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Ripartire a sinistra

In Editoriali on 05/06/2014 at 16:12

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di Nicola Melloni

da Esseblog

L’Altra Europa con Tsipras ha passato lo scoglio del 4% e non era per nulla scontato; si tratta dunque di un risultato positivo, un punto fermo da cui ripartire. Le buone notizie, in realtà, si fermano qui, ma il bicchiere è, per ora, mezzo pieno, a patto che lo sforzo compiuto per queste elezioni non sia fine a se stesso ma il punto di partenza per qualcos’altro.

I fatti, anche sgradevoli, sono davanti agli occhi di tutti. E’ inutile nascondersi che l’Italia è l’unico paese mediterraneo in cui la sinistra rimane clamorosamente marginale. In Grecia, i partiti che si rifanno al GUE sono oltre il 30%, in Spagna e Portogallo intorno al 20. Sono numeri notevoli: in Grecia certo ha contribuito la crisi e le responsabilità del Pasok nelle politiche di austerity. Anche nella penisola iberica i socialisti hanno perso il controllo della sinistra e pagano un forte prezzo elettorale, quasi raggiunti dalle formazioni di sinistra. In tutti questi paesi, per altro, si registrano divisioni politiche: Syriza e il KKE hanno idee opposite sulla permanenza in Europa, mentre in Spagna e Portogallo i dissidi nel campo socialista non hanno (ancora?) portato alla riorganizzazione della sinistra. Eppure queste divisioni non hanno scoraggiato l’elettorato, anzi.

In Italia, invece, si è tornati, dopo anni, ad una lista unica della sinistra, che ha però perso voti, in termini reali, anche rispetto alle disastrose politiche del 2013 (anche sommando il punto e mezzo percentuale teoricamente sottratto da Verdi e Italia dei Valori). Non ci sono dubbi che la lista ha avuto problemi, per così dire, strutturali: la novità politica, il pochissimo spazio sui media, la difficile riconoscibilità del simbolo e del nome. Tutto vero, ma questo non sembra, per esempio, aver fermato un movimento come Podemos che soffriva degli stessi problemi.

L’Altra Europa chiaramente paga colpe non sue, che sono quelle delle divisioni del passato, della costante lite a sinistra, dell’ombra di gruppi dirigenti fallimentari. Ha anche colpe proprie però: dopo la debacle politica del PD sull’elezione del Presidente della Repubblica, la sinistra, tutta, è rimasta immobile, salvo poi organizzare una lista in fretta e furia a pochi mesi dalle elezioni, lamentandosi del poco tempo a disposizione – eppure lo sapevamo da cinque anni che ci sarebbero state le elezioni europee a Maggio. Il coraggio espresso dal gruppo di intellettuali capeggiato da Barbara Spinelli – e il sudore, le firme, la fatica fatta dai militanti dei partiti che pure esistono e si sono rivelati decisivi – hanno permesso il superamento del 4%. E’ rimasta però, in tanti, l’impressione che si sia trattato dell’ennesimo cartello elettorale, capace di superare lo sbarramento solo grazie ad una astensione ai massimi storici.

In questi anni la sinistra italiana, almeno a livello istituzionale, sembra esser sparita. E’ più che viva nella società, dalle lotte per la casa, al referendum sull’acqua, alle lotte sindacali, ma non sembra in grado di trasformare queste esperienze in forza politica. Ci si accontenta, per così dire, di battaglie importanti, ma singole, su temi specifici. Non basta e non può bastare: la disgregazione politica, l’irrilevanza istituzionale, il Parlamento abbandonato portano solo al predominio istituzionale, culturale, economico e politico delle elite, rappresentante con efficacia altalenante ora dal PD, ora da Berlusconi. Con il ruolo di opposizione di bandiera, senza nessuna linea politica, lasciato al M5S – che ha cominciato a pagare questa sua struttura amorfa, buona per prendere voti, inutile per incidere nella società.

Da questi problemi è dunque necessario ripartire, subito. Chiedendo un nuovo sforzo di generosità a partiti che si devono mettere in discussione, ed esser capaci di abbandonare le vecchie ruggini – e posti di potere, e privilegi – per mettersi a disposizione di un nuovo progetto politico. E ad intellettuali, perché gli appelli e le interviste non possono bastare, ma è la pratica politica, giorno dopo giorno, come fossimo in una costante campagna elettorale, a fare la differenza. Ed anche ai sindacalisti, che le battaglie fiere, ma perdenti, della FIOM non servono a nessuno, tantomeno ai lavoratori, perché un sindacato senza appoggio istituzionale diventa monco e perdente. E a tutti noi, in fondo, che viviamo la militanza soprattutto come voto, che siamo sempre indignati con i Renzi di turno, ma che poco facciamo, oltre indignarci. Bisogna creare, subito, un luogo collettivo di speranze, lotte, aspirazioni e, perché no, sconfitte e frustrazioni, un soggetto vivo nella società, nei posti di lavoro, che parli non solo alla testa delle persone, ma anche alla pancia e al cuore. Che parli, dunque, ad un popolo, e non al singolo elettore. Altrimenti questo risicato 4% sarà stato nuovamente inutile.

I due pesi e le due misure del potere

In Internazionale, politica on 15/12/2013 at 10:37

di Simone Rossi

Negli scorsi giorni abbiamo assistito al montare di tensioni e proteste ai tre cantoni del continente europeo. La reazione di chi detiene il potere è stata differente e ne rivela il pericoloso opportunismo.

Gli studenti universitari inglesi hanno inscenato cortei ed occupazioni in alcuni atenei per protestare contro la privatizzazione delle università e la trasformazione della formazione superiore in una vacca da mungere a vantaggio di investitori e speculatori privati. La reazione della polizia è stata inauditamente violenta ed un elevato numero di agenti sono stati utilizzati per la repressione dell’attivismo negli atenei. Decine di studenti sono stati arrestati, i cortei sono stati rotti dalle cariche, con studenti trascinati per le strade dove hanno lasciato qualche dente come obolo all’ordine pubblico.

In Italia esercenti, agricoltori, artigiani e lavoratori dipendenti sono scesi nelle strade per manifestare la propria esasperazione verso la crisi economica e le politiche insensate dell’Esecutivo. All’elemento spontaneo si associano organizzazioni palesemente fasciste che animano blocchi stradali, compiono atti intimidatori verso gli esercenti che non aderiscono alla protesta ed promuovono assalti alle camere del lavoro, come nei primi anni Venti. Tolto il tentativo di rimuovere alcuni blocchi stradali, le autorità non hanno imposto la militarizzazione del territorio come in Valle di Susa. Non abbiamo assistito alla caccia all’uomo per le strade delle città come nel 2001 a Genova o come durante le manifestazioni studentesche tre anni fa, i manganelli non si sono alzati ed i lacrimogeni non sono stati lanciati ad altezza uomo come quando a protestare erano i pastori ed i minatori sardi, o i cittadini napoletani contrari alla nuova discarica, o gli aquilani che reclamavano la ricostruzione della loro città.

In Ucraina, infine, accresce la tensione tra il Governo ed i manifestanti che da una settimana tengono sotto scacco il centro della capitale Kiev per protestare contro la decisione di interrompere i colloqui di associazione all’Unione Europea. Oltre a presidiare la Piazza dell’Indipendenza, i manifestanti hanno assaltato edifici governativi e preso di mira le sedi dei partiti filo-russi, nonché abbattuto una statua di Lenin, mandando in estasi una parte della stampa occidentale che evidentemente pensa di vivere nel 1989. Come in Italia, simboli e slogan fascisti hanno accompagnato le proteste. In risposta le autorità hanno inizialmente cercato di rimuovere presidi ed occupazioni con la forza per poi limitare la propria azione coercitiva al mantenimento della circolazione stradale ed alla protezione degli edifici sotto assedio.

Con sprezzo del ridicolo, i rappresentanti politici dei Paesi occidentali e dell’Unione Europea hanno ripreso le autorità ucraine che, a loro dire, dovrebbero ascoltare le richieste dei manifestanti e mediare, magari riprendendo i negoziati. Un atteggiamento, quello conciliante, che non si è visto negli ultimi lustri quando a manifestare erano cittadini che si opponevano alla globalizzazione neoliberista, alle politiche di austerità, allo sfruttamento del territorio. La corona di ipocrita dell’anno, tuttavia, andrebbe conferita al Segretario di Stato degli USA, che ha avuto l’ardire di dare una lezione di democrazia agli ucraini, pur avendo le autorità del suo Paese utilizzato una forza ed una violenza spropositate contro quei presidii di cittadini che comunemente vanno sotto la sigla Occupy.

L’Italia industriale a picco

In Editoriali on 25/10/2013 at 09:44

di Nicola Melloni

da Liberazione

Il declino dell’Italia si fa giorno dopo giorno più evidente. Solo qualche giorno fa è uscito un resoconto più che minaccioso di Roberto Orsi della London School of Economics: una disamina spietata che mostra una desertificazione industriale del paese che rischia, presto, di diventare irreversibile. Un mix letale di politiche macroeconomiche sbagliate, di assenza di politiche industriale, di tassazione troppo alta sul lavoro e sulle imprese, di burocrazia ci porta a essere ormai un paese sempre più marginale in Europa come nel mondo. I dati usciti in questi giorni non fanno che rinforzare tale disamina. Prima abbiamo visto che la Borsa Italiana è ormai una sorta di scherzo: negli ultimi 10 anni, nonostante la crisi economica, tutte le Borse, a parte quella di Atene hanno fatto profitti. Certo, le Borse dei paesi asiatici sono cresciute in maniera esponenziale, ma anche quelle europee sono riuscite a resistere, tranne, appunto quella italiana, ora sorpassata anche da Malesia e Indonesia. Non ci sono dubbi che le Borse non siano una buona o completa misura dello stato economico di un Paese, ma danno sicuramente una indicazione di un qual certo trend che non può non preoccuparci: in Italia non girano capitali e quindi ci sono pochi investimenti. Il mercato è asfittico, le piccole imprese non riescono e/o non vogliono quotarsi, diventando in questa maniera schiave del credito bancario, con tutti i rischi ad esso connessi, soprattutto in un periodo come questo. Le grandi imprese, nel frattempo, vanno all’estero a cercare finanziamenti, distaccandosi sempre più dall’Italia – vedi Fiat, ma non solo. E la Borsa italiana, con già un bassissimo indice di profittabilità, rimane invischiata in giochi di bassa lega in cui i grandi fondi non vogliono entrare. Sia chiaro, il capitalismo è un gioco sporco un po’ in tutto il mondo, ma i criteri italiani sono bassi anche per un mondo di pirati, senza reali protezioni per gli investitori, con una corruzione mostruosa, con una politicizzazione delle relazioni economiche (basti guardare che dirige la Consob) tale da impaurire gli investitori esteri.
A tutto questo si aggiunge l’articolo di Fubini su Repubblica in cui si annuncia che entro la fine dell’anno l’Italia non farà più parte del g8, scavalcata dalla Russia dopo esser stata già sorpassata dal Brasile. C’è poco da sorprendersi, in realtà, la Russia si sta riprendendo solo ora dopo il crollo, il caos e il latrocinio seguito alla scomparsa dell’Unione Sovietica. Ma rimane un paese con una popolazione ben maggiore di quella italiana e, soprattutto, con risorse naturali – su tutte, ma non solo, gas e petrolio – che ovviamente contribuiscono in maniera decisiva alla dimensione del pil. La caduta in classifica non si fermerà però qui: presto India e Canada ci passeranno davanti. Per l’India sembra, nuovamente, un fatto scontato, un paese con una popolazione che supera il miliardo ed una industrializzazione e sviluppo molto rapidi. Sul Canada, come dice lo stesso Fubini, ci sarebbe da riflettere maggiormente: se è vero che le materie prime sono dalla parte dei Nord Americani, è anche vero che parliamo di un paese con una geografia a dir poco complicata e con una popolazione assai ridotta. Ma che investe in innovazione ed educazione, mentre in Italia si continuano a tagliare i fondi dell’Università, ad esempio.
Perdere il posto tra le prime otto o anche le prime dieci economie planetarie non è un fatto di per sè scioccante, ed è un destino che accomunerà presto tutte le maggiori economie europee – anche la Germania, con la sua più che preoccupante dinamica demografica non è certo esente da rischi. Il capitalismo è sempre meno occidentale, con la crescita dei Brics e non solo, basti guardare a paesi in forte ascesa come Corea e Turchia. Il problema però è che l’Italia è rimasta all’ancora, con due decenni di crescita piatta, con un mercato dei capitali asfittico, con investimenti ridotti in ricerca e innovazione, con una diseguaglianza crescente, una mobilità sociale a picco, con una preoccupante regressione dei diritti. Ma soprattutto senza nessun piano per il futuro. La forza italiana, negli ultimi sessant’anni, è stato un tessuto industriale di alto livello, basato per decenni sulla grande industria – dalla Fiat, all’Eni, all’Olivetti – e poi sulla crescita e la dinamicità delle piccole e medie imprese, la Terza Italia dei distretti industriali. Oggi poco o nulla rimane di questo, le imprese chiudono giorno dopo giorno mentre lo Stato si disinteressa del futuro industriale del Paese. Tra i tanti problemi potremmo citare banche spesso inutili, pochi capitali, pochi fondi per innovare, sempre meno investimenti sul capitale umano, la scelta suicida di puntare sull’abbassamento del costo del lavoro come medicina contro la sindrome cinese. Di questo passo il problema non sarà tanto il ranking italiano tra le economie più avanzate, ma l’esistenza di una Italia industriale tout court.

Il terribile declino dell’Italia

In Da altri media on 20/10/2013 at 14:56

 

Proponiamo di sotto un articolo di Roberto Orsi, della London School of Economics, tratto da affariitaliani.it. In maniera diretta ci dice cosa sta succendendo in Italia, un evento epocale di impoverimento e deindustrializzazione che rischia in brevissimo tempo di portarci alla catastrofe totale, da cui sarà difficile, se non impossibile, rialzarsi. Il risultato di vent’anni di disastri, certamente condizionati da Silvio Berlusconi ma in cui il resto della politica nulla ha fatto per veramente contrapporsi, persa in maneggi, camarille, piccolo cabotaggio. E che ora, sull’orlo dell’abisso, si intestardisce sulla stessa strada di sempre…

L’ANALISI DI ORSI

da Affaritaliani.it

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.

Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.

Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.

La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.

L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.

La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.

L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.

L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.

I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”

The Italian Job: la poco raccontata storia delle basi americane in Italia

In Da altri media on 07/10/2013 at 10:24

Parliamo tanto di immigrazione, di essere invasi, occupati, eppure il dato più clamoroso, che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, viene convenientemente ignorato. Dalla fine della Guerra Fredda, l’impegno militare americano in Italia è aumentato, lentamente trasformando il paese in una sorta di hub militare. Con al seguito circa 30mila persone, loro si, in sostanza, clandestine, non sottoposte alle leggi italiane. Certo, ragioni strategiche – per gli Americani, quantomeno, per noi, invece, non è proprio detto che sia così – ma non solo. Come detto nel pezzo evidenziato nel testo, gli Americani amano l’Italia: mentre i tedeschi richiedono regolamenti specifici per i comportamenti dei militari e non permettono trasgressioni, gli italiani danno sostanzialmente carta bianca, manco fossimo una colonia. E poi ci soprendiamo che ci trattino come pezze da piedi?

THE ITALIAN JOB: HOW THE PENTAGON IS CREATING A NEW EUROPEAN LAUNCHPAD FOR US WARS

di David Vine

da Mother Jones via TomDispatch

The Pentagon has spent the last two decades plowing hundreds of millions of tax dollars into military bases in Italy, turning the country into an increasingly important center for US military power. Especially since the start of the Global War on Terror in 2001, the military has been shifting its European center of gravity south from Germany, where the overwhelming majority of US forces in the region have been stationed since the end of World War II. In the process, the Pentagon has turned the Italian peninsula into a launching pad for future wars in Africa, the Middle East, and beyond.

At bases in Naples, Aviano, Sicily, Pisa, and Vicenza, among others, the military has spent more than $2 billion on construction alone since the end of the Cold War—and that figure doesn’t include billions more on classified construction projects and everyday operating and personnel costs. While the number of troops in Germany has fallen from 250,000 when the Soviet Union collapsed to about 50,000 today, the roughly 13,000 US troops (plus 16,000 family members) stationed in Italy match the numbers at the height of the Cold War. That, in turn, means that the percentage of US forces in Europe based in Italy has tripled since 1991 from around 5% to more than 15%.

Last month, I had a chance to visit the newest US base in Italy, a three-month-old garrison in Vicenza, near Venice. Home to a rapid reaction intervention force, the 173rd Infantry Brigade Combat Team (Airborne), and the Army’s component of the US Africa Command (AFRICOM), the base extends for a mile, north to south, dwarfing everything else in the small city. In fact, at over 145 acres, the base is almost exactly the size of Washington’s National Mall or the equivalent of around 110 American football fields. The price tag for the base and related construction in a city that already hosted at least six installations: upwards of $600 million since fiscal year 2007.

There are still more bases, and so more US military spending, in Germany than in any other foreign country (save, until recently, Afghanistan). Nonetheless, Italy has grown increasingly important as the Pentagon works to change the make-up of its global collection of 800 or more bases abroad, generally shifting its basing focus south and east from Europe’s center. Base expert Alexander Cooley explains: “US defense officials acknowledge that Italy’s strategic positioning on the Mediterranean and near North Africa, the Italian military’s antiterrorism doctrine, as well as the country’s favorable political disposition toward US forces are important factors in the Pentagon’s decision to retain” a large base and troop presence there. About the only people who have been paying attention to this build-up are the Italians in local opposition movements like those in Vicenza who are concerned that their city will become a platform for future US wars.

Base Building

Most tourists think of Italy as the land of Renaissance art, Roman antiquities, and of course great pizza, pasta, and wine. Few think of it as a land of US bases. But Italy’s 59 Pentagon-identified “base sites” top that of any country except Germany (179), Japan (103), Afghanistan (100 and declining), and South Korea (89).

Publicly, US officials say there are no US military bases in Italy. They insist that our garrisons, with all their infrastructure, equipment, and weaponry, are simply guests on what officially remain “Italian” bases designated for NATO use. Of course, everyone knows that this is largely a legal nicety.

No one visiting the new base in Vicenza could doubt that it’s a US installation all the way. The garrison occupies a former Italian air force base called Dal Molin. (In late 2011, Italian officials rebranded it “Caserma Del Din,” evidently to try to shed memories of the massive opposition the base has generated.) From the outside, it might be mistaken for a giant hospital complex or a university campus. Thirty one box-like peach-and-cream-colored buildings with light red rooftops dominate the horizon with only the foothills of the Southern Alps as a backdrop. A chain link fence topped by razor wire surrounds the perimeter, with green mesh screens obscuring views into the base.

If you manage to get inside, however, you find two barracks for up to 600 soldiers each. (Off base, the Army is contracting to lease up to 240 newly built homes in surrounding communities.) Two six-floor parking garages that can hold 850 vehicles, and a series of large office complexes, some small training areas, including an indoor shooting range still under construction, as well as a gym with a heated swimming pool, a “Warrior Zone” entertainment center, a small PX, an Italian-style café, and a large dining facility. These amenities are actually rather modest for a large US base. Most of the newly built or upgraded housing, schools, medical facilities, shopping, and other amenities for soldiers and their families are across town on Viale della Pace (Peace Boulevard) at the Caserma Ederle base and at the nearby Villaggio della Pace (Peace Village).

A Pentagon Spending Spree

Beyond Vicenza, the military has been spending mightily to upgrade its Italian bases. Until the early 1990s, the US air base at Aviano, northeast of Vicenza, was a small site known as “Sleepy Hollow.” Beginning with the transfer of F-16s from Spain in 1992, the Air Force turned it into a major staging area for every significant wartime operation since the first Gulf War. In the process, it has spent at least $610 million on more than 300 construction projects (Washington convinced NATO to provide more than half these funds, and Italy ceded 210 acres of land for free.) Beyond these “Aviano 2000” projects, the Air Force has spent an additional $115 million on construction since fiscal year 2004.

Not to be outdone, the Navy laid out more than $300 million beginning in 1996 to construct a major new operations base at the Naples airport. Nearby, it has a 30-year lease on an estimated $400 million “support site” that looks like a big-box shopping mall surrounded by expansive, well-manicured lawns. (The base is located in the Neapolitan mafia’s heartland and was built by a company that has been linked to the Camorra.) In 2005, the Navy moved its European headquarters from London to Naples as it shifted its attention from the North Atlantic to Africa, the Middle East, and the Black Sea. With the creation of AFRICOM, whose main headquarters remain in Germany, Naples is now home to a combined US Naval Forces Europe-US Naval Forces Africa. Tellingly, its website prominently displays the time in Naples, Djibouti, Liberia, and Bulgaria.

Meanwhile, Sicily has become increasingly significant in the Global War on Terror era, as the Pentagon has been turning it into a major node of US military operations for Africa, which is less than 100 miles away across the Mediterranean. Since fiscal year 2001, the Pentagon has spent more on construction at the Sigonella Naval Air Station—almost $300 million—than at any Italian base other than Vicenza. Now the second busiest naval air station in Europe, Sigonella was first used to launch Global Hawk surveillance drones in 2002. In 2008, US and Italian officials signed a secret agreement formally permitting the basing of drones there. Since then, the Pentagon has put out at least $31 million to build a Global Hawk maintenance and operations complex. The drones provide the foundation for NATO’s $1.7 billion Alliance Ground Surveillance system, which gives NATO surveillance capabilities as far as 10,000 miles from Sigonella.

Beginning in 2003, “Joint Task Force Aztec Silence” has used P-3 surveillance planes based at Sigonella to monitor insurgent groups in North and West Africa. And since 2011, AFRICOM has deployed a task force of around 180 marines and two aircraft to the base to provide counterterrorism training to African military personnel in Botswana, Liberia, Djibouti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya, Tunisia, and Senegal.

Sigonella also hosts one of three Global Broadcast Service satellite communications facilities and will soon be home to a NATO Joint Intelligence, Surveillance & Reconnaissance deployment base and a data analysis and training center. In June, a US Senate subcommittee recommended moving special operations forces and CV-22 Ospreys from Britain to Sicily, since “Sigonella has become a key launch pad for missions related to Libya, and given the ongoing turmoil in that nation as well as the emergence of terrorist training activities in northern Africa.” In nearby Niscemi, the Navy hopes to build an ultra high frequency satellite communications installation, despite growing opposition from Sicilians and other Italians concerned about the effects of the station and its electromagnetic radiation on humans and a surrounding nature reserve.

Amid the build-up, the Pentagon has actually closed some bases in Italy as well, including those in Comiso, Brindisi, and La Maddalena. While the Army has cut some personnel at Camp Darby, a massive underground weapons and equipment storage installation along Tuscany’s coast, the base remains a critical logistics and pre-positioning center enabling the global deployment of troops, weapons, and supplies from Italy by sea. Since fiscal year 2005, it’s seen almost $60 million in new construction.

And what are all these bases doing in Italy? Here’s the way one US military official in Italy (who asked not to be named) explained the matter to me: “I’m sorry, Italy, but this is not the Cold War. They’re not here to defend Vicenza from a [Soviet] attack. They’re here because we agreed they need to be here to do other things, whether that’s the Middle East or the Balkans or Africa.”

Location, Location, Location

Bases in Italy have played an increasingly important role in the Pentagon’s global garrisoning strategy in no small part because of the country’s place on the map. During the Cold War, West Germany was the heart of US and NATO defenses in Europe because of its positioning along the most likely routes of any Soviet attack into Western Europe. Once the Cold War ended, Germany’s geographic significance declined markedly. In fact, US bases and troops at Europe’s heart looked increasingly hemmed in by their geography, with US ground forces there facing longer deployment times outside the continent and the Air Force needing to gain overflight rights from neighboring countries to get almost anywhere.

Troops based in Italy, by contrast, have direct access to the international waters and airspace of the Mediterranean. This allows them to deploy rapidly by sea or air. As Assistant Secretary of the Army Keith Eastin told Congress in 2006, positioning the 173rd Airborne Brigade at Dal Molin “strategically positions the unit south of the Alps with ready access to international airspace for rapid deployment and forced entry/early entry operations.”

And we’ve seen the Pentagon take advantage of Italy’s location since the 1990s, when Aviano Air Base played an important role in the first Gulf War and in US and NATO interventions in the Balkans (a short hop across the Adriatic Sea from Italy). The Bush administration, in turn, made bases in Italy some of its “enduring” European outposts in its global garrisoning shift south and east from Germany. In the Obama years, a growing military involvement in Africa has made Italy an even more attractive basing option. 

“Sufficient Operational Flexibility”

Beyond its location, US officials love Italy because, as the same military official told me, it’s a “country that offers sufficient operational flexibility.” In other words, it provides the freedom to do what you want with minimal restrictions and hassle.

Especially in comparison to Germany, Italy offers this flexibility for reasons that reflect a broader move away from basing in two of the world’s wealthiest and most powerful nations, Germany and Japan, toward basing in relatively poorer and less powerful ones. In addition to offering lower operating costs, such hosts are generally more susceptible to Washington’s political and economic pressure. They also tend to sign “status of forces agreements”—which govern the presence of US troops and bases abroad—that are less restrictive for the US military. Such agreements often offer more permissive settings when it comes to environmental and labor regulations or give the Pentagon more freedom to pursue unilateral military action with minimal host country consultation.

While hardly one of the world’s weaker nations, Italy is the second most heavily indebted country in Europe, and its economic and political power pales in comparison to Germany’s. Not surprisingly, then, as that Pentagon official in Italy pointed out to me, the status of forces agreement with Germany is long and detailed, while the foundational agreement with Italy remains the short (and still classified) 1954 Bilateral Infrastructure Agreement. Germans also tend to be rather exacting when it comes to following rules, while the Italians, he said, “are more interpretive of guidance.”

War + Bases = $ 

The freedom with which the US military used its Italian bases in the Iraq War is a case in point. As a start, the Italian government allowed US forces to employ them even though their use for a war pursued outside the context of NATO may violate the terms of the 1954 basing agreement. A classified May 2003 cable sent by US Ambassador to Italy Melvin Sembler and released by WikiLeaks shows that Prime Minister Silvio Berlusconi’s government gave the Pentagon “virtually everything” it wanted. “We got what we asked for,” wrote Sembler, “on base access, transit, and overflights, ensuring that forces… could flow smoothly through Italy to get to the fight.”

For its part, Italy appears to have benefited directly from this cooperation. (Some say that shifting bases from Germany to Italy was also meant as a way to punish Germany for its lack of support for the Iraq War.) According to a 2010 report from Jane’s Sentinel Security Assessment, “Italy’s role in the war in Iraq, providing 3,000 troops to the US-led effort, opened up Iraqi reconstruction contracts to Italian firms, as well as cementing relations between the two allies.” Its role in the Afghan War surely offered similar benefits. Such opportunities came amid deepening economic troubles, and at a moment when the Italian government was turning to arms production as a major way to revive its economy. According to Jane’s, Italian weapons manufacturers like Finmeccanica have aggressively tried to enter the US and other markets. In 2009, Italian arms exports were up more than 60%.

In October 2008, the two countries renewed a Reciprocal Defense Procurement Memorandum of Understanding (a “most favored nation” agreement for military sales). It has been suggested that the Italian government may have turned Dal Molin over to the US military—for free—in part to ensure itself a prominent role in the production of “the most expensive weapon ever built,” the F-35 fighter jet, among other military deals. Another glowing 2009 cable, this time from the Rome embassy’s Chargé d’Affaires Elizabeth Dibble, called the countries’ military cooperation “an enduring partnership.” It noted pointedly how Finmeccanica (which is 30% state-owned) “sold USD 2.3 billion in defense equipment to the US in 2008 [and] has a strong stake in the solidity of the US-Italy relationship.”

Of course, there’s another relevant factor in the Pentagon’s Italian build-up. For the same reasons American tourists flock to the country, US troops have long enjoyed la dolce vita there. In addition to the comfortable living on suburban-style bases, around 40,000 military visitors a year from across Europe and beyond come to Camp Darby’s military resort and “American beach” on the Italian Riviera, making the country even more attractive.

The Costs of the Pentagon’s Pivots

Italy is not about to take Germany’s place as the foundation of US military power in Europe. Germany has long been deeply integrated into the US military system, and military planners have designed it to stay that way. In fact, remember how the Pentagon convinced Congress to hand over $600 million for a new base and related construction in Vicenza? The Pentagon’s justification for the new base was the Army’s need to bring troops from Germany to Vicenza to consolidate the 173rd brigade in one place.

And then, last March, one week after getting access to the first completed building at Dal Molin and with construction nearly finished, the Army announced that it wouldn’t be consolidating the brigade after all. One-third of the brigade would remain in Germany. At a time when budget cuts, unemployment, and economic stagnation for all but the wealthiest have left vast unmet needs in communities around the United States, for our $600 million investment, a mere 1,000 troops will move to Vicenza.

Even with those troops staying in Germany, Italy is fast becoming one of several new pivot points for US warmaking powers globally. While much attention has been focused on President Obama’s “Asia pivot,” the Pentagon is concentrating its forces at bases that represent a series of pivots in places like Djibouti on the horn of Africa and Diego Garcia in the Indian Ocean, Bahrain and Qatar in the Persian Gulf, Bulgaria and Romania in Eastern Europe, Australia, Guam, and Hawai’i in the Pacific, and Honduras in Central America.

Our bases in Italy are making it easier to pursue new wars and military interventions in conflicts about which we know little, from Africa to the Middle East. Unless we question why we still have bases in Italy and dozens more countries like it worldwide—as, encouragingly, growing numbers of politicians, journalists, and others are doing—those bases will help lead us, in the name of American “security,” down a path of perpetual violence, perpetual war, and perpetual insecurity.