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La guerra di Sergio ed i compensi milionari

In politica on 23/07/2013 at 07:45

di Simone Rossi
Alcuni giorni fa il quotidiano di Confindustria Sole 24 Ore ha pubblicato l’esito di un’inchiesta sui dirigenti d’azienda più pagati in Italia. In testa alla classifica si colloca l’amministratore delegato del gruppo FIAT Sergio Marchionne che dal cumulo dei compensi ricevuti per i propri ruoli nel gruppo e delle azioni gratuite ottenute nel 2012 ha portato a casa 47,9 milioni di euro lordi. Oltre tremila volte quanto guadagna mediamente un operaio a Pomigliano e quasi dodicimila volte lo stipendio di un operaio in Serbia, dove l’azienda ha delocalizzato parte della produzione godendo di incentivi e finanziamenti pubblici, alla faccia del libero mercato.
Secondo quanto scritto sull’Huffington Post italiano, tale remunerazione sarebbe stata dovuta dal gruppo al proprio amministratore delegato per i buoni insultati conseguiti; tuttavia non si comprende quali essi siano stati; non dal punto di vista industriale almeno. Nonostante il fatturato sia cresciuto nel biennio 2011-2012, soprattutto grazie ai marchi del lusso ed alla Chrysler, l’utile netto per il 2012 è stato inferiore a quello dell’anno precedente, l’indebitamento è salito da 5,5 a 6,5 miliardi di euro, ragion per cui l’azienda non ha corrisposto dividendi ai propri azionisti per quest’anno. Valutando poi i dati del primo trimestre le prospettive per il futuro, almeno quello prossimo, non sembrano rosee, con un calo del fatturato pari al 2,3% e dell’utile intorno al 88% sull’anno scorso. Oltre a ciò l’azienda in Italia ricorre massicciamente alla cassa integrazione e continua a tagliare stabilimenti e numero di dipendenti; ciò a rigor di logica è sintomatico di un’azienda non propriamente sana. Tutto ciò nonostante l’azienda negli ultimi cinque anni abbia fatto man bassa di incentivi e finanziamenti pubblici al di qua ed al di là dell’Atlantico.
È necessario cambiare prospettiva e considerare il gruppo FIAT non più come un’azienda produttrice di beni, gli autoveicoli, ma come un limone da spremere sul mercato finanziario a vantaggio degli azionisti di maggioranza e dell’amministratore delegato stesso. Ecco che quindi poco importa se le vendite siano inferiori a quelle delle concorrenza, se il prodotto messo in vendita non sia tecnologicamente competitivo; ne consegue che il compenso del dirigente sia scollegato dal risultato della componente produttiva dell’azienda.
Sergio Marchionne aderisce perfettamente al ruolo del capitalista contemporaneo; la sua lotta contro i lavoratori della sua azienda a suon di ricatti e di promesse di investimenti non mantenute va oltre il semplice superamento dei contratti e la massimizzazione dello sfruttamento del lavoro, è uno scardinamento dei valori che ritroviamo nella Costituzione, di un modello sociale sempre più marginale ma ancora vivo. Marchionne non è solo un amministratore di un grande gruppo, è un generale, uno dei tanti, che porta avanti con successo quella guerra al modello europeo del Novecento il cui motto è stato ben sintetizzato negli auspici di JP Morgan un mese fa. Sotto questo punto di vista, i 47,9 milioni sono meritati.

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