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Ripartire a sinistra

In Editoriali on 05/06/2014 at 16:12

keep-calm-and-vote-for-syriza

di Nicola Melloni

da Esseblog

L’Altra Europa con Tsipras ha passato lo scoglio del 4% e non era per nulla scontato; si tratta dunque di un risultato positivo, un punto fermo da cui ripartire. Le buone notizie, in realtà, si fermano qui, ma il bicchiere è, per ora, mezzo pieno, a patto che lo sforzo compiuto per queste elezioni non sia fine a se stesso ma il punto di partenza per qualcos’altro.

I fatti, anche sgradevoli, sono davanti agli occhi di tutti. E’ inutile nascondersi che l’Italia è l’unico paese mediterraneo in cui la sinistra rimane clamorosamente marginale. In Grecia, i partiti che si rifanno al GUE sono oltre il 30%, in Spagna e Portogallo intorno al 20. Sono numeri notevoli: in Grecia certo ha contribuito la crisi e le responsabilità del Pasok nelle politiche di austerity. Anche nella penisola iberica i socialisti hanno perso il controllo della sinistra e pagano un forte prezzo elettorale, quasi raggiunti dalle formazioni di sinistra. In tutti questi paesi, per altro, si registrano divisioni politiche: Syriza e il KKE hanno idee opposite sulla permanenza in Europa, mentre in Spagna e Portogallo i dissidi nel campo socialista non hanno (ancora?) portato alla riorganizzazione della sinistra. Eppure queste divisioni non hanno scoraggiato l’elettorato, anzi.

In Italia, invece, si è tornati, dopo anni, ad una lista unica della sinistra, che ha però perso voti, in termini reali, anche rispetto alle disastrose politiche del 2013 (anche sommando il punto e mezzo percentuale teoricamente sottratto da Verdi e Italia dei Valori). Non ci sono dubbi che la lista ha avuto problemi, per così dire, strutturali: la novità politica, il pochissimo spazio sui media, la difficile riconoscibilità del simbolo e del nome. Tutto vero, ma questo non sembra, per esempio, aver fermato un movimento come Podemos che soffriva degli stessi problemi.

L’Altra Europa chiaramente paga colpe non sue, che sono quelle delle divisioni del passato, della costante lite a sinistra, dell’ombra di gruppi dirigenti fallimentari. Ha anche colpe proprie però: dopo la debacle politica del PD sull’elezione del Presidente della Repubblica, la sinistra, tutta, è rimasta immobile, salvo poi organizzare una lista in fretta e furia a pochi mesi dalle elezioni, lamentandosi del poco tempo a disposizione – eppure lo sapevamo da cinque anni che ci sarebbero state le elezioni europee a Maggio. Il coraggio espresso dal gruppo di intellettuali capeggiato da Barbara Spinelli – e il sudore, le firme, la fatica fatta dai militanti dei partiti che pure esistono e si sono rivelati decisivi – hanno permesso il superamento del 4%. E’ rimasta però, in tanti, l’impressione che si sia trattato dell’ennesimo cartello elettorale, capace di superare lo sbarramento solo grazie ad una astensione ai massimi storici.

In questi anni la sinistra italiana, almeno a livello istituzionale, sembra esser sparita. E’ più che viva nella società, dalle lotte per la casa, al referendum sull’acqua, alle lotte sindacali, ma non sembra in grado di trasformare queste esperienze in forza politica. Ci si accontenta, per così dire, di battaglie importanti, ma singole, su temi specifici. Non basta e non può bastare: la disgregazione politica, l’irrilevanza istituzionale, il Parlamento abbandonato portano solo al predominio istituzionale, culturale, economico e politico delle elite, rappresentante con efficacia altalenante ora dal PD, ora da Berlusconi. Con il ruolo di opposizione di bandiera, senza nessuna linea politica, lasciato al M5S – che ha cominciato a pagare questa sua struttura amorfa, buona per prendere voti, inutile per incidere nella società.

Da questi problemi è dunque necessario ripartire, subito. Chiedendo un nuovo sforzo di generosità a partiti che si devono mettere in discussione, ed esser capaci di abbandonare le vecchie ruggini – e posti di potere, e privilegi – per mettersi a disposizione di un nuovo progetto politico. E ad intellettuali, perché gli appelli e le interviste non possono bastare, ma è la pratica politica, giorno dopo giorno, come fossimo in una costante campagna elettorale, a fare la differenza. Ed anche ai sindacalisti, che le battaglie fiere, ma perdenti, della FIOM non servono a nessuno, tantomeno ai lavoratori, perché un sindacato senza appoggio istituzionale diventa monco e perdente. E a tutti noi, in fondo, che viviamo la militanza soprattutto come voto, che siamo sempre indignati con i Renzi di turno, ma che poco facciamo, oltre indignarci. Bisogna creare, subito, un luogo collettivo di speranze, lotte, aspirazioni e, perché no, sconfitte e frustrazioni, un soggetto vivo nella società, nei posti di lavoro, che parli non solo alla testa delle persone, ma anche alla pancia e al cuore. Che parli, dunque, ad un popolo, e non al singolo elettore. Altrimenti questo risicato 4% sarà stato nuovamente inutile.