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Ripartire a sinistra

In Editoriali on 05/06/2014 at 16:12

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di Nicola Melloni

da Esseblog

L’Altra Europa con Tsipras ha passato lo scoglio del 4% e non era per nulla scontato; si tratta dunque di un risultato positivo, un punto fermo da cui ripartire. Le buone notizie, in realtà, si fermano qui, ma il bicchiere è, per ora, mezzo pieno, a patto che lo sforzo compiuto per queste elezioni non sia fine a se stesso ma il punto di partenza per qualcos’altro.

I fatti, anche sgradevoli, sono davanti agli occhi di tutti. E’ inutile nascondersi che l’Italia è l’unico paese mediterraneo in cui la sinistra rimane clamorosamente marginale. In Grecia, i partiti che si rifanno al GUE sono oltre il 30%, in Spagna e Portogallo intorno al 20. Sono numeri notevoli: in Grecia certo ha contribuito la crisi e le responsabilità del Pasok nelle politiche di austerity. Anche nella penisola iberica i socialisti hanno perso il controllo della sinistra e pagano un forte prezzo elettorale, quasi raggiunti dalle formazioni di sinistra. In tutti questi paesi, per altro, si registrano divisioni politiche: Syriza e il KKE hanno idee opposite sulla permanenza in Europa, mentre in Spagna e Portogallo i dissidi nel campo socialista non hanno (ancora?) portato alla riorganizzazione della sinistra. Eppure queste divisioni non hanno scoraggiato l’elettorato, anzi.

In Italia, invece, si è tornati, dopo anni, ad una lista unica della sinistra, che ha però perso voti, in termini reali, anche rispetto alle disastrose politiche del 2013 (anche sommando il punto e mezzo percentuale teoricamente sottratto da Verdi e Italia dei Valori). Non ci sono dubbi che la lista ha avuto problemi, per così dire, strutturali: la novità politica, il pochissimo spazio sui media, la difficile riconoscibilità del simbolo e del nome. Tutto vero, ma questo non sembra, per esempio, aver fermato un movimento come Podemos che soffriva degli stessi problemi.

L’Altra Europa chiaramente paga colpe non sue, che sono quelle delle divisioni del passato, della costante lite a sinistra, dell’ombra di gruppi dirigenti fallimentari. Ha anche colpe proprie però: dopo la debacle politica del PD sull’elezione del Presidente della Repubblica, la sinistra, tutta, è rimasta immobile, salvo poi organizzare una lista in fretta e furia a pochi mesi dalle elezioni, lamentandosi del poco tempo a disposizione – eppure lo sapevamo da cinque anni che ci sarebbero state le elezioni europee a Maggio. Il coraggio espresso dal gruppo di intellettuali capeggiato da Barbara Spinelli – e il sudore, le firme, la fatica fatta dai militanti dei partiti che pure esistono e si sono rivelati decisivi – hanno permesso il superamento del 4%. E’ rimasta però, in tanti, l’impressione che si sia trattato dell’ennesimo cartello elettorale, capace di superare lo sbarramento solo grazie ad una astensione ai massimi storici.

In questi anni la sinistra italiana, almeno a livello istituzionale, sembra esser sparita. E’ più che viva nella società, dalle lotte per la casa, al referendum sull’acqua, alle lotte sindacali, ma non sembra in grado di trasformare queste esperienze in forza politica. Ci si accontenta, per così dire, di battaglie importanti, ma singole, su temi specifici. Non basta e non può bastare: la disgregazione politica, l’irrilevanza istituzionale, il Parlamento abbandonato portano solo al predominio istituzionale, culturale, economico e politico delle elite, rappresentante con efficacia altalenante ora dal PD, ora da Berlusconi. Con il ruolo di opposizione di bandiera, senza nessuna linea politica, lasciato al M5S – che ha cominciato a pagare questa sua struttura amorfa, buona per prendere voti, inutile per incidere nella società.

Da questi problemi è dunque necessario ripartire, subito. Chiedendo un nuovo sforzo di generosità a partiti che si devono mettere in discussione, ed esser capaci di abbandonare le vecchie ruggini – e posti di potere, e privilegi – per mettersi a disposizione di un nuovo progetto politico. E ad intellettuali, perché gli appelli e le interviste non possono bastare, ma è la pratica politica, giorno dopo giorno, come fossimo in una costante campagna elettorale, a fare la differenza. Ed anche ai sindacalisti, che le battaglie fiere, ma perdenti, della FIOM non servono a nessuno, tantomeno ai lavoratori, perché un sindacato senza appoggio istituzionale diventa monco e perdente. E a tutti noi, in fondo, che viviamo la militanza soprattutto come voto, che siamo sempre indignati con i Renzi di turno, ma che poco facciamo, oltre indignarci. Bisogna creare, subito, un luogo collettivo di speranze, lotte, aspirazioni e, perché no, sconfitte e frustrazioni, un soggetto vivo nella società, nei posti di lavoro, che parli non solo alla testa delle persone, ma anche alla pancia e al cuore. Che parli, dunque, ad un popolo, e non al singolo elettore. Altrimenti questo risicato 4% sarà stato nuovamente inutile.

L’Europa che verrà

In Editoriali on 21/05/2014 at 18:52

 

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di Nicola Melloni

da Esseblog

Le elezioni europee si avvicinano e si sprecano gli appelli al voto – con un susseguirsi di comizi, trasmissioni televisive, dibattiti e urla. Si parla tanto di Euro si, Euro no, della grande coalizione socialisti-conservatori, della probabile avanzata delle destre ed addirittura del voto utile a livello europeo, e basterebbero questi temi per decidere per chi NON votare:

 

  • Socialisti e conservatori sono stati gli architetti di questa Europa che non funziona, Hanno costruito un’Europa dei mercati, senza democrazia, senza lavoro e sono dunque parte del problema, non certo della soluzione.
  • Socialisti e conservatori hanno voluto l’austerity, l’hanno imposta a livello europeo con il fiscal compact e votata a livello nazionale – pure modificando le costituzioni di paesi come Italia e Spagna. Ora ci dicono che dopo averci dato un veleno che sta uccidendo l’Europa (in senso, purtroppo, anche letterale) vogliono fare i medici per curarla.
  • Il PSE chiede un voto utile per permettere ai socialisti di vincere senza i conservatori ma, come abbiamo detto, hanno condiviso con i conservatori ogni singola idea. Brillantemente, inoltre, hanno deciso di candidare alla presidenza Martin Schulz, un tedesco il cui partito ha supportato la Merkel in ogni decisione importante, e siede ora al governo a Berlino con la CDU.
  • I gruppi anti-euro, dalla Le Pen alla Lega, stanno abilmente sfruttando i disastri di Bruxelles e del duo PSE-PPE per solleticare un ritorno al nazionalismo nascondendolo dietro una battaglia democratica – ridare voce ai cittadini contro i burocrati di Bruxelles. La verità è ben altra: vogliono abbandonare l’Euro, identificando con una entità esterna al contesto nazionale la matrice di tutti problemi, un discorso tipicamente fascista (l’Euro e gli Euroburocati diventano l’Ebreo del XXI secolo), che evita di affrontare il nodo dei problemi, che è nella struttura economica e nel capitalismo attuale: in cosa sarebbe migliore un’Europa non più unita? Tornerebbero le Banche Centrali, ma chi le governerebbe? In che maniera, i nuovi governi si renderebbero indipendenti dalla dittatura del mercato?
  • Ritornare alla vecchie frontiere vorrebbe soltanto dire una guerra tra poveri, come se le vittime di questa crisi fossero le nazioni – che tornerebbero in competizione, se non in guerra, tra loro – e non, invece, i lavoratori, gli studenti, i disoccupati, i poveri di tutta Europa. Ed i vincenti, mentre la diseguaglianza avanza a ritmi sempre più sostenuti, un gruppo sempre più ristretto ma sempre più potente di oligarchi, siano essi tedeschi, italiani, inglesi o francesi.  

 

Dunque ci sono motivi ottimi per non votare nessuno di questi raggruppamenti, ma c’è soprattutto una ragione fondamentale per scegliere la sinistra, ed un’Altra Europa. In questi mesi ho sentito tantissimi trovare ragioni, vere o supposte, per non votare Tsipras e la lista dell’Altra Europa: i partiti che la compongono non sono credibili; ma chi è questo Tsipras; perché candidiamo un greco, che ne sa dell’Italia?; la Spinelli non è telegenica e legge gli appunti in tv; la Bacchiddu  in deshabillé dimostra di essere come tutti gli altri politici, che cambiamento ci possiamo aspettare; Spinelli e Ovadia prendono per il naso gli elettori, si candidano ma poi vogliono rinunciare al seggio; nessuno sa chi sono gli altri candidati…. e via dicendo. Critiche che possono anche essere valide, ma sono sostanzialmente irrilevanti e superficiali, soprattutto se confrontate al nodo della questione che è il fallimento dell’Europa liberista e dell’austerity. La Sinistra Europea è l’unica che mette il dito nell’occhio del problema: è l’unica a poter denunciare con credibilità l’austerity; è l’unica a essersi battuta – in passato, e, con ancor più forza, oggi – contro la deriva neoliberista, la logica del mercato prima delle persone, contro i tagli che hanno distrutto l’economia reale peggiorando pure i conti pubblici. Tsipras è l’unico ad indicare il cuore della crisi – il capitalismo finanziario attuale – ed a suggerire dei veri rimedi – politiche economiche espansive. La Sinistra, che candida non a caso il leader greco – che dà una raffigurazione anche fisica, bio-politica del dramma della crisi – è l’unica a dire che i problemi del lavoro sono gli stessi per il disoccupato ateniese, per l’indignado di Madrid, per l’esodato torinese, per l’emigrato di Oporto, per il giovane berlinese sottopagato con il suo mini-job. Il problema non è l’euro, la soluzione non è una guerra tra poveri; il problema sono le politiche dell’Europa socialista e conservatrice, il problema è il capitalismo che distrugge il lavoro per conservare il capitale. Tsipras e la Sinistra Europea vogliono salvare l’Europa da se stessa: non vogliono distruggerla come fanno le politiche di PSE e PPE; non vogliono distruggerla, come si propongono Lega e Le Pen. Vogliono, invece, costruire un’Altra Europa.

 

Capire la Russia

In Editoriali on 03/05/2014 at 18:45

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di Nicola Melloni

da La Rivista Il Mulino

L’escalation in Ucraina, prima in Crimea e ora nell’Est del Paese, ha riportato al centro dell’attenzione le relazioni tra Occidente e Russia. Ovviamente – e, certo, con ragione – si è sottolineato l’aggressivo militarismo russo e il disegno imperiale di Putin. Pensare però che a Mosca governi un satrapo orientale, un nuovo Stalin o, addirittura, un nuovo Hitler, come sostiene l’ex presidente georgiano Saakashvili, non aiuta a comprendere le dinamiche della politica russa, un errore imperdonabile se si vuole contribuire a risolvere la crisi attuale, al di là della propaganda.
Putin viene spesso descritto come un ex agente del Kgb nostalgico dell’Unione Sovietica, e in effetti il presidente russo già tempo fa dichiarò che la fine dell’Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. Tale affermazione non dovrebbe però essere tradotta come semplice voglia di revanche da parte di Mosca, quanto piuttosto come dato storico-politico. Se per l’Occidente la fine dell’Urss era la dissoluzione del pericolo comunista, per Mosca significava una riduzione del proprio spazio geopolitico che risaliva a ben prima dell’Ottobre del ’17, e la diaspora di milioni di russi.
Nonostante la sbandierata partnership tra Russia e Occidente e l’inclusione nel G8, Mosca ha vissuto i decenni successivi alla fine dell’Urss come un susseguirsi di umiliazioni: basti pensare all’adesione degli ex Paesi del Patto di Varsavia e perfino delle Repubbliche baltiche alla Nato, portando l’Alleanza Atlantica a poche centinaia di chilometri da San Pietroburgo; al bombardamento della Serbia, storico alleato di Mosca, proprio mentre Primakov volava verso Belgrado; alla discriminazione politica dei cittadini russi in Lettonia ed Estonia – con il tacito assenso della Ue, proprio mentre Bruxelles imponeva a Slovacchia e Romania di garantire i diritti delle minoranze magiare nei loro territori come condizione insindacabile per entrare in Europa; e infine alla programmata costruzione di uno scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca – insieme alla costruzioni di basi americane in Uzbekistan e Kirghizistan – che non ha fatto altro che aumentare il senso di accerchiamento dei russi.
La crisi ucraina si sviluppa dunque in questo contesto. La rivolta di Maidan, dove diversi politici occidentali si sono fatti vedere tra la folla, la successiva cacciata del governo eletto di Yanukovich – con Washington che si vanta di avere speso oltre 5 miliardi di dollari per “promuovere la democrazia in Ucraina” – e il riconoscimento immediato di un governo senza mandato popolare e che comprende elementi di estrema destra, normalmente sanzionati dalla Ue, sono la riprova, agli occhi di Mosca, della presenza di un disegno occidentale anti-russo.
Questo è inaccettabile per diverse ragioni: Putin ha basato molta della sua popolarità proprio sulla rivendicazione dell’orgoglio nazionale russo e sulla riproposizione del ruolo della Russia come grande potenza – almeno a livello regionale. Non a caso la netta maggioranza dei russi appoggia la reazione di Putin agli eventi di Kiev, come rilevato dal Centro Levada.
Inoltre, dal punto di vista geopolitico, un’Ucraina occidentalizzata (e che sigla un accordo non solo economico, ma anche strategico, con la Ue), mette a rischio la sicurezza stessa della Russia – e ben sappiamo come in passato altri Paesi, come ad esempio Stati Uniti e Israele, siano intervenuti direttamente nelle scelte politiche e militari di Stati sovrani confinanti – e non – per garantire la propria sicurezza. Quanto alla Crimea, se è vero che la secessione della regione contraddice le passate posizioni di Mosca sul separatismo, al Cremlino si fa anche notare che i precedenti di Kosovo e Mayotte dimostrano come sia la politica, e non il diritto internazionale, a determinare i limiti della sovranità e dell’irridentismo. D’altronde, come anche commentatori non certo imputabili di simpatie filorusse, come Jeffrey Sachs, e non solo, hanno sostenuto, è complicato ergersi a paladini del diritto internazionale dopo anni in cui lo si è volutamente ignorato.
Insomma, la Russia sostiene che i fatti ucraini siano stati una provocazione aperta contro Mosca e che la reazione del Cremlino sia di natura prettamente difensiva, e non certo offensiva. Per evitare che il muro contro muro si tramuti in conflitto, è necessario, come suggerito anche da Kissinger, che l’Occidente riconosca gli interessi russi nella regione. Di conseguenza un’Ucraina neutrale, come richiesto dal ministro degli esteri Lavrov, sembra un passo indispensabile per normalizzare le relazioni. Al contempo, la riforma costituzionale in senso federalista richiesta da Mosca potrebbe garantire il rispetto delle differenze etniche, linguistiche e culturali dell’Ucraina, evitare la ripetizione della destabilizzante politica di winner take all – secondo cui la maggioranza domina l’opposizione (e i primi passi del nuovo regime, dall’uso del russo, alla mano libera data alle truppe paramilitari, alla lustracija non lasciano presagire nulla di buono) e che rischia di portare alla guerra civile e al separatismo. Questo non vuol dire appeasment verso Mosca, quanto piuttosto un processo condiviso che garantisca gli interessi e le aspirazioni di tutti i protagonisti.

Abbagli democratici

In Editoriali on 14/03/2014 at 11:44

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Negli ultimi anni, un po’ in tutto il mondo, sono tornati alla ribalta movimenti popolari che puntano, a volte con successo, a volte meno, a rovesciare tiranni, regimi, e governi. La stampa occidentale – insieme a gran parte dei politologi e dell’establishment –ha subito cercato di trovare una matrice comune, rievocando immediatamente l’89 e la scomparsa dei regimi socialisti. Il sottinteso è che un po’ ovunque i popoli oppressi, presto o tardi, si ribellano, e che la democrazia – quella occidentale, ovviamente – è un ideale a cui tutti tendono. In pratica una rilegittimazione – per mano altrui – di un modello che l’attuale crisi economica sembra mettere in discussione.

La realtà, però, è assai diversa da quel che traspare sui media. Un po’ per ignoranza e impreparazione, un po’ per interessi strategici e geopolitici, queste rivolte sono state descritte, appunto, come democratiche. Rivoluzioni, addirittura. Si tratta di ben altro.

Per prima cosa, non è possibile generalizzare: l’Egitto è diverso dalla Libia, e la Siria dall’Ucraina, tanto per fare qualche esempio. L’unica genuina rivoluzione che abbiamo visto in questi anni è quella di Piazza Tahrir, al Cairo.

In quel caso si trattava davvero di una massa di diseredati, di sconfitti di un trentennio di regime di Mubarak, uniti a quella parte dell’elite economica egiziana in difficoltà a seguito delle riforme economiche neoliberali che hanno aperto il mercato alle multinazionali occidentali. La richiesta di democrazia delle masse egiziane, però, aveva ben poco a che fare con la voglia di Occidente, come ci avevano fatto credere in un primo momento. Il regime dittatoriale di Mubarak è stato sostituito da un governo filo-islamico, democraticamente eletto. E quando questo è caduto sotto i colpi dei militari, non si sono sentiti, in Occidente, gli alti lai di sdegno dei difensori della democrazia. Quella, in fondo, va bene solo se serve i nostri interessi.

La bandiera della libertà è stata però sventolata in Libia e Siria, due feroci dittature da sempre non ben viste in Occidente. Peccato che, in questo caso, le rivolte non avessero nulla, o quasi, di democratico, trattandosi in realtà di scontri intestini tra diverse fazioni. In Libia, quella che era a tutti gli effetti una lotta di clan rivali, si è risolta, grazie all’intervento Occidentale, con la caduta del regime di Gheddafi, seguita però non certo in una svolta democratica quanto piuttosto dalla fine dello stato libico, al momento dominato da una guerra per bande, in una situazione totalmente anarchica. In Siria, dove si era provato a seguire una linea simile a quella libica, con tanto di intervento anglo-francese-americano, ci si è poi resi conto che i ribelli anti-Assad erano egemonizzati da gruppi di estremisti islamici. E dopo due anni di propaganda pro-democratica, la Siria è sparita da quasi tutti i media.

In Ucraina ed in Venezuela, poi, la situazione è completamente diversa. Se in Medio-Oriente la lotta della piazza era comunque contro regimi dittatoriali, i leader di Ucraina e Venezuela son stati democraticamente eletti. Si, democraticamente: a Kiev le elezioni furono giudicate dall’OCSE come democratiche, a Caracas, addirittura, l’ex presidente americano Jimmy Carter dichiarò che “il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”. Nessuno nega i problemi dei due governi: quello ucraino, sicuramente corrotto e inetto; ed anche in Venezuela, dove, come in ogni paese in via di sviluppo, le fratture sociali sono spesso insanabili. In entrambi i casi, però, si tratta senza dubbio di governi e parlamenti eletti, e le rivolte di piazza tese a rovesciare il governo non possono certo essere definite democratiche. In entrambi i casi, però, ci fa comodo definirle in questo modo perché Maduro e Yanukovich hanno scelto politiche non accomodanti per l’Occidente.

Nessuno, sia chiaro, mette in discussione la libertà di manifestare delle opposizioni. Bisogna però chiarire bene la situazione: a Kiev la piazza era dominata da gruppi paramilitari fascisteggianti che rifiutavano ogni compromesso per ribaltare, con la violenza, il governo eletto. Addirittura, come risulta da una telefonata intercettata tra il rappresentante europeo, Lady Ashton, e il ministro degli esteri estone, i cecchini che sparavano sulla folla – la pistola fumante contro Yanukovich – sarebbero stati membri dell’opposizione, incuranti di versare sangue pur di screditare il governo. Una notizia clamorosa, ma ignorata ad arte dai nostri giornali. In Venezuela, invece, la protesta dei cosiddetti studenti – in realtà giovani rampolli dell’alta borghesia, iscritti alle scuole private – è capeggiata da un golpista, già implicato in un precedente colpo di stato contro Chavez. Questi sono gli alfieri della democrazia occidentale, tanto osannati dalle nostre parti.

No, non si tratta di rivolte democratiche, ed in fondo, a noi, nemmeno interessa più di tanto. L’importante è la caduta di regimi ostili all’Occidente. Se poi ci ritroveremo a fronteggiare nazionalisti ucraini e jihadisti siriani, poco male, l’orizzonte temporale della nostra politica estera svanisce ogni giorno al tramonto.

La polveriera ucraina

In Editoriali on 02/03/2014 at 17:05

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di Nicola Melloni

da Liberazione

Era tutto decisamente prevedibile. L’Ucraina sprofonda nel caos, a violenza si risponde con violenza e la Russia comincia a mostrare i muscoli, per ora minacciando, presto, forse, schierando il suo esercito – al momento ancora nelle basi militari.
Non ci sono dubbi che l’intervento russo sarebbe un classico atto imperialista, e d’altronde Putin non fa nulla per nasconderlo – in questo un poco più onesto degli occidentali che si muovono sempre fingendo di voler difendere la democrazia e i diritti umani. Anche il Presidente russo ha dichiarato di voler proteggere i russi della Crimea da possibili azioni e discriminazioni di Kiev ma anche serenamente ammesso che la Russia interverrà per difendere i suoi interessi. Un ritorno non tanto e non solo alla Guerra Fredda, ma addirittura al colonialismo, dove il più forte fa quello che vuole in casa del più debole.
Tuttavia, puntare, giustamente, il dito contro la revanche russa, non aiuta ad inquadrare correttamente quanto successo in Ucraina. Dove un governo eletto – più o meno democraticamente, come sempre successo in Ucraina, anche quando vincevano Tymoshenko e soci – è stato scacciato con le armi da una fazione politica apertamente appoggiata da Europa e Usa. E dove, soprattutto, dietro una cortina fumogena di propaganda che mostrava una lotta tra democrazia e dittatura, è andato in scena uno scontro tra diversi interessi: l’Occidente filo-europeo e l’Oriente filo-russo. Non può allora davvero sorprendere che questo Oriente che aveva vinto le elezioni si senta ora minacciato da un governo frutto della violenza di piazza e non certo legittimato da alcuna investitura popolare. Tanto più che la prima mossa del nuovo regime è stata quella di proibire l’uso del russo come lingua ufficiale, un inequivocabile atto ostile non solo vero la minoranza russa, ma pure verso quella quasi metà della popolazione ucraina – residente, appunto, nell’Est del paese – che parla russo e non ucraino.
I manifestanti di Maidan – gruppo eterogeneo di democratici, liberali, nazionalisti e neo-nazisti – hanno vinto la loro battaglia sul campo contro un governo comunque inetto e certo non solido, ma una vittoria in piazza, nell’Ucraina divisa in due, è solo il prologo ad altri scontri: quando la violenza diventa lo strumento per ottenere il potere, non ci si può aspettare il rispetto delle regole da parte dei momentaneamente sconfitti filo-russi.
Yanukovich, ricordiamolo, aveva offerto un compromesso ai manifestanti, promettendo loro la premiership e creando quindi un governo provvisorio di unità nazionale che avrebbe evitato lo sfacelo attuale. Tale compromesso però è stato sempre rifiutato, mentre molte cancellerie occidentali continuavano a chiedere le dimissioni del Presidente eletto. Il crollo del governo ha infine svelato la situazione reale: non la vittoria della democrazia, ma il successo di una metà del Paese contro l’altro, col bel risultato, ampiamente prevedibile, che la rivolta si sta trasformando in guerra civile. Guerra civile che, naturalmente, ha il suo bel contorno geopolitico: da una parte, supporto incondizionato al nuovo regime in Occidente; dall’altra, in una temibile escalation, rischio di intervento militare russo per difendere i propri interessi.
Quello che però deve esser chiaro è che in Europa ed in America, nessuno è disposto a morire per Kiev. Si è cercato, soprattutto a Washington, di cavalcare la protesta ucraina per indebolire Mosca, ma il tanto sbandierato supporto occidentale si ferma alle parole. Non solo non ci sarà nessun soldato americano a Kiev – e la risposta degli USA, per ora, è stata semplicemente di abbandonare il G8 – ma non ci saranno neanche dollari o euro per aiutare una nazione sull’orlo del lastrico. Tutt’al più, un intervento del FMI, con le solite lacrime e sangue per la popolazione coinvolta. La Russia, invece, aveva offerto un supporto concreto, tanti soldi e gas scontato per rivitalizzare un’Ucraina filo-russa. La UE non può e non vuole offrire nulla di lontanamente simile, ed in fondo, nemmeno vuole un paese enorme, poverissimo e problematico come l’Ucraina in Europa, a dispetto delle speranze di tanti manifestanti. Kiev, in fondo, era solo una fiche geopolitica da spendere contro Mosca, e verrà presto abbandonata sul tavolo della diplomazia, con tanti saluti alla supposta lotta per un’Ucraina democratica.