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Tutto va bene nella torre d’avorio

In Internazionale on 25/09/2013 at 09:25

Le elezioni legislative federali tenutesi in Germania la scorsa domenica hanno confermato alla guida del paese per i prossimi quattro anni il partito conservatore CDU-CSU e della cancelliera uscente Angela Merkel, giunta al suo terzo mandato. Questo esito scontato è attribuito al buon andamento dell’economia tedesca, caratterizzato da un incremento del Prodotto Interno Lordo e da un elevato tasso di occupazione, in controtendenza rispetto agli altri grandi stai europei. Tutto merito, affermano commentatori ed analisti, delle politiche di austerità messe in atto dal governo Merkel e che promette un futuro radioso per la Germania e, conseguentemente, gli altri governi europei che seguiranno la stessa strada. O per lo meno è questo che le classi dirigenti europee affermano ed i mezzi di informazione ripetono ed amplificano, senza una valutazione critica della situazione. Andando oltre i freddi numeri con cui negli ultimi mesi sono stati lanciati proclami sull’imminente fine della crisi, la realtà è differente; i costi della crisi continuano ad essere scaricati sui lavoratori dipendenti, gli artigiani, i pensionati, i disoccupati, i disabili e tutti coloro che non fanno parte di quella ristretta élite che non ha mai visto la crisi, anzi ne ha tratto un beneficio. Ed proprio la Germania a fornire il caso emblematico.
Nel numero del 6-13 settembre del settimanale italiano Internazionale è apparso un ampio reportage sulla Germania e sulle politiche che hanno permesso di ridurre la disoccupazione e di rimettere in sesto un sistema produttivo che ad oltre dieci anni dall’annessione della Repubblica Democratica Tedesca (1990) annaspava. Secondo quanto riportato dal settimanale, l’incremento del numero di occupati è stato ottenuto a scapito della qualità dell’impiego e del potere d’acquisto dei lavoratori; stravolgendo la legislazione del lavoro il governo socialdemocratico in carica nel 2002 ha reso tipici contratti di lavoro definiti fino ad allora atipici, caratterizzati da precarietà, perdita di tutele e delle adeguate coperture dello stato sociale, in particolare l’assistenza sanitaria. Se da un lato l’introduzione di contratti a tempo determinato e precari ha consentito a centinaia di migliaia di persone di trovare impiego, riducendo il tasso di disoccupazione, dall’altro è cresciuto il numero dei cosiddetti working poors, cioè coloro che pur lavorando non riescono a guadagnare a sufficienza per mantenere sé e la propria famiglia. Un fenomeno che riguarda non solo il personale addetto a mansioni poco qualificate, ma anche operai specializzati e persone con titoli di studio medio-alti e che si espande grazie al ricatto della perdita di posti di lavoro ed al dumping sociale, un termine alla moda per definire la guerra tra poveri; all’interno delle medesime aziende lavorano in competizione tra loro i dipendenti con contratti a tempo indeterminati e quelli precari, che per le mansioni meno qualificate possono essere lavoratori importati dai paesi dell’Europa orientale cui sono offerti salari e condizioni al limite della servitù. Leggendo le testimonianze raccolte sul campo da Internazionale, si comprende che il miracolo economico tedesco è tale solo se ci si focalizza sugli scarni numeri, privi di una contestualità, e se si accetta di effettuare la “media del pollo”, non vedendo che la disuguaglianza, la forbice tra ricchi e poveri, si allarga sempre più. Un menù, per rimanere in campo culinario, che anche agli italiani è servito dal democratico Letta e che per i più ricchi sarà una cuccagna, mentre per una larga parte dei cittadini significherà digiuno.

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