resistenzainternazionale

Il Cota e la beffa

In politica on 13/02/2014 at 13:56

di Simone Rossi

È Giunta ieri al termine la lunga vicenda delle elezioni regionali piemontesi del 2010, invalidate con una sentenza del Consiglio di Stato, dopo quattro anni di vicende giudiziarie.
Nel marzo del 2010 la coalizione di centrodestra guidata dal leghista Roberto Cota ottenne la maggioranza dei voti, con uno scarto inferiore alle diecimila preferenze (0,42%) sulla coalizione di centrosinistra che esprimeva in Mercedes Bresso, Presidente della Giunta Regionale uscente, la propria candidata alla presidenza regionale, con uno scarto di poco inferiore alle ventottomila preferenze. Analogamente a quanto accaduto nelle consultazioni regionali nel Lazio ed in Lombardia, si sono riscontrate irregolarità nella presentazione di alcune liste, nel caso piemontese una all’interno della coalizione di centrosinistra e l’altra a sostegno di Cota, per par condicio. Mentre era avviato un procedimento penale nei confronti di chi aveva operato la frode, presentando firme false, la ex candidata Bresso ricorreva al Tribunale Amministrativo Regionale, il TAR, giungendo lo scorso mese ad una sentenza di invalidamento contro cui Cota ha presentato ricorso presso il Consiglio di Stato, il cui pronunciamento è avvenuto ieri. Essendo la competizione elettorale del 2010 falsata in partenza dalla presenza di liste sostenute da firme false, il voto deve essere effettuato nuovamente.
Le reazioni da parte leghista e del centrodestra sono scontate e riprendono il loro ritornello della magistratura politicizzata che altera gli equilibri della democrazia, nel solco di quella corrente di pensiero assai diffusa tra chi ricopre incarichi elettivi per cui la politica dovrebbe valere un salvacondotto, come se il numero di consensi raccolti tra gli elettori fornissero attenuanti per le violazioni della legge commesse dai politici. Ciò che mi rende insofferente maggiormente è che l’annullamento delle elezioni avvenga a distanza di quattro anni durante i quali costoro hanno amministrato la Regione una Giunta nei fatti illegittima; che ora i cittadini piemontesi possano eventualmente “punire” Cota e la sua coalizione non rieleggendoli ma ciò non restituirà loro i servizi e le opportunità persi con le scelte della giunta in carica sinora. In campo sanitario, ad esempio, occorrerà del tempo per invertitore la tendenza avviata con i tagli e la riorganizzazione, dal sapore clientelare, messi in capo negli scorsi quattro anni.
Di fronte a casi di cattiva gestione della cosa pubblica, i politici ed i loro megafoni negli organi di informazione lanciano anatemi e si stracciano le vesti, parlando di mala-giustizia o mala-sanità ad esempio, proponendo misure dure per mettere di fronte alla proprie responsabilità i funzionari dello stato che commettono errori; in Italia il discorso ricorre spesso quando si parla di magistratura, giocando sull’ignoranza in materia del cittadino medio, ad esempio. Tuttavia questi instancabili moralizzatori che siedono nelle stanze del potere non si concedono il lusso di invocare per sé quel rigore e quell’inflessibilità che richiedono agli altri. Non importa quanto palesemente corrotte siano le azioni di alcuni amministratori, quanto gravi siano i capi imputati ad alcuni di loro dai magistrati, quanto manifestamente siano fraudolente le promesse elettorali ( “vi prometto un milione di posti di lavoro!” Qualcuno ricorda questa frase da piazzista di quarta categoria?) non esistono codici di condotta o meccanismi legali che impediscano ad alcuni di loro di mantenere i propri incarichi per legislature intere. La Magistratura sanziona i comportamento penalmente rilevanti e prevede compensi monetari per coloro che hanno subito un danno quantificabile, ma, correttamente, non può intervenire nel campo del funzionamento della politica; ciononostante, i cittadini e la società possono subire un danno non quantificabile e non penalmente perseguibile nel momento in cui gli eletti non rispettano i programmi o le promesse sulla cui base hanno ottenuto il consenso ed il mandato popolare. Manca un meccanismo di controllo e disciplina che sarebbe forse superfluo se, a monte, chi opera nell’informazione scrutinasse quando dicono e fanno i nostri rappresentanti eletti, anziché accettare supinamente slogan ed affermazioni che hanno più il sapore della smargiassata da osteria che non ponderate scelte programmatiche.

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