resistenzainternazionale

Castelvolturno, Rosarno, Nardò, Saluzzo. Lo schiavismo che non vogliamo vedere.

In Capitalismo on 09/08/2013 at 11:59

di Simone Rossi

Unite centinaia di lavoratori agricoli, sfruttamento della manodopera, condizioni abitative pessime ed otterrete l’Italia del settore agricolo.

Mercoledì la cifra piemontese di Saluzzo, a metà strada tra Torino e Cuneo ed al centro di un’area agricola specializzata nella produzione di prodotti ortofrutticoli, è stata scossa dalla protesta dei lavoratori di origine africana che si sono insediati nelle campagne circostanti. Causa scatenante la decisione dell’amministrazione comunale di tagliare l’allacciamento alla rete idrica realizzato abusivamente nella baraccopoli in cui i circa cinquecento lavoratori stagionali si sono insediati; decisione astutamente assunta in una delle settimane meteorologicamente più calde dell’estate ed in parte revocata dalla giunta che ha concesso la fornitura di acqua potabile per il solo consumo umano ma non per l’igiene personale (che puzzino pure!). La sospensione delle forniture idriche sono solamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione che si ripete ormai annualmente nella stagione della raccolta della frutta e che ha le proprie radici nelle condizioni di lavoro offerte ai lavoratori e nell’incapacità degli enti locali e dello stato centrale di organizzare e gestire l’accoglienza dei flussi di stagionali nelle campagne.

Questa situazione che non riguarda solamente il territorio saluzzese, per chi ricordasse le proteste dei braccianti, per lo più di origine africana, a Castelvolturno (CE) nel settembre 2008, a Rosarno (RC) nel gennaio del 2010 ed a Nardò (LE) nell’estate del 2011, per citare i casi più eclatanti che hanno conquistato spazi nelle pagine di cronaca nazionale. E che non è recente dal momento che lo sfruttamento della manodopera agricola, il caporalato sono fenomeni decennali cui nessun governo o parlamento ha voluto dare una risposta seria; su queste forme di sfruttamento si sono poi innestate le dinamiche legate alla precarietà ed all’illegalità prodotte dalla normative vigenti sull’immigrazione, come sottolineato in un rapporto pubblicato da Amnesty International nel 2012.

Di fronte a ciò la risposta delle istituzioni non è adeguata e fa pensare che la tutela dell’interesse delle industrie del settore agroalimentare che operano nell’illegalità sia preponderante su quella dei lavoratori, di ogni cittadinanza, e su quella degli imprenditori onesti. Infatti, una seria lotta all’illegalità, che non è contro l’allacciamento non autorizzato alla rete idrica o la caccia all’uomo ai danni dei sans-papier, produrrebbe effetti benefici tanto alle aziende che seguono le regole, non costrette a subire la concorrenza sleale dei loro colleghi schiavisti, quanto ai lavoratori italiani e stranieri regolari che avrebbero più forza contrattuale e potrebbero ricorrere alla legge di fronte a situazioni di sfruttamento. Invece, le reazioni degli esponenti politici, in particolare a destra ma non solo, tendono a focalizzarsi sull’aspetto dell’ordine pubblico, che serve a guadagnare consenso tra parte dell’elettorato ed a dar man forte a chi, tra gli italiani, agisce nell’illegalità e sfrutta la manodopera. Un esempio per tutti l’esternazione dell’esponente leghista Giorgio Bergesio che, anticipando la campagna elettorale per le amministrative del 2014, promette senza spiegare come di bloccare i flussi di lavoratori stagionali qualora eletto, raccogliendo il facile plauso di una parte della cittadinanza e sfidando il ridicolo, considerato che l’economia agricola locale conta pesantemente sulla manodopera straniera, prima dell’est Europa ora africana.

Sul tema del caporalato, dello sfruttamento della manodopera nel settore agricolo ed in particolare di quella immigrata sono stati condotti studi ed indagini ad opera di organizzazioni sindacali ed associazioni. Nello specifico vi rimando al sito di Terre Libere, dove potrete trovare un ampio archivio di documentazione al riguardo.

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