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Schauble, Rehn, e i “successi” dell’austerity

In Editoriali on 19/09/2013 at 09:21

di Nicola Melloni

da Liberazione

Se un marziano fosse sbarcato ieri sulla terra e avesse letto i giornali, avrebbe capito quanto segue dell’economia europea: l’austerity funziona a meraviglia, l’Europa sta bene ed è in salute, gli unici a essere un po’ indietro sono gli italiani che continuano a soffrire di una quasi congenita instabilità politica che scoraggia gli investimenti.
Insomma, tutto – o quasi – va bene, madama la marchesa. La linea l’ha dettata il falco dell’austerity, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble in un editoriale sul Financial Times. Dopo tre anni di recessione ed un solo trimestre di crescita (asfittica, per altro), Schauble si è fatto tronfio dei suoi successi. Avevo ragione io, avete visto? No, per la verità non abbiamo visto. Il ministro tedesco decanta gli strepitosi risultati della sua ricetta, il costo del lavoro in calo, le industrie stanno tornando competitive. Questi cosiddetti successi sono tutti da confermare stante l’apprezzamento dell’euro e il possibile rallentamento dell’economia mondiale a fronte della fine dei quantitative easing americani, ma supponiamo pure che Schauble abbia ragione. Nel suo pezzo, non è spiegato il meccanismo che si è usato per abbattere il costo del lavoro, un meccanismo non molto innovativo, vecchio di un paio di secoli, già ampiamente spiegato addirittura da un illustre conterraneo di Schauble, Karl Marx: si è aumentata a dismisura la disoccupazione per ridurre il salario reale. Questo, in fondo, è il succo dell’austerity. Che dunque il numero degli occupati in Europa sia in picchiata non è una statistica interessante o che meriti di essere citata nell’editoriale sul Financial Times. Ma, aggiunge il ministro tedesco, i deficit degli stati europei si sono dimezzati ed anche gli squilibri della bilancia commerciale stanno sparendo. Peccato che mentre il deficit cala, il debito sia fuori controllo in Italia come in Grecia e sia aumentato a livelli vertiginosi in tutti i paesi dell’Europa del Sud. E che le importazioni siano diminuite soprattutto a causa della recessione e dei minori consumi.
Sul Financial Times Schauble ci tiene anche a fare una lezioncina di storia economica. L’austerity europea ha precedenti illustri, dalla Germania stessa un decennio fa ai paesi asiatici colpiti dalla crisi negli anni 90. Peccato che, una volta di più, le spiegazioni fornite siano a metà tra l’incompetenza più crassa e la disonestà intellettuale. In Germania esisteva una crisi dell’economia reale dettata da dinamiche industriali, e non c’era nessuna crisi del debito. Tra fine anni 90 e l’inizio del nuovo secolo la disoccupazione era alta a causa, soprattutto, dell’unione con la DDR, mentre in Spagna, Portogallo ed anche Grecia la disoccupazione è successiva all’adozione dell’austerity e non la causa dell’austerity stessa. In Germania si è adottata un politica di moderazione salariale proprio nel momento in cui aumentavano investimenti e consumi tra i partner europei – anche e soprattutto grazie ai finanziamenti tedeschi – ed in un periodo di bengodi dell’economia mondiale. L’austerity europea, invece, è stata imposta durante un periodo di recessione globale, una differenza non da poco: infatti, se anche diminuisco il costo del lavoro, chi compra i miei prodotti se nessuno consuma? Infine, Schauble canta le lodi del modello tedesco, ma dimentica di dire che le riforme Schroeder-Merkel hanno portato la Germania ad avere il maggior numero di posti di lavoro malpagati in tutta Europa. Non basta. L’esempio dell’Asia è completamente fuori luogo. Per prima cosa, il paese asiatico che uscì meglio della crisi del 97 fu la Malesia, l’unico a rifiutare gli aggiustamenti strutturali dell’IMF e ad adottare una politica economica pienamente keynesiana. Non solo. Anche le altre economie coinvolte come Indonesia e Corea sono rimbalzate in maniera relativamente veloce grazie alla svalutazione delle loro monete e non certo attraverso disoccupazione e svalutazione interna. Per esser chiari: nessuno dubita che sia decisivo riacquistare competitività per uscire dalla crisi, ma il problema sono le circostanze ed i metodi con cui si cerca di ottenere questo risultato.
E chiudiamo con il prode Olli Rehn, che a Roma, quasi imbeccato da Schauble, ha parlato dei successi europei, criticando però l’Italia per la sua instabilità politica. Eppure l’Europa aveva imposto, con la complicità di Napolitano, il governo Monti proprio per garantire stabilità e riforme. Senza successo, ahimè. E la situazione non è cambiata con Letta, il paladino di quella stabilità tanto decantata da Rehn. Peccato che i problemi dell’economia italiana siano ben altri. Come dice il Commissario Europeo, i risultati del Pil sono deludenti. Il punto che gli sfugge, però, è che questi risultati sono la diretta conseguenza delle politiche di austerity. Rehn ha nuovamente ragione quando dice che non ci sono abbastanza investimenti per far ripartire l’economia. Ma è risibile la spiegazione fornita: troppa instabilità. Dal punto di vista delle politiche economiche, le uniche che contano, c’è anche troppa stabilità: austerity dopo austerity. Quello che manca è, invece, una politica per la crescita, che vuol dire meno disoccupazione, salari più alti, incremento della domanda interna. Proprio quello che Rehn e Schauble non vogliono.

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