resistenzainternazionale

Il declino americano

In Editoriali on 17/10/2013 at 17:40

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ancora una volta a Washington si è trovato un accordo all’ultimo momento e si è scongiurato il rischio di un default che avrebbe avuto conseguenze economiche e politiche disastrose: da una crisi costituzionale di portata storica, ad una paralisi dei mercati da far impallidire i brutti ricordi di Lehman, ad una recessione catastrofica.
Per fortuna, dunque, si è evitato il peggio. I motivi per rallegrarsi, però, finiscono qui. La seconda crisi del debito, dopo quella di un anno e mezzo fa, ha semplicemente mostrato il pauroso declino del sistema americano e della sua democrazia. Innanzitutto, è importante capire che il collasso economico-finanziario non è definitivamente scongiurato. L’accordo tra Democratici e Repubblicani rimanda il tutto a Gennaio-Febbraio, con un nuovo possibile showdown del debito a Giugno del prossimo anno. Quel che si è fatto, dunque, non è trovare una soluzione di lungo periodo, ma semplicemente rimandare il problema, come si era fatto, evidentemente senza successo, già nel 2011. Ora Repubblicani e Democratici proveranno a trovare un accordo sul budget e su come ridurre le spese, questa incredibile ossessione neo-conservatrice. Se non lo faranno, già ad inizio anno entrerà in vigore il sequester, una sorta di sistema di tagli lineari che ridurrà le spese pubbliche con notevoli effetti negativi sull’economia. E poi si ricomincerà a parlare di debito.
Possiamo quindi tirare il fiato, ma solo momentaneamente. Anche perché una soluzione sembra tutt’altro che facile, a meno di un completo sfaldamento del Partito Repubblicano. La verità è che negli Stati Uniti si è fatto strada un movimento che fondamentalmente non riconosce la legittimità del suo governo, e questo movimento è il Tea Party, pronto a distruggere tutto pur di sabotare una legge, quella sulla sanità, approvata dal Parlamento americano. Obama ha ben fatto a non accettare nessun compromesso con un manipolo di invasati che non è certo difficile definire eversori, non accettando i principi basi del sistema democratico. Ed ha costretto, infine, i repubblicani moderati a rompere con i Tea Party, spinti tra l’altro dai loro referenti di Wall Street che non avevano alcun interesse ad un Armageddon che avrebbe destabilizzato l’intero capitalismo mondiale.
Questo però dovrebbe anche farci interrogare, su entrambe le sponde dell’Atlantico, riguardo la spinta populista ed anti –sistema che nasce dalla ceneri della crisi. Un sistema politico poco rappresentativo, che sempre più si trasforma da democratico in oligarchico, genera reazioni radicali che ne contestano in radice la legittimità, e lo fanno purtroppo sempre più frequentemente da posizioni di destra reazionaria. Non ci sono dubbi che lo stallo e la situazione tragi-comica di questi giorni siano interamente da attribuire ai Repubblicani, ma il governo Obama di questi anni ha continuato a flirtare con i grandi poteri e dopo un inizio di belle speranze non ha impresso nessuna svolta radicale al declino strutturale della credibilità della politica americana. Nel passato, pur da posizione completamente differenti, tanto Roosvelt dopo il grande crash di Wall Street, quanto Reagan dopo la crisi di legittimità degli anni 70, seppero proporre una nuova visione, un nuovo patto sociale, un nuovo ciclo politico-economico. Obama non ha avuto lo stesso coraggio e la stessa capacità, bloccato invero dalla paralisi istituzionale della politica americana, derivante soprattutto dal potere delle lobby che condizionano in maniera pervasiva il processo elettorale e legislativo. Con il solo risultato, però, di offrire uno spettacolo a metà tra il pietoso ed il ridicolo, emblema del profondo declino americano.

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