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La battaglia per il nuovo governatore della FED

In Editoriali on 29/07/2013 at 08:56

 

di Nicola Melloni

da Liberazione

Il mandato del governatore della Fed, Ben Bernanke, sta per scadere ed è cominciata la corsa per la successione. Per mesi il candidato più accreditato è stato Janet Yellen, già nel consiglio della stessa Fed, un’insider che garantirebbe una certa continuità con l’amministrazione precedente. Le ultime news da Washington, però, danno in fortissima ascesa, anzi, come candidato principale Larry Summers, già consigliere economico di Obama, preside di Harvard, vice-Segretario e poi Segretario del Tesoro con Clinton, e capo economista alla World Bank.
Un nome di grande spessore e, probabilmente, il peggior nome possibile per il ruolo in questione. Per molte ragioni. Summers è il classico esempio di economista prestato alla politica che non l’ha mai azzeccata, ma avendo sempre sbagliato a favore dei ricchi e potenti è sempre rimasto sulla cresta dell’onda. Più sbaglia, più sale, alla faccia della mitizzata meritocrazia americana. Chiunque sia familiare con il lavoro accademico di Summers riconoscerà immediatamente i tratti del neo-liberista più dogmatico e pervicace. Un credente, anzi un sacerdote delle virtù del mercato, quasi a prescindere, uno dei padri fondatori del Washington Consensus. Un ideologo capace di sostenere che “le leggi dell’economia sono come quelle dell’ingegneria. Funzionano ovunque applicate”, dimostrando un leggendario disprezzo per storia, cultura, istituzioni. E le leggi di Summers, chiaramente, sono quelle del mercato, in particolare la triade liberalizzazione, stabilizzazione, privatizzazione. Summers è stato il precursore dell’economia come ingegneria sociale, incurante dei costi da scaricare sempre ed invariabilmente sugli sconfitti delle riforme. Negli anni 90, alla Banca Mondiale come alla Casa Bianca, è stato un grandissimo sostenitore della liberalizzazione finanziaria, dei Programmi di Aggiustamento Strutturali, dell’austerity post-crisi nei paesi in via di sviluppo e l’architetto delle cosiddette riforme in Russia che misero sul lastrico milioni di persone mentre un pugno di oligarchi si arricchiva in maniera sfrenata.
Il suo operato all’interno delle istituzioni politiche è addirittura peggiore. Da sempre vicinissimo a Wall Street ha fatto tutto quanto possibile per favorire le grandi banche, opponendosi negli anni 90 alla regolarizzazione del mercato dei derivati, mentre proprio durante il suo mandato al Ministero del Tesoro veniva cancellata la legge Glass-Steagall che impediva la commistione di ruoli tra banche d’affari e banche commerciali, creando la madre di tutti i mostri, la fusione bancaria che portò alla nascita di City Group, l’emblema della banca troppo grande per fallire – per altro in seguito diretta da Jack Rubin, predecessore e capo di Summers al Ministero del Tesoro. Da non credere, ma è proprio la vicinanza con Wall Street la più grande credenziale per la sua corsa a Banchiere Centrale, con Obama convinto che l’unica maniera per lavorare di concerto con le grandi banche sia di avere il loro rispetto. Un rispetto guadagnato a suon di favori, ma conta poco.
Nel suo periodo “sabbatico” dalla politica, col ritorno ad Harvard, Summers ha collezionato un’altra serie infinita di disastri, bruciando i soldi dell’Università durante la crisi finanziaria, attaccando pubblicamente tutti coloro che mettevano in guardia contro le attività rischiose delle banche e offendendo le donne, “geneticamente meno adatte alle scienze” – una gaffe di portata simile a quella in cui l’allora capo economista della World Bank sosteneva che fosse economicamente efficiente spostare le industrie più inquinanti nel Sud del Mondo dove l’impatto su popolazioni con una mortalità già molto alta sarebbe stato insignificante.
Il ritorno a Washington con Obama non fu certo dei migliori. Summers sottostimò pesantemente lo stimolo fiscale necessario per riprendersi dalla crisi, ma soprattutto si oppose alla riforma Volcker che ha timidamente cominciato a mettere qualche paletto all’attività delle banche.
Non bastasse, Summers ha un carattere impossibile, cosa che lo rende fondamentalmente incompatibile con un ruolo come quello di Governatore della Fed, fatto di lavoro di gruppo e di coordinamento con gli altri membri del Consiglio e con altre istituzioni. In termini di politica monetaria, le sue credenziali sono tutt’altro che solide. Summers ha pochissima competenza in materia di politica monetaria – negli anni della crisi si è occupato di politica fiscale – ma i pochi commenti fatti e la sua storia intellettuale e politica portano a pensare che creda molto poco negli stimoli monetari e, soprattutto, che privilegi il controllo dell’inflazione sul raggiungimento della piena occupazione.
Dopo il periodo Bernanke – che a grandi linee possiamo definire positivo, con la Fed che ha contenuto quasi da sola l’accelerazione della crisi e avendo contribuito a salvare dalla bancarotta molte banche che avrebbero poi travolto l’intera economia – il prossimo Governatore della Fed avrà l’importantissimo ruolo di costruire le fondamenta per il prossimo sistema economico-finanziario. Un compito delicatissimo. Affidarlo a chi, in prima persona, ha posto le basi per l’orgia finanziaria degli ultimi 15 anni e che, in ultima istanza, può essere ritenuto responsabile non certo meno delle grandi banche per la crisi attuale, non sarebbe solo uno sbaglio clamoroso. Sarebbe un delitto.

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