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L’augurio del WSJ: un Pinochet per l’Egitto

In Capitalismo on 08/07/2013 at 07:57

Amanti del libero mercato, si. Ma delle libertà proprio no. Questa, in sintesi, la posizione dell’araldo del capitalismo mondiale, il Wall Street Journal. Alla fine della settimana scorsa, commentando il caos egiziano – in un editoriale non firmato, quindi proprio la voce del giornale – si giungeva a tale conclusione:

Egyptians would be lucky if their new ruling generals turn out to be in the mold of Chile‘s Augusto Pinochet, who took over power amid chaos but hired free-market reformers and midwifed a transition to democracy.

Indubbiamente, gli egiziani sarebbero assai fortunati ad avere un loro Pinochet, personaggio notoriamente illuminato. D’altronde, che l’establishment politico americano sia da sempre innamorato di dittatori, assassini, genocidi, etc.., è un fatto risaputo, e di cui abbiamo dato conto anche poco tempo fa. Ma, come sempre, questa cotta per i militari fascisti deve essere nascosto da qualche balla spaziale e da qualche falso ideologico. La frasetta in questione ne è un classico esempio. L’unica verità è che Pinochet abbia assunto dei pasdaran (riformisti, li chiama il WSJ, un vocabolo molto di moda su entrambi i lati dell’Atlantico..) del libero mercato. Il resto, però è solo propaganda. Non prese il potere in una situazione di caos, ma fece un golpe dopo che i suoi amici e finanziatori  si erano attivati per destabilizzare il paese. E non fece da balia alla democrazia, quanto piuttsto la uccise a fucilate.

Poi, ovviamente, ci sarebbe il non detto. Quanti morti, torturati, desapercidos costò l’avventura pinochettista che ora si vorrebbe esportata all’Egitto. Ma ovviamente tutto è condonabile in cambio del successo economico. Una via cinica, ma perfettamente coerente con il sistema di potere mercatista che predilige la cosiddetta efficienza alla giustizia sociale. Se non che, anche i supposti miracoli del neoliberismo sono, appunto, solo supposti. Nel primo anno e mezzo di shock therapy, l’inflazione, nel Cile di Pinochet, raggiunse il 375%. Con il susseguente piano di stabilizzazione, la recessione fu del 15%, e la disoccupazione raggiunse il 20%. Il salario minimo era così minimo che il 74% di questo doveva venire usato per il pane, costringendo le famiglie a ridurre addirittura la spesa per il latte ed i trasporti pubblici. Non solo: 10 anni dopo il colpo di stato, con le riforme già ben consolidate, vi fu una nuova crisi del debito, una risalita rapidissima dell’inflazione e la disoccupazione toccò il 30%. Nel 1988, quando Pinochet “aiutò” la transizione democratica, quasi il 50% della popolazione era caduta sotto la soglia di povertà, mentre il 10% più ricco aveva visto il proprio reddito crescere dell’83%. Ancora nel 2007 il Cile era l’ottavo paese più ineguale del mondo.

Tutte statistiche che al WSJ – ma un pò ovunque, a dire il vero – preferiscono non ricordare, spacciando per successo quello che fu un violento e fallimentare tentativo di ingegneria sociale. Riforme che affossarono l’economia del paese, impoverirono la maggioranza della popolazione, ma fecero arricchire i soliti noti e trasformarono il Cile nel paradiso dei capitalisti – nessun diritto sindacale, polizia che uccideva chi protestava, iper-sfruttamento del lavoro. Un percorso ideale per rilanciare i profitti ma che ha un piccolo difetto. Non può funzionare in alcuna società democratica. Ben vengano, dunque, i vari Pinochet. In Egitto, dove c’è troppa gente che protesta. Ma magari anche in giro per il mondo, dove i governi democratici fanno un pò fatica ad imporre l’austerity Pinochet-style.

P.S. Le statistiche sul Cile di Pinochet provengono dal bel libro di Naomi Klein, Shock Therapy.

 

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