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Il problema tedesco

In Editoriali on 14/11/2013 at 11:41

di Nicola Melloni

da Liberazione

Infine, anche a Bruxelles sembrano essersi accorti che in Europa non c’è solo il problema del debito. Anzi, il problema principale si chiama Germania. Anche Draghi lo aveva intuito la settimana scorsa quando ha dovuto forzare la mano per abbassare i tassi di interesse nonostante l’opposizione di Berlino. Ora invece è la Commissione ad aprire un’inchiesta sull’eccessivo surplus di bilancia commerciale della Germania, che sfiora ormai il 7%, anche se la maggioranza di questo avanzo viene dal commercio col resto del mondo e non con l’Europa, dove è in leggero calo.

In discussione, in realtà, ci sono le basi della politica economica tedesca. Il taglio di Draghi è stato accolto con notevole isteria a Berlino: si tratterebbe di un aiuto neanche tanto nascosto ai Pigs, dando la possibilità alle banche di prendere a prestito praticamente gratis per poi magari comprare i titoli di debito di Italia, Spagna e Grecia. Dietro l’angolo, temono i tedeschi, c’è sempre lo spettro dell’inflazione. Una paura assolutamente irragionevole, senza alcuna base reale, tant’è che, invece, ci troviamo ormai in una situazione di deflazione, il passo finale dell’avvitamento della crisi con salari e prezzi a crescita negativa, meno denaro in circolazione ed economie che smettono di produrre.

Eppure a Berlino fanno orecchie da mercante. La deflazione interna è, per loro, la logica risposta agli squilibri precedenti: l’Europa del Sud ha vissuto anni di vacche grasse e ora è il momento di stringere la cinghia. Le riforme devono essere strutturali, non si può usare la leva monetaria per facilitare la crescita. Bisogna tagliare i salari e prezzi per tornare a essere competitivi sui mercati internazionali, esattamente come fece la Germania ad inizio secolo con le politiche di Schroeder. In fondo questa è stata la risposta tedesca alla globalizzazione – anche se tale attitudine tedesca risale in realtà al secondo dopoguerra. Industrie competitive, poca domanda interna – quindi risparmi e investimenti – e conquista dei mercati internazionali. Nulla di tanto dissimile, a ben vedere, da quello che fece nel passato – e riprova a fare ora – il Giappone e da quello che ha fatto la Cina negli ultimi trent’anni.

Nei casi asiatici si è spesso accusato quelle nazioni di manipolare le loro valute mettendo così a repentaglio la stabilità dell’economia internazionale, ma la Germania non fa molto meglio, come per altro segnalato dal governo americano non più tardi di una decina di giorni fa. In realtà anche Berlino è un manipolatore del commercio internazionale, anche se lo fa più spesso attraverso le politiche fiscali. Nel periodo di peggior crisi dell’Euro ha continuato con assurde politiche di austerity in Germania (!) dove le finanze pubbliche non erano affatto sotto stress, rendendo così la vita impossibile ai partner europei che si trovavano a competere con una economia più forte e che cercava di rendersi ulteriormente più forte frenando la domanda interna e quindi le esportazioni dal Sud Europa. Tale andazzo va avanti dal 2007, ma finora a Bruxelles si era preferito sorvolare – negli anni passati, curiosamente, non si erano rilevati sbilanciamenti dell’economia tedesca che erano invece chiaramente presenti.

Il problema è che la Germania non riesce neppure a capire il senso delle critiche che le vengono mosse. Cosa abbiamo fatto di male, in fondo? Risparmiamo e produciamo, vendiamo di più di quello che compriamo, tutti dovrebbero fare come noi. Il punto, però, è proprio quello: è impossibile che tutti facciano come i tedeschi, se qualcuno produce più di quello che consuma, per definizione ci deve essere qualcuno che consuma più di quello che produce. In momenti di crisi, con la domanda mondiale stagnante, è semplicemente logico che siano i più ricchi a consumare – se invece risparmiano, come fanno i tedeschi, si mette a repentaglio l’intero sistema economico. Nel mercato intra-europeo, in realtà, ci sarebbe altro da aggiungere. Se è vero, come è vero, che ci sono squilibri di natura commerciale, pare davvero assurdo pensare che questi squilibri debbano essere risolti solo da un lato, quello delle economie mediterranee. La Germania dovrebbe fare la sua parte, ma fa invece l’opposto, prolungando la recessione del Sud. A che pro, poi? Per continuare con la politica dei mini-jobs, della povertà che avanza anche in Germania, della competitività sulla pelle dei lavoratori tedeschi.

La Germania vuole essere leader dell’Europa, o almeno vuole basare le politiche europee su quelle di Berlino, ma rifiuta di prendersi le sue responsabilità. Nel passato ha rotto gli accordi europei quando era in difficoltà, ha favorito lo spostamento di capitali da Nord a Sud, indebitando le economie latine per aumentare la domanda di prodotti tedeschi durante la loro ristrutturazione economica, ma si rifiuta di fare altrettanto quando sono gli altri a dover mettere i conti in ordine in casa propria. Non si comporta da partner, ma da rivale. O accetta di far parte di un’Unione in cui si sta tutti insieme e si lavora di comune accordo, o questa Unione non ha alcun senso.

USA-UE, una alleanza fuori dal tempo

In Internazionale on 26/10/2013 at 10:59

E’ arrivata l’ora dell’indignazione su moltissimi quotidiani italiani – e non solo. Anche in Francia ed in Germania è tutto uno scandalizzarsi: gli Americani sono alleati eppure ci spiano! Che vergogna! Addirittura è a rischio il trattato di libero scambio, dicono. Quante anime belle… Vogliamo veramente credre che questa notizia sia una novità? Che non ce lo aspettavamo? Fosse davvero così, il vero problema non sarebbero gli Americani ma i nostri governanti! Dove hanno vissuto fino adesso? Erano davvero convinti che la NSA servisse solo contro Osama? Ma suvvia…

D’altronde proprio l’ex capo dei servizi francesi ha candidamente ammesso che sapeva benissimo che gli Americani spiavano i politici e gli imprenditori francesi. A Parigi, per altro, provano a fare altrettanto, anche se presumibilmente con minor successo. Sarebbe strano che fosse altrimenti, ad essere onesti. Davvero pensiamo che gli Americani siano buoni e carini, siano nostri amici, spiino solo russi, cinesi e arabi e lo facciano per difenderci da qualche birbante barbuto? L’America ha una sua agenda politica, economica e diplomatica, che solo a volte coincide con quella europea. Anzi, più spesso che no America ed Europa sono concorrenti, altro che alleati. Basti ricordare che mentre gli USA con la Turchia cercavano di costruire una pipeline nel mediterraneo in grado di escludere la Russia dal business del petrolio del Caspio, la Germania si metteva d’accordo proprio con la Russia per una pipeline concorrente che tagliasse fuori Polonia e Ucraina, alleati proprio degli Americani. Mica cosette da nulla, piani di alleanze energetiche che pianificano strategie decennali. Si pensava forse che la cosa interessasse poco a Washington? O basti ricordare che la Germania si è opposta praticamente a tutte le iniziative militari americane degli ultimi 10 anni, dall’Iraq alla Libia alla Siria. Non proprio il perfetto alleato. Poi ci sono le discussioni sulle politiche economiche, sull’eccessivo ricorso ai quantitative easing e sull’austerity, politiche di uno o dell’altro Stato con potenziali conseguenze globali.

La verità è che sempre più gli interessi economici, e dunque anche politici, di USA ed Europa (qualsiasi cosa questo significhi ad oggi…) vanno in direzioni opposte. L’Alleanza Atlantica è un residuo della Guerra Fredda, ma il Muro di Berlino e l’URSS sono spariti ormai da un pezzo. C’è una Russia non più filo-occidentale ed una Cina Rossa, vero, ma più che nemici si potrebbe dire che sono altri centri di potere globale – d’altronde perchè altrimenti il Regno Unito vorrebbe rilanciare il suo programma nucleare in partnership proprio con i comunisti cinesi? Certo tra le due sponde dell’Atlantico ci può essere più vicinanza ideologica, ed una certa amicizia sviluppata negli ultimi 60 anni. Questo può voler dire una partnership più stretta, un consultarsi più assiduo, ma non certo una alleanza. Una alleanza vuol dire obiettivi comuni, che a parte, forse, la lotta al terrorismo (cosa cui per altro sono interessati anche le altre grandi potenze mondiali) ad oggi non esistono. Gli Americani ne sono consci, e agiscono di conseguenza. Sarebbe ora che anche in Europa si aprissero gli occhi.

Un successo annunciato

In Editoriali on 24/09/2013 at 11:47

di Nicola Melloni

da Lettere Internazionali – Il Mulino

La vittoria di Angela Merkel non ha nulla di sorprendente. Che la Cdu vincesse, era chiarissimo da mesi, l’unico dubbio riguardava l’entità di questa vittoria. Il partito cristiano democratico ha aumentato notevolmente i suoi consensi, praticamente unico tra i governi in carica durante la crisi a confermarsi al potere. D’altronde la Germania è uscita abbastanza bene dalle vicissitudini di questi anni: dopo un notevole calo del Pil nel 2009, l’economia tedesca era rimbalzata nel 2010, per poi arenarsi insieme al resto d’Europa negli ultimi due anni, senza però andare in recessione, per poi risalire moderatamente negli ultimi mesi. La disoccupazione, grazie anche agli incentivi del governo, rimane la seconda più bassa in Europa dopo quella austriaca, a un modesto 5,3%, ben sotto la metà di quella italiana, e approssimativamente un quinto di quella spagnola e greca. L’industria tedesca è rimasta competitiva e le esportazioni, il vero treno della crescita tedesca, hanno continuato a macinare. Rispetto al resto d’Europa, chiaramente, un esempio di successo. Anche se non andrebbero sottostimati alcuni aspetti normalmente poco considerati che gettano più di un’ombra sul successo dell’economia tedesca, come ha suggerito nelle scorse settimane sul Financial Times Adam Posen: ad esempio la Germania ha il poco invidiabile primato in Europa Occidentale della proporzione maggiore di bassi salari rispetto al reddito mediano. Il tasso di investimenti fissi come percentuale del Pil si è ridotto di un quarto dall’unificazione, mentre anche l’investimento in capitale umano si è ridotto. Conseguentemente la crescita della produttività tedesca – che pure partiva da un livello notevolmente alto – con la crescita per ora lavorata inferiore di circa un quarto rispetto alla media OECD. Socialmente, le diseguaglianze sono un problema anche in Germania, anche se non certo al livello dei paesi anglosassoni, e infatti il principale punto programmatico della Spd era l’innalzamento dell’aliquota massima sui redditi dal 42 al 49%. Troppo poco, però, per scalfire il primato della Merkel.

Anche perché, sulle grandi questioni della crisi, la Spd ha faticato a far vedere le differenze con la Cdu. Da una parte, i cristiano-democratici hanno messo in azione la considerevole forza degli ammortizzatori sociali per ridurre, come abbiamo visto, la disoccupazione, proteggendo fasce decisive di lavoratori. Dall’altra la Spd sembra aver ormai definitivamente abbandonato qualsiasi residuo keynesiano già ai tempi di Schroeder, proponendo politiche economiche a metà tra ordoliberismo e neoliberismo, e comunque ignorando largamente il ruolo attivo dello Stato in economia. Con il risultato, appunto, di avere un’economia competitiva ma che deve buona parte del suo successo alla deflazione interna e alla compressione della quota salari, un programma di ristrutturazione portato avanti dall’allora governo socialdemocratico e confermate dai due mandati di Angela Merkel. Queste somiglianze si sono poi accentuate davanti alla lettura della crisi europea, con la Spd che ha votato praticamente tutti i cosiddetti piani di salvataggio ideati dal governo Merkel, salvo muovere velate critiche solo durante la campagna elettorale. In poche parole, hanno assecondato l’idea che la crisi dei Pigs non sia in alcun modo affare tedesco, con la Germania pronta ad aiutare ma senza prendersi alcuna responsabilità nel riequilibrare le economie europee. Le critiche più decise, in questo senso, erano venute dalla Linke e dagli antieuropeisti dell’Afd che si erano espressi con durezza sul continuo ricorso all’austerity nel Sud Europa.

E dunque, con la vittoria della Cdu, e anche con l’orizzonte della Grande Coalizione,quello che possiamo aspettarci è la continuazione di quello che abbiamo visto in questi anni. Dal punto di vista dell’economia tedesca, si continuerà a puntare, come storicamente consolidato, sulle esportazioni, favorite anche da una forte attenzione all’inflazione, dalla costante moderazione salariale e soprattutto dall’austerity domestica.  Dal punto di vista dell’Europa, vale lo stesso discorso. Il manifesto politico-economico dei prossimi anni è stato offerto la settimana scorsa dal ministro delle Finanze Schauble ancora sulle colonne del Financial Times, dove si sosteneva con molto vigore che il modello tedesco sia da replicare nel resto del continente e auto-congratulandosi per i successi dell’austerity.

La Cancelliera, dunque, continuerà a chiedere tagli e tasse, sacrifici ai partner, offrendo molto poco in cambio, a cominciare da una probabile opposizione all’unione bancaria, e continuando ad ignorare i problemi sociali che attanagliano il Sud Europa. Con la Cdu vince dunque un partito che rivendica con orgoglio la sua matrice filo-europea, ma che allo stesso tempo porta avanti una visione molto rigida, e molto tedesca, di quello che il Vecchio Continente debba essere. La Cancelliera si è dimostrata l’unica vera leader in questo periodo di crisi, ma non è detto che questo sia un bene per il resto d’Europa.

Dalle elezioni tedesche nessun cambiamento per l’Europa

In Editoriali on 21/09/2013 at 10:52

di Nicola Melloni

da Liberazione

Sembra davvero inutile aspettarsi belle notizie da Berlino. Durante il weekend si terranno le elezioni, ma c’è davvero poca suspense. Vero, l’aritmetica elettorale potrebbe riservare qualche sorpresa: la Cdu di Angela Merkel sembra saldamente in testa ma non è detto che abbia la maggioranza per governare, mentre gli alleati liberali sono in picchiata. Potrebbe dunque saltare la riedizione del governo attuale. Dal punto di vista politico però cambierebbe davvero poco. Esiste una possibilità, puramente teorica, di costruire un governo delle sinistre – ma possiamo chiamarle tali? – formando una coalizione tra Spd, Verdi e Linke, ma siamo in effetti nel campo della fantapolitica. Soprattutto perché la Spd non sembra davvero un partito con una idea della società diversa da quella della Cdu.
Certo, alcune differenze programmatiche esistono, ad esempio i socialdemocratici propongono di alzare le tasse massime sui redditi dal 42 al 49%, senza dubbio un fatto positivo. Ma in termini di politica economica, siamo sempre alle solite. Si dice che in fondo tutta la politica tedesca abbracci l’ordoliberalismo, quella economia sociale di mercato che prevede istituzioni forti per controllare il corretto funzionamento del mercato stesso. Ma negli ultimi quindici anni questo ordooliberalismo è diventato sempre più neoliberalismo, soprattutto grazie alle riforme di Schroeder, quelle ora tanto decantate nel resto d’Europa. Una svolta contro il lavoro che ha creato una nuova massa di poveri e precari in Germania, abilmente nascosti dalla propaganda ufficiale che ci mostra solo i ben pagati operai della Volkswagen. Soprattutto sembra essersi persa per sempre quella Spd che vedeva nello Stato non solo un regolatore, ma un attore economico. Gli ultimi keynesiani se ne sono andati con Lafontaine, lasciando spazio ai mercatisti tipo Schroeder e Steinbruck.
Ed infatti, anche guardando al di fuori dei confini tedeschi, non è che la Spd si sia distinta più di tanto dalla Merkel, votando anzi tutti i vari piani europei, salvo sottovoce criticare molto velatamente l’austerity in Grecia ed Italia, ma senza proporre nessuna vera alternativa – impauriti di perdere ulteriori quote di elettorato assai restio ad usare soldi tedeschi per salvare i “pigri” latini. Ma proprio in questo la Spd ha dimostrato tutta la sua mediocrità politica, rifiutandosi di condurre una campagna di verità sui benefici che i tedeschi hanno avuto dall’euro e pure sui benefici futuri che avrebbero ad aiutare la ripresa economica del resto d’Europa, accontentandosi invece di ribadire la storiella dei nordici laboriosi e della necessità delle riforme.
Dunque, qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne, poco cambierà in Germania e nulla cambierà in Europa. Anche nel caso di grande coalizione, i socialdemocratici non sembrano in grado di modificare gli atteggiamenti intransigenti della Merkel, né è lecito attendersi alcunché dai Verdi nel caso divenissero, come possibile, i partner di governo della Cdu. Insomma, sembra proprio che la Merkel abbia vinto ancora prima di scendere in campo, anche e soprattutto perché i suoi supposti avversari non sembrano aver alcuna intenzione di combattere.

Pellegrinaggio a Berlino

In Editoriali on 02/05/2013 at 22:18

di Nicola Melloni
da Liberazione

Il primo atto pubblico del governo Letta è stato un viaggio a Berlino per riferire alla Merkel. Un refrain ormai consolidato, lo aveva già fatto Monti e anche Bersani in piena campagna elettorale si era preoccupato di andare in Germania a rassicurare la Cancelliera invece di preoccuparsi di convincere gli italiani. Si è visto poi come è finita. E la Merkel non ha mancato di far vedere la sua benevolenza per l’atto di vassallaggio, riconoscendo i passi fatti dall’Italia sulla via del “risanamento”. Di che passi si tratti, non è chiaro, con l’economia in recessione, la disoccupazione in aumento e il numero di giovani fuori dal mercato del lavoro ai massimi storici.
Un buffetto per Letta, ma nella sostanza i tedeschi sono rimasti inflessibili sul punto saliente: i paesi in crisi devono fare i compiti a casa, le riforme strutturali. Leggasi, nessuno ha intenzione di aiutarli, la competitività dell’economia si ottiene riducendo i salari, la famigerata deflazione interna, e l’austerity è l’unica maniera di farlo. Un messaggio, neanche tanto cifrato, che non è solo indirizzato all’Italia ma anche alla Francia di Hollande che da qualche giorno ha cominciato a chiedere allentamenti al vincolo di spesa. Letta non ha nemmeno provato a discutere la retorica dei conti a posto. Anzi, l’ha ribadita con orgoglio, degno erede del governo Monti, e di quella tradizione del centrosinistra italiano che dal 1996 in avanti ha fatto del bilancio in ordine la sua stella cometa. Come se le riforme strutturali fossero legate ai conti in ordine del governo: il problema in Italia è legato fondamentalmente alla bassa produttività (e non certo ai salari alti o alle rigidità del mercato del lavoro) e all’incapacità del settore privato di investire in ricerca e sviluppo, limitato dalla dimensione dell’impresa e dalla mancata coordinazione pubblica. Niente a che vedere col livello del deficit, come richiesto invece dal fiscal compact.
Letta naturalmente ha anche detto che ora è il momento di parlare di crescita a livello europeo da accompagnare all’austerity dei conti. Anche in questo caso, però, sono parole trite e ritrite. Per oltre un anno Mario Monti ha parlato di fase due, con la crescita che sembrava sempre dietro l’angolo. E pure Prodi, in passato, non aveva resistito alla retorica della ripresa economica dopo le finanziarie lacrime e sangue. Queste ultime, sempre puntuali, mentre per la crescita è sempre stato come aspettare Godot.
Letta, come anche i suoi predecessori, scommette su un paradosso, mettendo insieme due concetti che, nello stato attuale dell’economia, sono inconciliabili: stretta fiscale e aumento del Pil. Ancora non sembra passare il concetto che le politiche fiscali restrittive uccidono l’economia reale quando questa è stagnante (come lo è stata in Italia per vent’anni) o addirittura in recessione, come ora. Il momento dell’austerity è la crescita, come diceva Keynes, non la crisi.
Il nuovo Primo Ministro pensa di rimettere in moto l’economia semplicemente con un piano per rilanciare gli investimenti a livello europeo. Sarebbe un primo passo, ma assolutamente insufficiente. Intanto di che tipo di investimenti parliamo? Del Tav, che ha un effetto espansivo minimo, geograficamente limitato, con pochissime ricadute su altri settori e che sarà pronto tra una trentina d’anni? O invece, per esempio, del miglioramento della rete ferroviaria locale, che darebbe lavoro ad un numero molto maggiore di addetti, che migliorerebbe la qualità della vita di molti ma, soprattutto, renderebbe più efficiente il sistema economico, diminuendo i ritardi e le ore perse? Parliamo di soldi buttati negli F35, dove il valore generato dagli investimenti in Finmeccanica è inferiore alla spesa totale, o di ammodernare il sistema aeroportuale in disfacimento, con nessun aeroporto italiano incluso nella lista dei primi 100 al mondo – con buona pace della valorizzazione del turismo?
Più in generale, la spesa pubblica – ovvero, l’opposto dell’austerity – è necessaria, mentre il settore privato è in ritirata. In pratica, le finanze statali devono reagire in maniera opposta a quello che succede nel settore privato, quando questo si indebita (investe) di meno, è lo Stato a dover sostenere l’economia, per evitare una spirale depressiva. Gli investimenti però non bastano, bisogna attuare politiche di sostegno attivo alla domanda – e, ovviamente, all’occupazione – per rilanciare i consumi e dunque cambiare le aspettative e gli investimenti del settore privato. In breve, altro che epica dei conti a posto, bisogna spendere di più per uscire dalla recessione. O ci si prepara a mettere la Germania con le spalle al muro o la crisi spazzerà via l’Europa.