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Primary, 1960 – R.Drew, R.Leacock, D.A.Pennebaker

In Cineteca politica on 22/11/2013 at 11:39

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Sono passati esattamente cinquant’anni, una ventina di lungometraggi, documentari e programmi televisivi, dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. E se ne continua a parlare spesso, ricorrenze a parte, esaminando attraverso le varie sfaccettature di quest’evento, i vari volti della società americana. Un presidente giovane e virtuoso, democratico e pacifista, bello e di buona famiglia, con una moglie chic ed amanti chiacchierate, ed infine un fanatico e di formazione marxista per giunta, che spezza violentemente il fluido corso degli eventi.

Per tutte queste ragioni la figura e l’assassinio di JFK hanno offerto nel tempo spunti che i media hanno potuto impacchettare in prodotti appetibili per tutti i tipi di pubblico.

Si tratto’ fra l’altro di uno dei primi eventi di grande risonanza storica ad essere seguito dal giornalismo televisivo più che dalla carta stampata, e non solo grazie alla crescente diffusione della tv, ma soprattutto per merito delle innovazioni tecnologiche del periodo. E’ difficile immaginarlo, ma fino al 1960 le telecamere non erano capaci di registrare il suono, ed era necessario che l’audio ed il video fossero sincronizzati durante la fase di montaggio.

Fu un gruppo di giovani del mestiere ed appassionati di giornalismo, che diede vita al movimento del ‘direct cinema’ (versione d’oltreoceano del ‘cinema verite” francese), a costruire una telecamera che registrasse audio e video contemporaneamente.

E Primary fu il loro primo documentario. Robert Drew, attirato dal fatto che il giovane Kennedy di Harvard sfidasse alle primarie del partito democratico del Wisconsin una figura consolidata come quella del senatore Humphrey proprio nella sua roccaforte del Midwest, ebbe l’idea di seguire i due candidati alle prese con le loro attività elettorali per cinque giorni. Una volta ottenuto il consenso dei due, abbastanza inconsapevoli di ciò che l’essere perennemente seguiti da una telecamera avrebbe implicato, stabili’ alcuni punti fondamentali che i suoi collaboratori avrebbero dovuto seguire durante le riprese. L’obiettivo era quello che la telecamera fosse come una ‘fly on the wall’, una mosca sul muro, che osservasse senza alcuna intrusione: niente interviste o domande e niente scene preparate, registrare senza interferire.

Si trattava di una rivoluzione sia sul piano cinematografico che giornalistico, il cui prodotto fu testimonianza ed al tempo stesso causa ed effetto del sorgere di una politica d’immagine sempre più legata all’estetica: mentre Hubert Humprey stringeva classicamente le mani di potenziali elettori, JFK veniva accolto come una rockstar dalle platee.Grazie alle telecamere sempre accese non mancano i momenti divertenti e qualche gaffe, come quando Bob Kennedy viene presentato su un palco come il figlio di John, o  quando si chiede al microfono di non fumare in sala perché ad una signora e’ stato bruciato l’abito da una sigaretta.Una volta trasmesso in TV il documentario ebbe grande successo e fu di gradimento al futuro presidente, che si mise nuovamente a disposizione della squadra di Drew nel 1963, durante la risoluzione di una crisi esplosa allorché fu negato a due studenti di colore l’iscrizione all’università dell’Alabama. Ne nacque Crisis: Behind a Presidential Commitment.

Giulia Pirrone

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