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I veri problemi del lavoro in Italia

In Capitalismo on 28/06/2013 at 09:02

Oggi su Twitter, via @claudioriccio ho trovato questo ottimo grafico che spiega bene quali sono i problemi del lavoro in Italia

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E cosa dice, dunque, la McKinsey? Che nei paesi ad economia avanzata la produttività è (anche e soprattutto) funzione dell’innovazione. In poche parole, i paesi con la produttività del lavoro più bassa sono quelli che investono poco in ricerca e sviluppo. Ma che sorpresa! E pensare che Monti e Fornero (e tanti prima di loro, a cominciare da Treu) ci avevano detto che i problemi dell’economia italiana e della sua bassa produttività erano legati ad un mercato del lavoro non abbastanza flessibile. E dunque avanti precarietà, via l’art.18, fuori la FIOM dalle fabbriche e così via.

Tutto sbagliato, o quasi. Guardando il grafico possiamo in effetti constatare che diversi dei paesi in cima alla graduatoria della produttività sono anche quelli dal mercato del lavoro flessibile. Salvo che, a parte UK e USA son tutti paesi con un welfare di grandissimo sostegno ai lavoratori, con tasse decisamente più alte che in Italia (eppure le tasse sono da 30 anni l’altro continuo peana di chi parla di crescita lenta in Italia). Dunque, per riassure, produttività bassa, costi alti, poca ricerca, inutili riforme del mercato del lavoro.

Quello che però non si è mai cercato di approfondire sono i problemi di natura strutturale della nostra economia, per cui non è sufficiente seguire semplicemente quello che fanno gli altri per poi poter eccellere.

La composizione industriale italiana, con il netto predominio delle piccole e medie imprese, era stata uno dei cavalli di battaglia negli anni 70-80, soprattutto con i distretti industriali, garantendo flessibilità del prodotto (non dell’occupazione, che non serve a nulla!), qualità, coordinamento tra imprese invece che pura e semplice competizione. Un sistema che però è entrato in crisi con la globalizzazione. Bassa capitalizzazione (anzi, rifiuto tout court di quotarsi), cambio generazionale (da genitori imprenditori a figli con meno capacità), struttura aziendale (pochi managers, tutto in house per paura di perdere il controllo dell’azienda) enti locali senza soldi (e dunque tutto d’un tratto incapaci di creare economie di sistema) hanno tutti contribuito al decadimento della cosiddetta Terza Italia.

Nel mare magno dei mercati globali ci sono sostanzialmente due vie per emergere. Da una parte, investimenti in ricerca, battere la concorrenza con prodotti nuovi e migliori. Altrimenti buttarsi sulla produzione a basso costo per vendere a prezzi competitivi. Con mercati illiquidi, e con uno Stato (suppostamente) senza soldi per finanziare la ricerca, si è battuta la strada del prezzo, attraverso la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Non capendo che in una struttura industriale di questo tipo sarebbe trasformata in precarizzazione con zero investimenti sul capitale umano – quello lo possono fare le grandi imprese, mica i piccoli artigiani.

Insomma, problemi di grande, grandissimo respiro. La fine della grande industria, un sistema creditizio chiuso e incapace di finanziare le nuove imprese, un mercato sotto pressione.E soprattutto uno Stato privo di politica industriale, fosse per finanziare la ricerca o per aiutare e guidare un restructuring industriale. Meglio lasciare fare al mercato. Con le conseguenze che sappiamo.

 

 

 

 

 

 

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