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Summers, la FED e tutti gli sbagli di Obama

In Editoriali on 17/09/2013 at 08:09

di Nicola Melloni

da Liberazione

Iniziamo con le buone notizie: Larry Summers non sarà governatore della Fed, la Banca Centrale degli Stati Uniti. Un’ottima notizia per chi conosce Summers, forse l’esponente più in vista del neo-liberismo ideologico. Il problema è che Summers non sarà governatore non perché Obama abbia finalmente optato per Janet Yellen, attuale vice di Bernanke alla Fed. No. E’ stato Summers a rinunciare, nonostante fosse ormai evidente che Obama preferisse l’economista di Harvard.
Cerchiamo di capire meglio. Intanto i motivi della rinuncia di Summers. Due le opzioni sul tavolo al momento. La prima riguarda il conflitto di interesse dello stesso Summers, attuale consulente lautamente pagato di City Group, nonché recentemente a libro paga del hedge fund D.E. Shaw e della società di venture capital Andressen Horowitz. Si tratta delle classiche porte girevoli tra governo americano e Wall Street, dove il passare da regolatore a parte in causa e poi di nuovo a regolatore sembra la norma. Basti pensare al vecchio capo di Summers, Robert Rubin, passato da Goldman Sachs a Ministro del Tesoro di Clinton per poi andare al solito City Group, o a Hank Paulson, anche lui prima a Goldman Sachs e poi Ministro del Tesoro con Bush – e autore del piano di salvataggio delle grandi banche, compresa naturalmente la stessa Goldman Sachs. Insomma, non sarebbe certo una novità, anche se Obama, aveva introdotto una norma comportamentale che vieta a chi ha lavorato nel privato nei due anni precedenti la nomina di prendere alcuna decisione riguardante il vecchio datore di lavoro. Tradotto, Summers non avrebbe potuto occuparsi di City Group, qualcosa di assolutamente irragionevole date le dimensioni del gruppo bancario e le prerogative del governatore della FED. Eppure Obama, nonostante questo codice comportamentale che proprio lui avevavoluto, era pronto a consegnare le chiavi della Banca Centrale più potente del mondo al beniamino-paladino di Wall Street.
La seconda ipotesi riguardo la rinuncia di Summers è legata al chiaro scontento riguardo la sua nomina di una larga fetta dei Senatori e Deputati Democratici. C’era da aspettarselo, in fondo. Quando Obama vinse le primarie contro Hillary Clinton, uno dei motivi che lo fece prevalere era proprio la volontà da parte dell’elettorato e di una fetta consistente dell’apparato democratico di farla finita con i tempi e gli uomini di Clinton. E Summers è forse il più ingombrante emblema di quegli anni in cui si deregolamentarono i mercati finanziari, si diede a Wall Street tutto il possibile immaginabile, ed anche di più e si misero i semi per la tempesta finanziaria del decennio successivo. Con Obama si sperava finalmente di cambiare pagina, meno Wall Street, più Main Street (gioco di parole che mette in contrapposizione l’economia reale e quella finanziaria).
Speranze ed aspettative disattese fin da subito. Summers, da subito, fu nominato consigliere presidenziale e Tim Geithner, un altro uomo di Wall Street, fu il primo ministro del Tesoro di Obama. Non c’è da sorprendersi allora, guardando agli ultimi dati forniti da due studiosi della diseguaglianza, Saez e Picketty, che addirittura il 95% della ripresa americana sia finito nella tasche dell’1% più ricco della popolazione.
Obama non sembra davvero aver imparato nulla dalla grande crisi finanziaria e continua a proporre ricette e nomi figli di un’altra epoca che non sembra davvero voler andarsene. La mancata nomina di un bulldozer del neoliberismo come Summers è sicuramente una buona notizia, ma la battaglia politica ed economica del dopo crisi sembra purtroppo ormai saldamente in mano di quelle forze e di quelle persone che hanno contribuito in modo decisivo al disastro economico degli ultimi anni.

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