resistenzainternazionale

Difendere Telecom

In Editoriali on 28/09/2013 at 14:07

di Nicola Melloni

da Liberazione

E dunque si è svegliata anche la politica. Telecom non può finire agli spagnoli, è una questione di sicurezza nazionale, per il Copasir. O quantomeno la rete – i cavi, le centraline – devono essere scorporati. Come fosse facile. Non basta: bisogna rivedere le regole sull’Opa, è scandaloso che controllando le scatole cinesi e con l’acquisto di una modesta quota di capitale, Telefonica possa portarsi a casa Telecom. Già. Tutto decisamente vero, tutto indubbiamente importante. Ma sono argomentazione che, fatte ora, suonano un po’ ridicole e alquanto opportunistiche.
Ci svegliamo una bella mattina di Settembre e ci accorgiamo che abbiamo un problema, manco ci fosse caduta addosso una meteorite. Peccato che fosse tutto noto da tempo. A cominciare dall’interesse di Telefonica per Telecom – altrimenti non sarebbe entrata come partner già allora di maggioranza relativa in Telco. Erano ovvie le mire industriali degli spagnoli, e più che legittime in una economia di mercato. Quando portano un po’ di soldi in Italia va bene, ma se vogliono ottenere il controllo, allora allarme nazionale. Non poteva pensarcisi prima? Adesso è addirittura diventato un problema di sicurezza nazionale. Ah si? E da quando in qua le infrastrutture di sicurezza nazionale sono affidate ai privati? Perché il punto del problema è la privatizzazione, non l’acquisto da parte di compagnie straniere. Dovremmo sentirci più insicuri perché gli spagnoli controllano la nostra rete fissa mentre ci andava bene finchè lo faceva il signor Tronchetti Provera? Diciamo che la storia, con i vari scandali legati a Tavaroli, allo stesso Tronchetti ed ai servizi, dice qualcosa di diverso. Se l’industria della telefonia, o quantomeno la sua rete fissa, sono asset sensibili dovrebbero essere sotto controllo dello Stato. Ma questo, al tempo delle privatizzazioni del primo governo Prodi, non fu ritenuto rilevante. Il problema della rete fissa, per altro, tornò all’attenzione della politica nel 2006, di nuovo con Prodi al governo, grazie al piano di scorporo di Angelo Rovati. Apriti cielo, lo Stato che mette le mani dentro una società privata, arrivano i comunisti….risultato? Rovati fu dimesso, la rete fissa rimase nelle mani dei privati, che in quanto italiani, evidentemente, davano garanzie. Non si sa bene quali, visto che da buoni privati, hanno deciso poi di vendere.
I restanti dubbi, invece, sono legati alle modalità dell’operazione – la scalata di Telco – e all’acquirente, Telefonica. Ma anche in questo caso, siamo davvero in ritardo. Si vogliono difendere i piccoli investitori e costringere Telefonica ad una offerta pubblica di acquisto invece che fare i padroni controllando una piccola parte del capitale? Giusto, ma questo principio non può valere solo per Telefonica, visto che la governance di Telecom era esattamente la stessa in questi anni. E il problema del controllo senza OPA è un problema assai vasto che la legislazione italiana volutamente ignora. Senza pensare al funzionamento della Consob, unica authority borsistica al mondo presieduta da un politico ex ministro, e per di più del clan ristretto di Berlusconi, che non dimentichiamo ha fior di interessi in Borsa. E poi parliamo di governance di Telecom?
Finiamo col fatto che le telecomunicazioni sono un settore strategico per l’economia nazionale e non solo per la sicurezza. Un settore che ha bisogno di investimenti e sviluppo per mantenere l’Italia al passo del resto del mondo. E che un gruppo come Telefonica, perché spagnolo – quindi senza un interesse strategico nel paese – e perché indebitato – e quindi senza i capitali necessari – non sarebbe in grado di garantire. Di nuovo, tutto vero. Ma, ancora, non è un problema nuovo. Quando D’Alema e Bersani benedissero la scalata di Collaninno fatta a debito coi soldi delle banche e senza piano industriale, non ci si preoccupò dello sviluppo delle TLC. E di fatti, in una decina d’anni, una azienda leader del mondo che voleva comprarsi Apple è diventata piena di buchi e acquistabile da un concorrente che neanche se la passa bene. Gli investimenti non sono stati fatti neanche in questi anni e la copertura internet italiana è da terzo mondo, ma nessuno finora si era lamentato.
Troppo facile farlo ora, magari facendosi ridere dietro dai mercati da cui si va col cappello in mano salvo poi stravolgere le regole del gioco ad hoc per salvare l’italianità di una azienda quando ci si accorge che il patatrac è ormai fatto. Non è politica industriale, questa. Non è una visione strategica delle priorità, sia di sicurezza che di sviluppo economico. E’ un mettere le toppe su un buco ormai di dimensioni gigantesche, che la politica italiana di questi vent’anni ha colpevolmente creato.

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