resistenzainternazionale

Uno o cent’anni di SELitudine

In Fin de parti(e) on 27/01/2014 at 11:10

di @MonicaRBedana

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Silenzio, qui c’è gente che sta lavorando.

Potrebbe essere stato il motto del II Congresso di SEL, conclusosi ieri a Riccione. Silenzio tutto intorno, perché la parola sinistra la si invoca, se ne sente nostalgia, la si rivendica almeno mille volte al giorno a sproposito, ma poi, quando c’è il rischio che si metta al lavoro sul serio, nessuno ne parla. Eppure, si voglia o no, questa è davvero l’unica sinistra che rimane, quella che bene o male non si è lasciata ricattare sui bisogni ed è passata con impegno all’opposizione delle grandi intese e del neoliberismo che esse condensano.

I giorni del Congresso hanno reso palese che si è incrinato il ghiaccio dello stagno su cui è scivolata SEL per troppo tempo; anzi, non è nemmeno uno stagno, è una pozzanghera dal diametro ridottissimo, meno di quel 4% che le impedirebbe il prosciugarsi. Su quel ghiaccio sottile e cigolante, Tsipras e Schultz non possono pattinare insieme.

A Tsipras si rimprovera la connessione con il GUE e quindi l’antieuropeismo atavico di alcuna delle sue cellule oltre al sospetto che lo stalinismo possa essere in qualche modo rievocato nel gesto politico. Ma se guardiamo a Schultz,  ci accorgiamo che da Presidente ha marciato sull’Europa della crisi a passo di Radetzky; non è nemmeno ingenuità pensare che la sua candidatura rappresenti la rottura delle politiche di austerità contro le quali abbiamo combattuto in questi anni. Sostenere Schultz  significherà renderci complici di segnare il destino di quei 150 milioni di poveri che abiteranno l’ Europa nel 2020. Certo, il generale Schultz non era solo al comando in questi anni; fa parte di quel manipolo di feldmarescialli austroungarici mascherati col berretto frigio che c’ingannò già con Blair e il cui epigono lo rappresenta  Hollande, passando attraverso Schröder, Papandreou o Zapatero: furono loro e la loro drammatica distorsione del socialismo a consentire che il capitalismo banchettasse sulla nostra pelle. Non possiamo, ora, spalancare quel che resta dell’ovile al lupo.

SEL è una comunità che funziona a meraviglia, ma non riesce ad essere presa sul serio come partito. E invece dei partiti, di quelli che un tempo facevano comunità e umanità attraverso i circoli e le sezioni, c’è  proprio uno stramaledetto bisogno per uscire da questo pantano politico in cui si è infangata la democrazia.    Avremmo potuto guardare all’esperienza spagnola di Izquierda Unida per capire quanto sia mortale l’abbraccio col falso socialismo – si chiami PSOE, PD o PSE – e quali corde si sarebbero potute toccare per arrivare alla fibra sensibile della società. Non l’abbiamo mai fatto in casa, ora possiamo provarci in Europa. Da quasi un anno a questa parte, all’opposizione,  avremmo dovuto crescere, non liquefarci nella confusione. Di tatticismo si muore, ha detto in modo sacrosanto Giulio Marcon nel suo intervento al Congresso.

La parola ora spetta alla comunità di SEL, perché grazie al cielo qui ancora si dialoga: la dirigenza apre un confronto per verificare condizioni e possibilità per partecipare ad un percorso comune con Tsipras.

Rimettiamoci a lavorare, anche in silenzio, sì, da soli, che la sinistra è fatica. Per fare in modo che tra un anno, a coloro che ancora ci accusano di aver spaccato la sinistra in casa ed essere stati responsabili del fallimento di Rivoluzione Civile, non si aggiunga l’Europa che ha creduto in Tsipras. Laviamo l’egoismo con l’umiltà che lui suggerisce; non perderci in Europa ci aiuterà poi a ritrovare anche la strada (giusta) di casa.

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