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Detroit, il fallimento della democrazia americana

In Editoriali on 22/07/2013 at 07:04

di Nicola Melloni

da Liberazione

Si tratta del fallimento municipale più grande della storia, quello di Detroit. Un debito di quasi 18 miliardi di dollari frutto di un fallimento generalizzato di politiche pubbliche ed economiche. Una volta Motown era la quarta città americana per numero di abitanti e la capitale mondiale dell’automobile, con lavoratori ben pagati ed un tasso di disoccupazione simile a quello nazionale. In soli 13 anni però la percentuale dei disoccupati è triplicata mentre la città ha perso ¼ della popolazione – un trend questo ormai vecchio di decenni in cui Detroit è passata da 1.8 milioni a 700 mila abitanti.
La povertà dilaga mentre i ricchi hanno abbandonato l’area urbana, seguendo il classico processo di gentrificazione delle periferie tipico di molte città industriali americane. E così, per esempio, come riporta Robert Reich, ex ministro del lavoro dell’epoca Clinton, l’area della “grande Detroit”, comprese le sue periferie più ricche, ha un reddito pro-capite di 50 mila dollari annui, con punte di 150 mila dollari a Bloomfield Hills, una municipalità facente ancora parte dell’area metropolitana. A Detroit città, invece, il reddito medio è di appena 26 mila dollari.
In parole povere, il debito cittadino è finito fuori controllo proprio per il drastico crollo della ricchezza nella città dell’auto, con i ricchi che hanno abbandonato il centro, con conseguente impoverimento del tessuto urbano, crimini in continua crescita, servizi pubblici sempre peggiori e, appunto, debito incontrollabile. Il perfetto esempio di segregazione sociale – che in America è sempre anche razziale, con il centro “nero” e la periferia “bianca” – e dell’incapacità delle istituzioni politiche di tenere insieme le due americhe, i ricchi e i poveri, di dividere equamente guadagni e perdite, insomma di creare un contratto sociale che permetta la vita insieme delle diverse classi.
La risposta alla crisi economica della città è stata la richiesta di iniziare una procedura di fallimento, come se una città fosse una semplice compagnia privata di cui spartirsi le spoglie. Una sospensione della democrazia, nuovamente un prevalere delle logiche affaristiche su quelle politiche. Con obiettivi ben chiari da parte della business community, che ha spinto per la procedura di bancarotta: da una parte la vendita degli asset della città, dalla collezione d’arte stimata oltre 2.5 miliardi di dollari, agli animali dello zoo, al parco di Belle Isle; dall’altra la protezione dei creditori a tutto svantaggio di cittadini, lavoratori e pensionati che dovrebbero subire la maggior parte delle perdite. Il bersaglio grosso era il sistema pensionistico, garantito da una legge del Michigan e che si sperava di poter modificare per via giudiziaria, un colpo mortale allo stato democratico. Per il momento però è proprio su questo scoglio che si sono infrante le speranze della Corporate America di trasformare gli USA in una immensa impresa industriale dove i diritti degli azionisti vengono prima di quelli dei cittadini. Un giudice di Detroit ha bloccato il procedimento proprio perché violerebbe le leggi e la Costituzione del Michigan, andando a toccare prestazioni e servizi garantiti per legge. Ma il procedimento di bancarotta è già stato richiesto anche ad una corte federale che può dunque bypassare le leggi dello Stato del Michigan. Il tutto mentre la Casa Bianca, che proprio a Detroit aveva salvato dal fallimento GM e Chrysler assiste immobile allo smantellamento della democrazia americana.

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