resistenzainternazionale

La lezione del Brasile

In a sinistra on 24/06/2013 at 08:47

Chi avrebbe mai pensato che milioni di brasiliani potessero protestare contro i Mondiali di calcio? Quel rito unificante, esaltante, inebriante, che per 1 mese tiene in ostaggio il mondo intero (o quasi) e che proprio in Brasile trova la sua forma più virale, la torcida, l’identificazione del paese col calcio. Un calcio brasiliano che i media ci hanno trasmesso sempre come esempio di felicità, spensieratezza, allegria. Ed invece…..

Invece c’è una vita oltre il calcio. Una vita, in Brasile come altrove, in Brasile più che altrove, fatta di fatiche, sofferenze, ingiustizie. Ed allora i brasiliani hanno cominciato a dire basta, hanno cominciato ad andare in piazza, a dire che ci vuole più sanità, più educazione e meno stadi. Che le priorità del paese sono altre.

Tra tutti i movimenti di protesta di questi anni, quello brasiliano è quello più dichiaramente di classe, con rivendicazioni molto concrete – più welfare, una vita migliore per i tanti poveri del paese. E non c’è dubbio che la chiarezza degli obiettivi aiuta sempre la forza dei movimenti. Lo stesso ad esempio non si può dire per i vari indignados o occupy, che protestano contro il capitalismo rapace che ha portato alla crisi ma non riescono a coinvolgere i milioni di disoccupati, giovani, poveri perchè non riescono a presentare una piattaforma di lotta concreta.

Ma le lotte brasiliane sono anche la conferma che ci troviamo ormai davanti ad un movimento mondiale, che parte fondamentalmente dallo stesso tipo di protesta. L’obiettivo, un pò ovunque, è il capitalismo che mina le radici della democrazia. Un capitalismo oligarchico in cui le ragioni del mercato vengono sempre prima dei bisogni del popolo, possono essere gli interessi dei ricchi brasiliani o dei costruttori turchi o dei banchieri inglesi, poco cambia. Si tratta di un generale risveglio della sinistra mondiale, che mette le maschere di Guy Fawkes e di V per Vendetta invece delle bandiere rosse di una volta, ma che fondamentalmente chiede quello che si chiedeva negli anni 60 e negli anni 70: vogliamo essere protagonisti, vogliamo una politica più democratica, una economia più giusta. Lo dice in maniera ancora incoerente, disorganizzata, improvvisata, non istituzionale. Una forza nei primi momenti della protesta, una debolezza quando c’è da raccogliere i frutti politici della protesta. Ma una forza globale, con cui bisognerà cominciare a fare i conti.

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