resistenzainternazionale

Vajont. Avere cinquanta anni e non mostrarli

In politica on 09/10/2013 at 00:35

di Simone Rossi

Il 9 ottobre del 1963 alle ore 22:39 i paesi ed i borghi di Frassègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè ed Erto, nel comune di Erto e Casso (PN), Longarone, Pirago, Maè, Villanova e Rivalta, nel territorio di Longarone (BL) furono spazzati da un’onda generata nel bacino della diga del Vajont. Danni ingenti furono causati nei comuni limitrofi e nel capoluogo, Belluno. I morti accertati furono 1910.

Forzando un’antropizzazione, potremmo affermare che la strage del Vajont oggi compia cinquanta anni e non li dimostri. Si tratta di una vicenda relativamente lontana nel tempo, in un’Italia profondamente differente da quella odierna, nel pieno di un forte sviluppo economico, dove governava la Democrazia Cristiana ed il principale partito d’opposizione era quello comunista e dove i primi vagiti della lotta per i diritti delle donne non aveva ancora scalfito una cultura patriarcale che traeva linfa dalla morale cattolica dominante. Una vicenda che è tuttavia attuale nel suo complesso di arroganza del potere ed intrallazzi tra potentati economici e politica, nell’insofferenza di chi comanda verso il dissenso e nella subalternità dei mezzi di informazione e della magistratura agli interessi di chi detiene le redini dell’economia e della politica. Tale attualità trova il suo momento più alto nel paragone con la ventennale lotta dei valsusini contro la realizzazione delle infrastrutture per l’alta velocità ferroviaria, ma esiste anche nelle decine di conflitti piccoli e grandi per la difesa della salute umana, della pace e del territorio; come i casi della base Dal Molin di Vicenza, del Terzo Valico nella provincia di Alessandria, delle discariche a Napoli e nel Lazio, dei depositi di scorie radioattive in Piemonte ed in Basilicata, del ponte sullo Stretto di Messina a cavallo tra Calabria e Sicilia o del MUOS in Sicilia.
In quel principio di anni Sessanta e nei decenni successivi i nostri rappresentanti nelle istituzioni hanno ammantato di parole altisonanti quali sviluppo, opera strategica e progresso, i progetti infrastrutturali la cui principale strategicità risiede negli interessi di chi spera di trarne un vantaggio o un profitto, non di rado a scapito della comunità; e per chi si oppone in nome del proprio territorio, della propria salute o semplicemente del buon senso interviene dapprima la macchina del fango a mezzo stampa che li bolla come passatisti, poi perturbatori della quiete pubblica e via crescendo fino alle accuse di terrorismo o di fiancheggiamento. Allora fu la giornalista Tina Merlin ad affrontare le maldicenze, le minacce e le denunce, perché fastidiosa nella sua determinazione a dar voce ai dubbi ed alle rimostranze di chi metteva in guardia dalla possibile tragedia, con l’aggravante di essere comunista ed al di fuori dal posto determinatole dalla società in quanto donna. Oggi in questo principio di secolo tocca agli esperti, agli intellettuali ed ai giornalisti che prima ancora del possibile danno ambientale mettono in guardia dallo stupro della democrazia e della libertà di espressione messo in atto dalle istituzioni per zittire il dissenso. Infine, accade la tragedia, imprevedibile solo per chi vuole essere sordo e cieco a tutti i costi: una frana in un invaso artificiale che crea un’onda alta duecento metri e si schianta sui paesi sottostanti, il prosciugamento delle falde nella valle attraversata dal treno, la contaminazione del suolo zeppo di rifiuti pericolosi, l’impennata dei casi di cancro nei dintorni dello stabilimento. Ed eccole quelle facce in processione, con l’espressione compunta, le parole di circostanza come se non fossero politicamente e moralmente responsabili dell’accaduto, assistiti in questa messa in scena dalle firme del giornalismo, meretrici sempre a loro servizio.
Il ricordo di quella tragedia annunciata, figlia dell’avidità e della corruzione, è doveroso in questo cinquantesimo, per rispetto delle vittime e dei sopravvissuti ma anche in solidarietà alle decine di migliaia di italiani ed italiane che attivamente si oppongono ad opere costose, pericolose, dannose o inutili. Nulla è stato imparato da quella vicenda, in ogni angolo del Belpaese è latente un Vajont. Pertanto a dieci lustri dalla tragedia non possiamo non dirci tutti vajontini e longaronesi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: