scarto di poco inferiore alle ventottomila preferenze. Analogamente a quanto accaduto nelle consultazioni regionali nel Lazio ed in Lombardia, si sono riscontrate irregolarità nella presentazione di alcune liste, nel caso piemontese una all’interno della coalizione di centrosinistra e l’altra a sostegno di Cota, per par condicio. Mentre era avviato un procedimento penale nei confronti di chi aveva operato la frode, presentando firme false, la ex candidata Bresso ricorreva al Tribunale Amministrativo Regionale, il TAR, giungendo lo scorso mese ad una sentenza di invalidamento contro cui Cota ha presentato ricorso presso il Consiglio di Stato, il cui pronunciamento è avvenuto ieri. Essendo la competizione elettorale del 2010 falsata in partenza dalla presenza di liste sostenute da firme false, il voto deve essere effettuato nuovamente.
Le reazioni da parte leghista e del centrodestra sono scontate e riprendono il loro ritornello della magistratura politicizzata che altera gli equilibri della democrazia, nel solco di quella corrente di pensiero assai diffusa tra chi ricopre incarichi elettivi per cui la politica dovrebbe valere un salvacondotto, come se il numero di consensi raccolti tra gli elettori fornissero attenuanti per le violazioni della legge commesse dai politici. Ciò che mi rende insofferente maggiormente è che l’annullamento delle elezioni avvenga a distanza di quattro anni durante i quali costoro hanno amministrato la Regione una Giunta nei fatti illegittima; che ora i cittadini piemontesi possano eventualmente “punire” Cota e la sua coalizione non rieleggendoli ma ciò non restituirà loro i servizi e le opportunità persi con le scelte della giunta in carica sinora. In campo sanitario, ad esempio, occorrerà del tempo per invertitore la tendenza avviata con i tagli e la riorganizzazione, dal sapore clientelare, messi in capo negli scorsi quattro anni.
Di fronte a casi di cattiva gestione della cosa pubblica, i politici ed i loro megafoni negli organi di informazione lanciano anatemi e si stracciano le vesti, parlando di mala-giustizia o mala-sanità ad esempio, proponendo misure dure per mettere di fronte alla proprie responsabilità i funzionari dello stato che commettono errori; in Italia il discorso ricorre spesso quando si parla di magistratura, giocando sull’ignoranza in materia del cittadino medio, ad esempio. Tuttavia questi instancabili moralizzatori che siedono nelle stanze del potere non si concedono il lusso di invocare per sé quel rigore e quell’inflessibilità che richiedono agli altri. Non importa quanto palesemente corrotte siano le azioni di alcuni amministratori, quanto gravi siano i capi imputati ad alcuni di loro dai magistrati, quanto manifestamente siano fraudolente le promesse elettorali ( “vi prometto un milione di posti di lavoro!” Qualcuno ricorda questa frase da piazzista di quarta categoria?) non esistono codici di condotta o meccanismi legali che impediscano ad alcuni di loro di mantenere i propri incarichi per legislature intere. La Magistratura sanziona i comportamento penalmente rilevanti e prevede compensi monetari per coloro che hanno subito un danno quantificabile, ma, correttamente, non può intervenire nel campo del funzionamento della politica; ciononostante, i cittadini e la società possono subire un danno non quantificabile e non penalmente perseguibile nel momento in cui gli eletti non rispettano i programmi o le promesse sulla cui base hanno ottenuto il consenso ed il mandato popolare. Manca un meccanismo di controllo e disciplina che sarebbe forse superfluo se, a monte, chi opera nell’informazione scrutinasse quando dicono e fanno i nostri rappresentanti eletti, anziché accettare supinamente slogan ed affermazioni che hanno più il sapore della smargiassata da osteria che non ponderate scelte programmatiche.

Carne da cannone

In Da altri media, politica on 21/01/2014 at 10:14

di Simone Rossi

Quest’anno in molti Paesi europei si terranno commemorazioni del centenario dello scoppio della Grande Guerra, da cui l’Italia restò fuori fino al maggio 1915. Considerato il clima politico e culturale del nostro tempo, si prospettano, almeno per le iniziative ufficiali, mesi di retorica patriottarda e manichea che annullerà la natura imperialistica di quella guerra e, possibilmente, fornirà una pezza giustificativa alle guerre contemporanee.

Fu quello un conflitto in cui tra i milioni di cittadini chiamati alle armi per divenire carne da macello nelle trincee ci furono molti giovani, talvolta minorenni. Una pratica che sembra dura a morire a distanza di un secolo anche nell’avanzato Occidente. Secondo quanto riportato da Steven Walker sul quotidiano britannico The Morning Star, che riproduco in fondo, le forze armate di Sua Maestà ricorrerono al reclutamento di adolescenti di 16 e 17 anni e li impiegano in compiti sul campo per far fronte alla carenza di volontari maggiorenni. Nonostante la giovane età delle reclute li renda psichicamente più vulnerabili in situazioni di guerra, le reclute minorenni sono considerate a tutti gli effetti dei professionisti una volta che hanno affrontato un periodo di preparazionee quindi sono impiegate in prima linea là dove la scarsa disponibilità di adulti lo renda necessario. Seguendo un copione collaudato, i “caccaitori di teste” delle forze armate cercano potenziali reclute nei quartieri più poveri, tra le fasce più emarginate della società nell’auspicio che la prospettiva di una carriera professionale sia sufficientemente attrattiva per giovani con scarsi risultati scolastici e poche opportunità per emanciparsi socialmente. Il tutto in contrasto con la Legge sull’Infanzia (Children Act) del 1989 e con la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del medesimo anno.

Oggi come cento anni fa, la superiore Ragione di Stato, vedasi la tutela degli interessi delle élite nazionali, richiede carne da cannone e, come si suol dire, “tutto fa brodo”, al di sopra di qualsiasi altra considerazione.

The Shame of British Child Soldiers

di Steven Walker

da Morning Star

How embarrassing for war minister – sorry, Defence Secretary – Philip Hammond that the MoD announces a failure to recruit enough soldiers as he preens himself ready for the first world war’s 100th anniversary commemorations.

Usually in years of high unemployment the army loves the chance to soak up numbers of people with very few options. The capitalist media treats this news in a superficial way, but look harder and there are some quite rational reasons why young people do not relish an army career.
For example, less attention has been paid to the British armed forces’ attitude to using under-18-year-olds in armed conflict and their vulnerability to developing serious mental health problems.
According to MoD research, young soldiers are three times more likely to commit suicide than their civilian counterparts.
Britain recruits 16-year-old children to all three branches of the military, the only European country to do so.
There are clear contradictions in the British government’s use of minors with its legal obligations under the 1992 UN Convention on the Rights of the Child (CRC) and the 1989 Children Act to protect and safeguard children.
The Ministry of Defence has ensured that the needs of military power and political control override the best interests of those under-18s in the armed forces. Article 38 of the CRC emphasises the particular vulnerability of children as civilians and soldiers and recommends signatories refrain from sending children into battle.
It recognises that children’s rights are particularly vulnerable to violation during armed conflict and lays down specific obligations on the state to protect children caught up in situations of war.
If the non-deployment of personnel under the recommended CRC minimum ages would “destabilise” the unit that they are part of, then the MoD reserves the right to deploy younger recruits.
The government claims that once children are trained in the armed forces they are considered to be professionals and are treated as such. They play an important role in their unit, and their removal would undermine the effectiveness and cohesiveness of the unit.
This would be demoralising and unpopular among other soldiers and add to the training burden.
The World Health Organisation recognises that young soldiers exposed to conflict situations can more easily develop post-traumatic stress disorder (PTSD) leading to persisting patterns of problematic behaviour and functioning.
As numerous research studies have now proven, these problems may not emerge until years later or after the symptoms are revealed by alcohol, domestic violence, self-harm and/or substance abuse.
Many young soldiers may be withdrawn, depressed, go awol and display difficulties in social relationships.
Children deployed in Northern Ireland, the Gulf, Bosnia, Afghanistan and Iraq have had to undergo very traumatic experiences such as removing the bodies of dead soldiers they had just shot at, some of whom were not older than 12 years, or dealing with women and young girls who were rape victims.
Demographic profiles indicate that the majority of army recruits are from poorer socio-economic groups where it is known that a higher proportion of children and young people are at greater risk of developing mental health problems.
The British army encourages recruitment at low income, high unemployment, disadvantaged areas where children with few academic or career prospects are able to sign up to six-year minimum service contracts at 16 years of age seduced by glamorous images of travel, adventure, machismo, and employable skills training.
The adverse publicity over the culture of bullying and suicides at military training establishments such as Deep Cut revealed a tiny, previously hidden, glimpse of what many vulnerable young people may also be subjected to on a routine basis once they enter service.
Combined with more frequent deployment into war-fighting zones it is no wonder that the charity Combat Stress has called PTSD a “ticking time-bomb” among ex-soldiers.
Since 1971, 24 children have died and 10 been seriously physically injured while on active military service in the British army. The MoD requires a yearly recruitment of under-18s of about one third of the annual intake into the armed forces.
While it says under-18s are not deployed to combat zones, ministers’ responses to parliamentary questions over the past two decades have shown that around 50 under-18s were involved in peacekeeping missions in Kosovo, for example, while BBC reports in 2002 suggested that under-18s had had to be removed from a contingent in Afghanistan.
It seems that in 2014, ironically, young people are much wiser than politicians and war-mongers assume, and perhaps they have learned the real lesson of history – make peace not war.

Decreto “salva Roma”, è tutta una questione di soldi

In politica on 29/12/2013 at 09:43

di Simone Rossi

Quest’anno Babbo Natale ha portato un dono in anticipo, il ritiro da parte dell’Esecutivo italiano del decreto denominato “salva Roma” per intercessione del Presidente della Repubblica, da qualche tempo molto attivo nel ruolo di mentore e consigliere speciale del Presidente del Consiglio.

Il decreto, inizialmente concepito per sanare il debito accumulato dall’amministrazione cittadina della capitale, era cresciuto in un contenitore di norme introdotte durante l’iter parlamentare per affrontare alcune questioni d’urgenza e per soddisfare gli interessi di gruppi d’interesse vari. Tra le misure più controverse quella che prevedeva di penalizzare le amministrazioni comunali che avrebbero ostacolato l’insediamento di luoghi deputati al gioco d’azzardo, riducendo l’entità dei già magri trasferimenti dallo Stato. Secondo alcuni dei deputati promotori della proposta in questione, le sale da gioco producono molti ricavi sui cui gli operatori del settore pagano imposte che servono a rimpinguare le casse pubbliche. Meno interesse e clamore ha suscitato la norma che consentirebbe previo versamento di una quota risibile di rendere permanenti le strutture realizzate sugli arenili in concessione a privati e di sanare eventuali abusi.

Entrambe le norme, qualora entrate in vigore, sarebbero state un favore a due gruppi d’interesse con stretti legami nei palazzi della politica istituzionale e avrebbero affermato un concetto, peraltro alquanto comune nella società contemporanea: il denaro risolve tutto. Difatti elemento comune ai due provvedimenti è l’idea che il pagamento di una somma di denaro allo Stato lavi le conseguenze sociali del gioco d’azzardo e che sia sufficiente a privare milioni di cittadini del diritto ad usufruire delle proprie coste al naturale e senza pagare un biglietto d’ingresso. Prossimamente dalle Camere potremo attenderci un qualche provvedimento per la depenalizzazione delle associazioni a delinquere, in modo che le si faccia emergere dal sommerso e si consenta loro di pagare le imposte, con gran beneficio dell’erario.

I due pesi e le due misure del potere

In Internazionale, politica on 15/12/2013 at 10:37

di Simone Rossi

Negli scorsi giorni abbiamo assistito al montare di tensioni e proteste ai tre cantoni del continente europeo. La reazione di chi detiene il potere è stata differente e ne rivela il pericoloso opportunismo.

Gli studenti universitari inglesi hanno inscenato cortei ed occupazioni in alcuni atenei per protestare contro la privatizzazione delle università e la trasformazione della formazione superiore in una vacca da mungere a vantaggio di investitori e speculatori privati. La reazione della polizia è stata inauditamente violenta ed un elevato numero di agenti sono stati utilizzati per la repressione dell’attivismo negli atenei. Decine di studenti sono stati arrestati, i cortei sono stati rotti dalle cariche, con studenti trascinati per le strade dove hanno lasciato qualche dente come obolo all’ordine pubblico.

In Italia esercenti, agricoltori, artigiani e lavoratori dipendenti sono scesi nelle strade per manifestare la propria esasperazione verso la crisi economica e le politiche insensate dell’Esecutivo. All’elemento spontaneo si associano organizzazioni palesemente fasciste che animano blocchi stradali, compiono atti intimidatori verso gli esercenti che non aderiscono alla protesta ed promuovono assalti alle camere del lavoro, come nei primi anni Venti. Tolto il tentativo di rimuovere alcuni blocchi stradali, le autorità non hanno imposto la militarizzazione del territorio come in Valle di Susa. Non abbiamo assistito alla caccia all’uomo per le strade delle città come nel 2001 a Genova o come durante le manifestazioni studentesche tre anni fa, i manganelli non si sono alzati ed i lacrimogeni non sono stati lanciati ad altezza uomo come quando a protestare erano i pastori ed i minatori sardi, o i cittadini napoletani contrari alla nuova discarica, o gli aquilani che reclamavano la ricostruzione della loro città.

In Ucraina, infine, accresce la tensione tra il Governo ed i manifestanti che da una settimana tengono sotto scacco il centro della capitale Kiev per protestare contro la decisione di interrompere i colloqui di associazione all’Unione Europea. Oltre a presidiare la Piazza dell’Indipendenza, i manifestanti hanno assaltato edifici governativi e preso di mira le sedi dei partiti filo-russi, nonché abbattuto una statua di Lenin, mandando in estasi una parte della stampa occidentale che evidentemente pensa di vivere nel 1989. Come in Italia, simboli e slogan fascisti hanno accompagnato le proteste. In risposta le autorità hanno inizialmente cercato di rimuovere presidi ed occupazioni con la forza per poi limitare la propria azione coercitiva al mantenimento della circolazione stradale ed alla protezione degli edifici sotto assedio.

Con sprezzo del ridicolo, i rappresentanti politici dei Paesi occidentali e dell’Unione Europea hanno ripreso le autorità ucraine che, a loro dire, dovrebbero ascoltare le richieste dei manifestanti e mediare, magari riprendendo i negoziati. Un atteggiamento, quello conciliante, che non si è visto negli ultimi lustri quando a manifestare erano cittadini che si opponevano alla globalizzazione neoliberista, alle politiche di austerità, allo sfruttamento del territorio. La corona di ipocrita dell’anno, tuttavia, andrebbe conferita al Segretario di Stato degli USA, che ha avuto l’ardire di dare una lezione di democrazia agli ucraini, pur avendo le autorità del suo Paese utilizzato una forza ed una violenza spropositate contro quei presidii di cittadini che comunemente vanno sotto la sigla Occupy.