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L’equivoco della legge elettorale

In Editoriali on 29/01/2014 at 09:23

di Nicola Melloni

da Liberazione

Appena divenuto segretario del PD Matteo Renzi si è messo al lavoro di impegno: poche settimane, et voilà, ecco una bozza, anzi, un disegno di legge, per cambiare il sistema elettorale. Applausi, ci mancherebbe. Se ne parla da 7 anni – facciamo anche 20, dalla fine della Prima Repubblica – e finalmente arriva un politico che fa seguire alle parole i fatti. Un uomo del fare appunto, se non fosse che quelle parole ricordano vagamente un certo signore ormai quasi agli arresti domiciliari.

Qualcosa comunque si è mosso, ed è fuor di dubbio che bisognasse mettere mano ad una legge elettorale che era già imbarazzante prima che intervenisse la Corte Costituzionale, ma che dopo la sentenza dei giudici era divenuta addirittura illegittima. Il punto però, come spesso, non è semplicemente fare le cose, ma farle bene. E su questo l’azione di Renzi lascia alquanto a desiderare. Non entrerò nel merito dell’iter politico, dell’accordo con Berlusconi, discutibile ma che nel contesto delle dinamiche degli ultimi tre anni (e più) non può certo apparire sorprendente. Il problema, invece, è proprio la legge elettorale ed i suoi meccanismi. Legge che non raccoglie alcuna delle indicazioni della Corte Costituzionale e rischia addirittura di peggiorare il Porcellum.

L’idea base, come sempre in Italia, è garantire la governabilità. Un totem ideologico rivendicato da tutti, ma di cui sappiamo, nella sostanza, ben poco. Dunque, un premio ai vincitori o supposti tale per favorire il formarsi di maggioranze salde e governi che decidano. Peccato che non ci sia alcuna garanzia di questa coesione, tutt’altro. Con il premio di maggioranza abbiamo avuto tre elezioni, tutte contrassegnate da coalizioni instabili e terremoti politici. Si dirà: è colpa del Senato, dove non c’era un vero premio di maggioranza nazionale a garantire la governabilità. Ma si dirà, nel caso, una inesattezza: è vero che sia il governo Prodi sia la coalizione PD-SEL non avevano i numeri al Senato, ma la maggioranza dell’Unione era troppo eterogenea e dilaniata da conflitti insanabili proprio a causa di un allargamento contro natura per ottenere il premio di maggioranza. Ed il PD, con tutti i numeri del caso per eleggere il Presidente della Repubblica, si è frantumato alla prima scelta importante. Senza neanche contare che il Governo Berlusconi andò in crisi alla Camera, e non al Senato, sempre a causa di coalizioni instabili, che il premio di maggioranza – insieme alle soglie di sbarramento troppo alte – favorisce, invece di eliminare.

Arrivando, dunque, al paradosso che premi vari e sistemi maggioritari contribuiscono a destabilizzare il sistema politico e non certo a rinforzarlo. Il punto dirimente è che regole ed istituzioni funzionano diversamente a seconda dei contesti politico-sociali. In un paese tendenzialmente bipartitico – per storia, cultura, situazione politica, radicamento dei partiti – un sistema maggioritario può anche essere funzionale. Ma non è questo il caso dell’Italia, caratterizzata al momento (ed ormai da qualche lustro) da una elevata frammentazione dei partiti, da un basso livello di credibilità delle istituzioni, dal clientelismo presente in molte regioni, da una generale debolezza delle organizzazioni di massa. Invece di concentrarsi su questi problemi, si preferisce prendere una scorciatoia, nella forma di una legge che favorisce a prescindere i partiti maggiori, eppure non maggioritari. Una volta Berlinguer sosteneva che non si governa col 51%, adesso invece pare che basti il 35. Ci si illude di ridare forza ai partiti con trucchi e marchingegni senza capire che in questa maniera si accresce il potere di ricatto dei comitati d’affari e dei notabilati locali, che diventano indispensabili nella logica del tutto o niente, del vincere o morire.

Il tutto nasce da un malinteso direi quasi ideologico sull’idea di governabilità. Di cosa si tratta, in fondo? E’ sinonimo di buona politica? E’ anti-tetica alla rappresentanza? Non proprio. Basta in fondo qualche esempio per sparigliare le carte. In Italia il governo Monti ha goduto di una maggioranza parlamentare vastissima, con partiti pronti ad accettare tutto nella logica emergenziale di quella stagione. Il massimo della governabilità, per chi vuole un esecutivo con ampi poteri. Eppure i risultati sono stati indecenti, riforme completamente sbagliate, economia in recessione, crisi sociale. Non basta dunque un governo forte ed una larga maggioranza per fare il bene del paese. In Germania, invece, col sistema proporzionale si dovrebbe avere molta rappresentanza e poca governabilità. Ed in effetti tutti gli ultimi governi sono stati di coalizione. Eppure nessuno si sogna di pensare che Angela Merkel sia un premier debole e che il suo governo non prenda decisioni chiave. Anzi: la rappresentanza democratica e il formarsi di coalizioni non a prescindere, ex ante, ma sui programmi, ex post, consente un maggior coinvolgimento dei diversi attori politici, sociali ed economici, ed una maggiore efficacia dell’azione del governo. L’esatto contrario di quello che succede in Italia.

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  1. […] del momento) e manca un approccio critico e sistematico (e con in mente i veri problemi del paese). Come ho già scritto altrove, pare quantomeno discutibile che leggi maggioritarie e premi vari siano sinonimi di governabilità: […]

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