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The Act of Killing – J. Oppenheimer, 2012

In Cineteca politica on 17/01/2014 at 11:08

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The Act of Killing, l’atto dell’uccidere ma anche l’omicidio come performance, una recita in cui il killer e’ il protagonista, ed in questo caso, di una persecuzione di massa.

E’ questo il presupposto da cui parte The Act of Killing che racconta l’impunito (sia dalla comunita’ nazionale che da quella internazionale), massacro di piu’ di un milione di dissidenti comunisti avvenuto in Indonesia a partire dal 1965, anno in cui il generale Suharto prese il potere.

Il film e’ il risultato di anni spesi sul campo dal regista Joshua Oppenheimer ed i suoi co-registi, ed iniziati con le riprese di un documentario sulle condizioni dei lavoratori nelle piantagioni a Sumatra nel 2000. Per questo studio Oppenheimer si e’ trattenuto in Indonesia per tre anni, ha cominciato a parlare la lingua e ad inserirsi all’interno delle comunita’ locali. E’ cosi’ che e’ venuto a contatto con la realta’ dei massacri perpetrati a meta’ degli anni ’60 e con alcuni membri delle organizzazioni paramilitari responsabili.

E’ proprio uno di questi il personaggio principale di The Act of Killing, Anwar Congo, ex-gangster poco redento, con un grande amore per il cinema americano. Passione cosi’ grande, che fu proprio il boicottaggio da parte dei comunisti dei film di Hollywood a spingerlo verso la persecuzione di questi. Anwar ed alcuni suoi ex-colleghi si sono lasciati intervistare da Oppenheimer, raccontando, a tratti con allegria e con vanto, di come torturassero ed uccidessero e come evitare che il troppo sangue male odorasse. Non c’e’ vergogna davanti alla telecamera, anzi sembra quasi che il loro sogno di partecipare ad un film americano si stia avverando. Spiegano come essere un gangster fosse una necessaria scelta di vita (una nazione infatti non ha bisogno solo di burocrati), ed anche un po’ una vocazione. A quanto pare, e questo viene ripetuto diverse volte durante il film, il significato della parola gangster e’ ‘uomo libero’, mentre la sua filosofia ‘relax and rolex’.

Parlando delle ragioni che li hanno spinti a realizzare il film, Oppenheimer ed i suoi collaboratori  mettono molto in evidenza l’aver voluto osservare il legame tra violenza ed immaginazione. Partendo dal particolare degli impuniti avvenimenti indonesiani, per tracciare un filo conduttore che attraversi gli eventi di persecuzione, di massa e non, nel mondo.

Al gangster che elegantemente vestito in pantaloni bianchi ci racconta di come strangolasse le sue vittime, preme evidentemente l’essere percepito dal pubblico in un certo modo. Gioca a un gioco, si assegna un ruolo e cosi’ crede di essere visto e considerato dal mondo. Questo e’ valido sia per Anwar che si fa fotografare come uno yankee vittorioso tra una ripresa e l’altra, che per il marine americano che gioisce delle umiliazioni perpetrate ai prigionieri iracheni. Come se per giustificare atti di violenza di tale entita’, che pur se inumani sono fin troppo diffusi, sia necessario indossare delle maschere ed auto-convincersi di recitare una parte.

Durante il film questa relazione tra violenza ed immaginazione e’ molto presente, l’immaginazione e’ infatti anche quella del cinema, fonte di ispirazione per i gangster che divertiti mettono in scena dei teatrini per rendere meglio l’idea di come avvenissero i massacri. Poi c’e’ anche la fantasia dei sogni, i fantasmi del passato, che perseguitano Anwar Congo mentre intraprende questo viaggio nella memoria che si rivela sempre piu’ mostruoso mano a mano che il film va avanti.

Giustamente The Act of Killing e’ stato classificato miglior film del 2013 dallo stimato Sight and Sounds (UK), ed ha vinto come miglior documentario agli oscar europei di Berlino. Da quando a conoscenza del progetto, il regista Werner Herzog ne e’ diventato produttore ed infaticabile promotore,

Assolutamente da vedere, ma non per i deboli di stomaco.

Giulia Pirrone

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