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L’aria di libertà che respiriamo. Muñoz Molina e la fiducia nel mestiere delle parole

In Uncategorized on 27/10/2013 at 12:52

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Di @MonicaRBedana

L’ho tradotto per piacere personale, perchè si traduce sempre per sé stessi. Poi ho deciso di condividerlo. È il discorso tenuto dallo scrittore spagnolo Antonio Muñoz Molina durante la cerimonia in cui gli è stato conferito, pochi giorni fa, il Premio Príncipes de Asturias per le Lettere.

Ci si interroga sul senso dello scrivere, del raccontare, dell’informare in un mondo in cui ognuno ormai lo fa da sé nel circuito venoso e arterioso della rete. Catturiamo di continuo e con precisione chirurgica l’immediato ma abbiamo perso il senso della memoria. In  Spagna come da noi si fatica a ricordare perchè le nuove demagogie rinverdiscono il disprezzo verso quel lavoro intellettuale e quella conoscenza che dovrebbero essere custodi e trasmissori dei fatti.

La rivendicazione di un mestiere e dei suoi ferri lì, subito,  nel coraggio di denunciare in una sede così istituzionale, sotto il naso del principe Felipe, la desolazione di un Paese in crisi dove i responsabili rimangono impuniti e le vittime non ricevono giustizia.

C’è più di una ragione,  di un senso, c’è una missione ancora intatta nell’esercitare il mestiere delle parole.

 

Scrivere, all’inizio, è quasi sempre un sogno o un capriccio o una vocazione immaginaria. Il sogno, il desiderio il capriccio non si condensano però in nulla se non vengono trasformati in mestiere. Un mestiere, qualsiasi mestiere, richiede una propensione poderosa e un lungo apprendistato. Un mestiere è un cómpito che a volte può rivelarsi estenuante o tedioso per la pazienza che esige, ma che quando le cose riescono bene dispensa anche momenti di pienezza e permette quindi la ricompensa di un riposo più piacevole perchè lo si sente giustamente guadagnato. Almeno fino a un certo punto. E dico fino a un certo punto perchè chi si dedica pienamente a un mestiere sa che c’è sempre una distanza grande tra le migliori possibilità di un progetto e la sua realizzazione, così come ci sono scoperte che non erano state messe in conto. Un mestiere è un cómpito pratico, uno fa una cosa che gli piace e che a forza di apprendistato e impegno riesce a fare con un certo margine di solvibilità; ma uno non lo fa per sé stesso, per quanto svolga quel cómpito in solitudine e ci sia, nel semplice fatto di portarlo a compimento, un’intima soddisfazione. Il risultato ottenuto da tale soddisfazione si guadagna un’esistenza oggettiva, indipendente dal suo artefice e passa ad integrarsi vantaggiosamente nella vita dei suoi destinatari: uno strumento musicale o una partitura, un attrezzo, un tavolo, una storia, un quaderno, un quadro, una ciotola di terracotta, una fotografía, una scoperta scientifica, un passo di danza, la cura per una malattia, un prodigio sportivo, una pietanza cucinata bene, una pirámide di carciofi nella vetrina di un fruttivendolo.

 

Nel mestiere di scrivere esistono alcune singolarità, così come ci sono in qualsiasi altro mestiere. La prima è che la necessità umana che esso soddisfa è una delle più intangibili, pur essendo una delle più universali: quella di sapere delle storie e di raccontarle, di dare quindi una forma intellegibile al mondo mediante le parole. Una storia, che sia inventata o meno, propone un modello universale di un certo campo dell’esperienza, partendo dall’osservazione dei dati personali della vita. Lo scienziato agisce allo stesso modo quando elabora modelli teorici che derivano dall’osservazione e la sperimentazione, modelli ugualmente utili a spiegare e prevedere. Nelle società primitive o antiche il mito è il modello di spiegazione e previsione dei comportamenti umani. La nostra varietà moderna del mito è l’invenzione, in tutte le sue varianti, dalle più banali o rozze, commerciali ed effimere fino alle più profonde ed esigenti, dalla telenovela e il videogioco fino a Don Chisciotte e Moby-Dick oppure a un racconto della mia amata Alice Munro.

 

Ci dedichiamo, insomma, ad un mestiere più antico e più utile di ciò che sembra. Ma anche a un mestiere più incerto. Perchè in esso, ed è questa la sua seconda singolarità, l’esperienza non offre nessuna garanzia e ci può essere una disparità scandalosa tra il merito e il riconoscimento.

 

Chi scrive sa di dover dedicare al proprio mestiere tante ore e tanti anni come l’artigiano al suo, e che senza quella dedizione non sarà in grado di completare nulla che abbia un valore. Ma sa anche que il solo darsi non garantisce la qualità del risultato, perchè l’esperienza e la dedizione possono condurlo all’affettazione anchilosata e alla parodia di sé stesso. Sa anche che il meglio a volte viene riconosciuto subito mentre altre è ignorato, e che ciò che sembrava migliore a volte si sgretola dopo pochissimo tempo, e che una strana giustizia tardiva illumina, molto tempo dopo e senza possibilità di compensazione, il vero talento che non brillò in vita.

 

Lo sconforto davanti alle incertezze del mestiere si accentua in tempi come questi, di incertezze così amare. È difficile parlare di perseveranza e di soddisfazione per il lavoro in un Paese in cui così tanti milioni di persone ne sono angustiosamente privi. È quasi frivolo divagare sulla mancata corrispondenza tra merito e successo nella letteratura, in un mondo in cui chi lavora vede ridursi il proprio salario mentre i più facoltosi aumentano, osceni, i propri guadagni; in un Paese desolato da una crisi i cui responsabili rimangono impuniti mentre invece le loro vittime non ricevono giustizia; un Paese in cui la rettitudine e il lavoro ben fatto contano meno dell’inganno o del sistema clientelare e dove le forme più contemporanee di demagogia hanno rinverdito l’antico disprezzo verso il lavoro intellettuale e la conoscenza.

 

Malgrado tutto ciò, e pur lasciando le responsabilità dei cittadini nel posto che spetta loro, l’unico rimedio accettabile che conosco contro lo sconforto del mestiere è il mestiere stesso. Scrivere mettendo da artigiani in ogni parola i cinque sensi. Scrivere senza concedersi la minima indulgenza. Scrivere accettando ed assaporando la solitudine, grati alla ragnatela di altri mestieri fondamentali che lo trasformano in uno dei mestieri meno solitari e più collettivi del mondo, così come è solitario e collettivo il mestiere del musicista e dello scienziato; grati al mestiere dell’editore, del correttore di bozze, del traduttore, del libraio, del critico e di altri scrittori da cui si impara ammirandoli; il mestiere di chi insegna a leggere e di chi trasmette in un’aula l’amore per la letteratura; grati al mestiere più piacevole di tutti, che è quello di lettore. Scrivere con la paura di non avere lettori e con la paura di perderli, ripigliandosi dagli elogi come dalle ferite. Scrivere perchè nonostante ogni negazione, ogni impossibilità, la scrittura, come qualsiasi mestiere, è soprattutto un atto di affermazione. Scrivere perchè sì.

 

Nel 1981 furono concessi per la prima volta questi premi e presiederli fu il primo atto pubblico di Sua Altezza. Allora si viveva ancora col trauma cupo e recente di un tentativo di colpo di Stato. Nel suo discorso di ringraziamento il poeta José Hierro fece allusione – con allegria e sollievo, ma anche con piena coscienza del pericolo – all’”aria di libertà che respiriamo”. Quell’aria, nonostante tutti i nonostante, la respiriamo ancora 32 anni dopo, che compongono il più lungo periodo di libertà mai conosciuto in tutta la storia del nostro Paese. È importante ricordare queste cose proprio adesso che l’avvenire sembra in tante cose incerto come allora. In questo spazio di tempo è diventata adulta l’intera generazione che nasceva allora, che è quella dei miei figli. Le loro vite sono già più difficili di ciò che immaginavamo solo pochi anni fa, ma è importante ricordare che anche quei tempi del 1981 ci sembravano minacciosi, mentre li stavamo vivendo. E tuttavia non abbiamo smesso di respirare l’aria di libertà che José Hierro celebrava. Senza quel respiro non sarebbe stata possibile la generazione letteraria alla quale appartengo. Anzi, ci siamo talmente abituati a lei che corriamo il pericolo di non saperla più apprezzare. È responsabilità nostra salvare ciò che conquistammo grazie al fatto che molte persone fecero e fanno bene il loro mestiere, privato e pubblico; e riflettere anche, con urgenza, su tutti gli errori, tutte le inerzie e le negligenze che dobbiamo correggere. Per quel cómpito, i mestieri delle parole potranno essere utili più che mai. 

 

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