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In Ucraina vince l’opposizione. Ma i problemi iniziano adesso

In Internazionale on 23/02/2014 at 09:36

di Davide Sormani

Gli oppositori del regime ucraino hanno finalmente ottenuto quello che volevano. Viktor Janukovič ha lasciato Kiev per fuggire nelle regioni orientali mentre l’ex-premier Julija Timošenko è stata liberata dopo aver scontato circa tre anni di carcere a seguito di una condanna per frode e abuso di potere. Il processo era stato a suo tempo contestato da molti, che avevano espresso la convinzione che dietro il procedimento giudiziario ci fosse la regia di Janukovič e dei suoi, desiderosi di eliminare politicamente l’avversario più pericoloso.

Sulle operazioni che hanno portato a questo risultato rimangono però dei dubbi di importanza cruciale. Janukovič era stato eletto nel 2010 quando le redini del potere erano in mano a due suoi avversari, presidente era il leader della rivoluzione arancione del 2004 Viktor Juščenko e proprio Julija Timošenko era premier, oltre che principale candidato alle presidenziali contro Janukovič. A prescindere dalle accuse di frode elettorale pare evidente che Janukovič godeva all’epoca di un consenso reale e ne godeva soprattutto nelle regioni orientali proprio in virtù del fatto di essere apertamente il candidato filo-russo. La tanto proclamata mediazione dei giorni scorsi è stata sostanzialmente una farsa, visto che dopo aver trovato col presidente in carica un accordo su elezioni anticipate e un ritorno alla costituzione del 2004 (che limitava i poteri del presidente) lo si è comunque rovesciato.

I veri nodi però verranno al pettine ora. I manifestanti che per mesi hanno protestato contro  Janukovič sono a dir poco eterogenei. Ci sono sinceri sostenitori dei valori dell’occidente, ma anche nazionalisti di frange estreme, che si sono dimostrati decisamente violenti nei giorni scorsi. Una compagine così eterogenea è andata bene per abbattere un regime, ma andrà anche bene per costruirne uno? Mi pare lecito sollevare forti perplessità.

L’UE e gli USA hanno apertamente appoggiato le proteste, ma il loro approccio, in particolare quello dell’Unione Europea, pare decisamente avventuristico e improvvisato. Dopo aver irretito almeno parte della società ucraina prospettandole una possibile integrazione con le strutture dell’unione ha proposto un misero accordo di associazione, senza proporre però quegli aiuti economici di cui l’Ucraina ha un disperato bisogno. Da anni si mostra la chimera del partenariato tra Ucraina e UE, senza dire chiaramente se si vuole o no l’Ucraina come membro, a quali condizioni e in quali tempi, e l’Ucraina deve scegliere ora tra l’UE e l’unione doganale con la Russia. Successivamente l’UE ha sostenuto i dimostranti senza curarsi molto del fatto che tra di essi ci fossero anche frange estremiste e nazionaliste (ma l’UE non si propone il superamento dei nazionalismi?).

Ora che i dimostranti hanno ottenuto la loro vittoria si dovrà risolvere una situazione politica a dir poco complessa. Per farlo l’UE dovrà dimostrare di avere quelle capacità politiche che finora sono state assolutamente latitanti. Pare infatti irrealistico pensare che gli USA possano fare ancora una volta da supplenti in caso di incapacità europee, impegnati come sono a trovare accordi con la Russia su dossier che ritengono ben più importanti come quelli siriano e iraniano. Infatti un sostegno smaccato a un regime ucraino filo-UE e NATO creerebbe inevitabili attriti con Mosca e pare naturale che con il tempo gli USA tendano a sfilarsi dal dossier ucraino.

Il primo nodo da sciogliere sarà ovviamente politico. Si riuscirà a dar vita a un governo riconosciuto da tutti gli ucraini, anche da quelli delle regioni orientali? Il pericolo che le regioni russofone si sentano trattate da paria politici è concreto: in fin dei conti il candidato che loro avevano sostenuto ed eletto è stato rovesciato con quello che è sostanzialmente un colpo di stato. Se un futuro governo arrivasse ad accordi con l’UE, come si compenserebbero le difficoltà delle regioni orientali, da sempre orientate sia culturalmente che commercialmente verso la Russia, e dove i turisti russi si recano in massa d’estate?

C’è poi il problema dell’economia ucraina. Mosca aveva promesso un maxi-prestito a rate e uno sconto sul gas. Ma se il governo sarà a lei ostile difficilmente erogherà le prossime rate e probabilmente il gas tornerà al prezzo di mercato. L’UE, dopo aver appoggiato i rivoltosi, saprà compensare le perdite economiche che un ricollocamento strategico dell’Ucraina comporterebbe? In sostanza qui bisogna pompare dei soldi, e con tutta probabilità nemmeno pochi. Sarà in grado l’UE, tanto divisa sull’erogazione di fondi ai suoi stessi stati membri, di prendere una decisione politica simile? Se non lo farà, il governo ucraino sarà in pesantissima difficoltà. Il rischio è grosso, un governo ucraino debole e potenzialmente considerato illegittimo da parte delle regioni orientali potrebbe dover fronteggiare spinte secessioniste notevoli nell’est e in Crimea, regioni che sono in maggioranza russofone e appartengono all’Ucraina solo dagli anni ’50 quando Kruščëv gliele regalò e dove i russi mantengono la flotta del Mar Nero. Ma anche la regione sud-occidentale di Odessa e la capitale Kiev, da sempre divisa in due, potrebbero essere delle spine nel fianco.

La partita è ancora aperta e ancora non sappiamo come finirà. Pare però evidente l’immaturità politica di un’UE che appoggia l’abbattimento di un regime senza avere apparentemente una strategia in mano per dare sostegno a quello che andrà formandosi. La Russia ha ancora diverse carte da giocare e le giocherà, mentre l’UE pare in mezzo al guado senza sapere quale sia la sponda dove le conviene approdare. Se le decisioni però non saranno rapide ed efficaci l’Ucraina potrebbe sfaldarsi.

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