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La ripresa che non c’è

In Editoriali on 13/09/2013 at 09:02

di Nicola Melloni

da Liberazione

Dunque la crisi sarebbe ormai alle nostre spalle, o almeno così ci hanno detto, per l’ennesima volta. In Europa, dopo due anni, si torna a crescere, anche se per l’Italia ancora non se ne parla, anzi le previsioni sono state riviste al ribasso. Solo questione di tempo, dicono.
Sarà vero? Pare quantomeno lecito dubitarne. D’altronde anche le fonti economiche più guardinghe e conservatrici non condividono l’entusiasmo del governo. Solo pochi giorni fa, sul Sole24Ore, Guido Tabellini, economista bocconiano, metteva in guardia dai facili entusiasmi, attaccando la Bce per non aver sostenuto adeguatamente la ripresa e la Germania per essere la mandante politica di una austerity che oltre fiscale è anche monetaria. Oggi è toccato al Governatore della Banca d’Italia Visco: pur parlando in termini positivi della ripresa economica, il suo intervento ha ribadito che la crescita – se così la possiamo chiamare – è ancora molto debole e dunque instabile.
Le conseguenze, per il governatore, sono chiare: niente crisi di governo, avanti con questa maggioranza per non spaventare i mercati. Ma se l’analisi principale – la debolezza dell’economia europea – è largamente condivisibile, la sintesi politica di Visco è completamente inadeguata. Dal giorno della caduta di Berlusconi ci hanno rimbambito con la storia della stabilità, della governabilità, dell’emergenza. Ma i risultati ottenuti son stati a dir poco disastrosi. Le riforme Monti hanno accentuato la recessione, e fatto schizzare in alto il debito pubblico. I sei mesi del governo Letta si sono contraddistinti per un assoluto immobilismo, a parte la recente decisione di abbassare le tasse (soprattutto) ai più ricchi con l’abolizione totale dell’Imu sulla prima casa.
Sembra davvero poco credibile che i mercati valutino positivamente la politica italiana degli ultimi due anni. Anzi. I mercati vogliono profitti, non le chiacchere o i pasticci dei Monti e Letta di turno.
Una ripresa così flebile, con fondamentali economici (debito, disoccupazione, reddito, raccolta fiscale) così disastrosi ha bisogno di una cura da cavallo per trasformarsi in crescita. La ripresina-stagnazione che abbiamo davanti agli occhi, ad esempio, non ridurrà nella maniera più assoluta la disoccupazione, anzi destinata ad aumentare. Gli investimenti saranno ancora pochissimi, mentre le imprese ricominceranno semplicemente ad aumentare la produzione calata al minimo della capacità negli ultimi anni.
E dunque, da un lato, la modesta ripresa, se mai avverrà, non avrà concreti benefici sociali, mentre la stessa economia rimarrà, al più, boccheggiante, mantenendo dunque una sistema sempre a rischio collasso.
Nel suo intervento Visco ha cercato di rassicurare i mercati finanziari, garantendo sulla stabilità del nostro settore bancario, i cui prestiti a rischio, calcolati con la stessa tecnica di alcuni altri paesi europei, sarebbero in realtà inferiori a quelli annunciati. Ma è una magra consolazione. Non ci sono dubbi che ad inizio crisi le banche italiane fossero meno esposte rispetto alle concorrenti spagnole, inglesi ed olandesi. E d’altro canto il debito privato italiano è una frazione di quello degli altri paesi. Non per questo, però possiamo ritenerci al sicuro.
Il compito principale delle banche è quello di finanziare gli investimenti e, dunque, selezionare i progetti migliori per stimolare innovazione e crescita. Le banche italiane sono lontane anni luce da tutto questo. Se da una parte è vero che il settore privato non chiede denaro a prestito perché pessimista sull’andamento dell’economia reale, è però anche vero che in Italia c’è una stretta creditizia notevole, con le banche che preferiscono sedersi su montagne di denaro o al più investire in bond pubblici invece che finanziare le imprese strozzate dalla crisi e dai ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione.
Quello italiano è un sistema bancario inefficiente, poco trasparente, ed usato soprattutto non tanto per fini politici – si tratterebbe, in fondo, di un ritorno alla politica industriale – quanto piuttosto per clientelismo. La possibile nazionalizzazione di Mps potrebbe essere una ottima occasione per ripartire con una banca pubblica impegnata a far ripartire il sistema economico, con crediti agevolati per le imprese. Ma dubitiamo sia questo l’intento del governo – che preferisce invece pavoneggiarsi per risultati al meglio che modesti ottenuti per di più senza nessun merito.

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