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Il vicolo cieco della politica thailandese

In Internazionale on 31/01/2014 at 10:55

di Davide Sormani

Il cammino politico percorso dalla Thailandia pare sempre più accidentato, e difficilmente le elezioni del 2 febbraio potranno sbrogliare una matassa che nessuno, in particolare l’opposizione, sembra aver voglia di dipanare. Le recenti proteste, divampate in ottobre a causa di un maldestro tentativo della premier Yingluck Shinawatra di far passare un provvedimento di amnistia, non solo non si sono mai sopite, ma si sono intensificate sempre di più fino a far temere che l’unica soluzione possibile sia il colpo di stato militare. Una soluzione che non sarebbe per nulla nuova in un paese che dal 1932, anno in cui la Thailandia è diventata una monarchia costituzionale, ne ha vissuti ben 11. L’ultimo di questi nel 2006 ha deposto l’allora premier Thaksin Shinawatra, fratello di Yingluck, imprenditore e uomo politico di successo accusato dai suoi detrattori di essere corrotto e per questo condannato nel 2008 a due anni di carcere, comunque non scontati vista la sua fuga a Dubai.
A nulla sono serviti i progressivi passi indietro della premier Yingluck, che dopo la bocciatura del senato ha deciso di non riproporre un provvedimento che avrebbe amnistiato non solo il fratello, ma anche il leader dell’opposizione Suthep Thaugsuban. Thaugsuban è accusato di aver dato ordine di sparare sulle camice rosse durante le proteste antigovernative e pro-Shinawatra del 2010, quando ricopriva l’incarico di vice-primo ministro con delega alla sicurezza. Allora i morti furono decine.
L’affossamento dell’amnistia non è bastato a un’opposizione che ha posto l’asticella sempre più in alto. Gli Shinawatra e il loro partito Pheu Thai sono accusati di corruzione e di essersi ingraziati un elettorato poco colto, poco informato e soprattutto relativamente povero con misure populistiche e sussidi (sono stati numerosi i provvedimenti presi già durante il governo di Thaksin Shinawatra per combattere la povertà rurale). Per questo l’opposizione ha avanzato la richiesta di dimissioni dell’intero esecutivo e la costituzione di un “Consiglio del popolo” non eletto incaricato di riformare le istituzioni della Thailandia. La premier ha tentato di sbloccare la situazione accogliendo la richiesta di dimissioni e indicendo nuove elezioni politiche per il prossimo 2 febbraio, elezioni che il Partito Democratico, spina dorsale delle manifestazioni di protesta, ha deciso di boicottare. Ma perché boicottare quello che dovrebbe essere uno dei rituali portanti di qualsiasi democrazia? I democratici sostengono che queste elezioni non hanno senso fintanto che la Shinawatra resterà al suo posto come premier e finché le istituzioni della Thailandia non verranno riformate. Un premier dimissionario però, avrebbe il dovere di restare nelle sue funzioni per gli affari correnti fino alla formazione di un nuovo esecutivo, quindi di fatto si sta chiedendo alla Shinawatra di fare quello che legalmente non può. Molti sospettano che il partito Democratico voglia lo stallo politico per la sua incapacità di vincere le elezioni e di parlare all’elettorato più povero delle regioni centro-settentrionali.
I recenti sviluppi sembrano aver decisamente passato il limite della ragionevolezza: dalla minaccia di Thaugsuban di catturare la premier, al tagliare l’elettricità ad alcuni edifici governativi, fino al tentativo di impedire fisicamente agli esponenti degli altri partiti di andare a effettuare la registrazione per concorrere alle elezioni, manovra riuscita parzialmente nel sud e a Bangkok, dove l’opposizione è forte grazie al sostegno di un ceto medio abbastanza sviluppato, ma che non ha avuto il minimo successo nel nord, dove il partito degli Shinawatra è popolare e le operazioni si sono svolte regolarmente.
Ce ne sarebbe per riscontrare diversi reati e infatti su Thaugsuban pesa un mandato di cattura per insurrezione. La polizia però, considerata una caposaldo filo-governativo, non si azzarda a intervenire per paura della reazione, e si ipotizza che i dimostranti godano della simpatia dell’esercito. Esercito che finora ha detto di volersi tenere in disparte.
I dubbi sugli Shinawatra sono pesanti: Thaksin, ex-tycoon dei media Thailandesi, è passato alla storia per le sue politiche controverse e i suoi modi autoritari. Fautore di politiche sociali volte a ridurre la povertà rurale, ha sposato la linea dura nella lotta al narcotraffico ed è accusato di aver permesso alla polizia di valicare ripetutamente i confini della legalità nel praticarla. Inoltre è sospettato di aver cullato il sogno di diventare l’uomo forte della Thailandia in un momento in cui il venerato re Rama IX, oggi ormai 86enne, appare debilitato. La sorella non è accusata di altro se non di essere un fantoccio manovrato da Thaksin.
Il Partito Democratico d’altro canto non pare molto più convincente: che cosa ci sia di democratico nel boicottare le elezioni e instaurare un Consiglio del Popolo non elettivo non l’ha ancora capito nessuno. Colpisce l’intransigenza dell’opposizione di fronte a tutte le aperture di una maggioranza che in fin dei conti ha ottenuto una legittimazione nel passaggio elettorale del 2011. Le elezioni furono contestate in molte regioni, ma il Pheu Thai gode di un consenso reale nelle regioni del centro e del nord e non sembra molto saggio ignorare totalmente le istanze e le aperture di quella parte politica: ignorato l’accantonamento del provvedimento di amnistia, ritenute non sufficienti le dimissioni della premier, rifiutata la proposta di sedersi attorno a un tavolo per accordarsi sulle riforme. La premier aveva messo sul tavolo non solo le riforme anti-corruzione, ma anche una riforma per rendere completamente elettivo il Senato, cosa che probabilmente non è piaciuta ai leader dei dimostranti. Secondo la costituzione del 2007 il Senato è composto da 150 membri che devono essere a-partitici, 76 vengono indicati dalle 75 regione più Bangkok, gli altri 74 vengono scelti da una Commissione. Di fatto il Senato ha un grande potere, potendo vetare i provvedimenti del governo uscito dalle elezioni, e non è un caso che il provvedimento di amnistia sia stato bocciato proprio lì.
Questa incapacità di trovare un accordo sembra originata dalla scarsa volontà di cercarlo. L’esito più probabile pare un corto circuito istituzionale tale da cacciare la Thailandia in un vicolo cieco da cui sembra possibile uscire solo con una scorciatoia che la Thailandia ha già sperimentato tante, troppe volte: un colpo di stato.

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Vorrei ma non posso. L’ipocrisia di Osborne

In Internazionale on 10/01/2014 at 20:15

di Simone Rossi

Nel Regno Unito come nel resto dell’Occidente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è andato diminuendo con il progressivo affermarsi delle politiche neoliberiste. Come evidenziato in alcuni studi e pubblicazioni, in questa nazione dal 2003 l’aumento periodico dei salari non è servito a compensare l’aumento del costo della vita e gli stipendi hanno perso valore reale; la situazione è divenuta maggiormente critica con lo scoppio della crisi economica, il cui costo è stato fatto ricadere sulle classi medie e basse anche tramite il congelamento degli scatti salariali nel settore pubblico ed in ampie fasce di quello privato. A pagare le conseguenze in maniera più pesante sono stati i cittadini a basso reddito e coloro che, rimasti senza impiego, ricorrono all’assistenza pubblica; né il salario minimo, introdotto dal governo laburista nel 1998 e attualmente fissato a £6.31 l’ora, né i sussidi consentono di far fronte ai continui rincari delle bollette e delle tariffe del trasporto collettivo, men che meno di garantire l’accesso alla casa in un mercato immobiliare che mantiene le caratteristiche speculative precedenti alla crisi.

In un tale contesto, tanto dalle fila dell’opposizione laburista quanto da quelle della coalizione di centro-destra al governo provengono proposte ed inviti ad introdurre un incremento del salario minimo. Una misura di buon senso che darebbe respiro a milioni lavoratori, lavoratrici ed alle loro famiglie; fatto salvo che senza una seria politica di controllo sull’applicazione del salario minimo l’idea stessa di un minimo salariale fissato per legge è ridotta a buone intenzioni.

L’entusiasmo dei fautori di un aumento del salario minimo, incluso il Ministro per lo Sviluppo e l’Innovazione Vince Cable, è stato spento dal Ministro del Tesoro, George Osborne, durante un intervento durante un incontro con alcuni imprenditori nella capitale. Pur dicendosi favorevole alla proposta il ministro Osborne si è detto dubbioso sulla sua opportunità, ventilando l’ipotesi che un incremento dei salari di cinquanta centesimi l’ora spingerebbe i datori di lavoro a ridurre il personale per far fronte al maggiore costo del lavoro. Un argomento tanto subdolo quanto fallace, considerato che esso fu già utilizzato dal suo partito, i Conservatori, quando si oppose all’introduzione del salario minimo, cui segui comunque un decennio di crescita economica e di bassa disoccupazione. Un argomento che assume esclusivamente il punto di vista del padronato che, inverosimilmente considerato l’incremento dei salari e dei bonus milionari soprattutto durante la crisi, ridirebbe le quantità di denaro che essi investirebbero e spenderebbero nell’economia. Osborne fatica invece ad applicare tale approccio alle classi popolari ed ai ceti medi, milioni di cittadini che spenderanno sempre meno man mano che il loro potere d’acquisto sarà eroso dalla corsa alla compressione salariale.
Sotteso alla velata minaccia di Osborne c’è il ragionamento per cui un impiego è sempre un impiego, anche quando paga un salario non dignitoso. Il prossimo passo che consigliamo al ministro è pertanto di proporre l’introduzione della servitù della gleba, pare garantisse il pieno impiego; una carta vincente per le prossime elezioni legislative nel 2015.

Le efficienze delle liberalizzazioni

In Internazionale on 07/01/2014 at 13:30

di Simone Rossi

Frequentemente il Regno Unito è preso a modello positivo dai politici e dagli opinionisti italiani in quanto Paese pioniere nei mutamenti che da alcuni secoli avvengono in Europa: culla della rivoluzione industriale e del welfare state del dopoguerra, è stato un laboratorio per la contro-offensiva liberista incarnata da Margaret Tharcher e per la cosiddetta Terza Via del New Labour.
Solitamente i politici nostrani tendono a decantare il profumo delle rose prodotte dall’applicazione delle politiche neoliberiste ma omettono di descriverne le spine, tuttavia. In questo inizio di 2014 la cronaca britannica ha fornito due validi esempi di come la privatizzazione dei servizi sia una manna per i capitalisti che se li sono accaparrati mentre i consumatori sono spremuti come limoni senza peraltro godere delle efficienze del libero mercato tanto decantate.

A metà della scorsa settimana la deputata Carolin Flint, responsabile energia per il Partito Laburista, ha denunciato che le sei aziende che si spartiscono il mercato energetico avrebbero fatto pagare quattro miliardi di sterline più del dovuto ai consumatori con uno stratagemma simile a quello che ha portato alla condanna per frode fiscale il gruppo Fininvest ed il suo principale azionista la scorsa estate: i rami distributivi delle aziende acquistano l’energia presso le centrali di proprietà delle aziende stesse ad un prezzo maggiorato, gonfiando le bollette già colpite da rincari frequenti.

Sempre all’inizio di questo mese si è accesa la polemica sul rincaro annuale per le tariffe ferroviarie ad opera della mezza dozzina di gruppi che si spartiscono le concessioni del servizio di trasporto passeggeri su rotaia. Con il placito del Governo, ogni principio dell’anno tali gruppi applicano ritocchi alle tariffe al di sopra del tasso di inflazione, con incremento percentuali a due cifre su alcune tratte. Nonostante la pretesa liberalizzazione dei trasporti le aziende concessionarie ricevono ingenti sussidi pubblici, nonostante le tariffe tra le più alte d’Europa, per il miglioramento del servizio, comprensivo dell’ampliamento e dell’ammodernamento del parco dei mezzi. Come evidenziato in più occasioni dalla rivista satirica Private Eye, i gruppi concessionari ricorrono a stratagemmi analoghi a quelli visti per le compagnie energetiche per gonfiare i costi; anziché acquistare locomotori e carrozze dalle aziende manifatturiere, essi ricorrono ad intermediari, di proprietà dei gruppi stessi, che applicano una maggiorazione nel rivendere o nel noleggiare i mezzi. Ne risulta un conto al Tesoro, quindi ai contribuenti, più salato.

Il livello di conflittualità generato da questo sistema, riscontrabile nel numero di campagne e di ricorsi dei consumatori nei confronti delle aziende, evidenzia come le promesse efficienze nel servizio ed i vantaggi per i consumatori non ci sono. Un’informazione su cui i politici dalle maniche di camicia rimboccate e le testate giornalistiche blasonate glissano.

I due pesi e le due misure del potere

In Internazionale, politica on 15/12/2013 at 10:37

di Simone Rossi

Negli scorsi giorni abbiamo assistito al montare di tensioni e proteste ai tre cantoni del continente europeo. La reazione di chi detiene il potere è stata differente e ne rivela il pericoloso opportunismo.

Gli studenti universitari inglesi hanno inscenato cortei ed occupazioni in alcuni atenei per protestare contro la privatizzazione delle università e la trasformazione della formazione superiore in una vacca da mungere a vantaggio di investitori e speculatori privati. La reazione della polizia è stata inauditamente violenta ed un elevato numero di agenti sono stati utilizzati per la repressione dell’attivismo negli atenei. Decine di studenti sono stati arrestati, i cortei sono stati rotti dalle cariche, con studenti trascinati per le strade dove hanno lasciato qualche dente come obolo all’ordine pubblico.

In Italia esercenti, agricoltori, artigiani e lavoratori dipendenti sono scesi nelle strade per manifestare la propria esasperazione verso la crisi economica e le politiche insensate dell’Esecutivo. All’elemento spontaneo si associano organizzazioni palesemente fasciste che animano blocchi stradali, compiono atti intimidatori verso gli esercenti che non aderiscono alla protesta ed promuovono assalti alle camere del lavoro, come nei primi anni Venti. Tolto il tentativo di rimuovere alcuni blocchi stradali, le autorità non hanno imposto la militarizzazione del territorio come in Valle di Susa. Non abbiamo assistito alla caccia all’uomo per le strade delle città come nel 2001 a Genova o come durante le manifestazioni studentesche tre anni fa, i manganelli non si sono alzati ed i lacrimogeni non sono stati lanciati ad altezza uomo come quando a protestare erano i pastori ed i minatori sardi, o i cittadini napoletani contrari alla nuova discarica, o gli aquilani che reclamavano la ricostruzione della loro città.

In Ucraina, infine, accresce la tensione tra il Governo ed i manifestanti che da una settimana tengono sotto scacco il centro della capitale Kiev per protestare contro la decisione di interrompere i colloqui di associazione all’Unione Europea. Oltre a presidiare la Piazza dell’Indipendenza, i manifestanti hanno assaltato edifici governativi e preso di mira le sedi dei partiti filo-russi, nonché abbattuto una statua di Lenin, mandando in estasi una parte della stampa occidentale che evidentemente pensa di vivere nel 1989. Come in Italia, simboli e slogan fascisti hanno accompagnato le proteste. In risposta le autorità hanno inizialmente cercato di rimuovere presidi ed occupazioni con la forza per poi limitare la propria azione coercitiva al mantenimento della circolazione stradale ed alla protezione degli edifici sotto assedio.

Con sprezzo del ridicolo, i rappresentanti politici dei Paesi occidentali e dell’Unione Europea hanno ripreso le autorità ucraine che, a loro dire, dovrebbero ascoltare le richieste dei manifestanti e mediare, magari riprendendo i negoziati. Un atteggiamento, quello conciliante, che non si è visto negli ultimi lustri quando a manifestare erano cittadini che si opponevano alla globalizzazione neoliberista, alle politiche di austerità, allo sfruttamento del territorio. La corona di ipocrita dell’anno, tuttavia, andrebbe conferita al Segretario di Stato degli USA, che ha avuto l’ardire di dare una lezione di democrazia agli ucraini, pur avendo le autorità del suo Paese utilizzato una forza ed una violenza spropositate contro quei presidii di cittadini che comunemente vanno sotto la sigla Occupy.

Amandla, Mandela!

In Internazionale on 06/12/2013 at 20:12

Force is the only language the imperialists can hear, and no country became free without some sort of violence

…..we felt that without violence there would be no way open to the African people to succeed in their struggle against the principle of white supremacy

Continuiamo a ricordare Mandela e la sua lotta. Perche’ di lotta si è trattata, e la lotta è sabotaggio ed è anche violenza. Madiba non ha mai rinunciato alla violenza e per questo è stato in carcere. E la lotta di tanti sudafricani è stata quella della ribellione all’apartheid, opponendosi con tutti i mezzi al governo razzista di Pretoria. Per questo li chiamavano terroristi. Non c’è da sorprendersi: erano banditen i partigiani – Priebke lo ha pensato fino alla fine dei suoi giorni, e purtroppo tanti con lui. Era terrorista Arafat che lottava contro l’oppressione dei Palestinesi. E terrorista era, appunto, l’African National Congress.

Gente che non si è piegata. Che come nel finale di un Mondo a Parte – un film da vedere se si vuole veramente capire il Sud Africa di Mandela, altro che Invictus – tira una pietra contro gli oppressori. Forse è il caso di ricordarsene mentre milioni di persone sono costrette ad abbassare la testa. Ricordare Mandela, oggi, è ricordare che bisogna lottare e non piegarsi.