resistenzainternazionale

Le ipocrisie del G8

In Editoriali on 21/06/2013 at 09:35

di Nicola Melloni

da Liberazione

Quello del G8 è ormai un rito un po’ trito. Non che sia mai stato un evento veramente importante in termini politici. Una volta era semplicemente uno spazio pubblico in cui gli Stati Uniti davano un po’ di visibilità ai loro alleati, che da buoni vassalli portavano i loro rispetti all’inquilino della Casa Bianca. Era fondamentalmente un evento da PR, con cui i cosiddetti otto (o sette) grandi si beavano del loro predominio mondiale, decidevano le strategie della globalizzazione neoliberista davanti alle telecamere delle tv, cercavano una legittimazione mediatica.
Con la grande crisi e la crescita dei Bric il G8 sembra ormai il teatro un po’ patetico in cui va in scena la pantomima di un Occidente senza soldi che cerca ancora di farsi bello dei fasti del passato. Le riunioni ormai sono tenute in luoghi appartati, inavvicinabili, per paura di scontri e dimostrazioni, come anche quest’anno in Irlanda del Nord. I risultati, come sempre, sono stati banali quando non inutili.
L’obiettivo principale dell’incontro di quest’anno è stata la lotta ai paradisi fiscali. Che per inciso era stato il leit motif del G20 del 2009, e già questo basterebbe a screditare meeting di questo genere che anno dopo anno continuano a riproporre gli stessi temi anno dopo anno senza che davvero nulla cambi. Non che il tema dei paradisi fiscali sia cosa di poco conto, anzi. E che gli stati occidentali si comincino finalmente ad interessare di questo bubbone è certamente un fatto positivo.
Peccato che sia quantomeno legittimo dubitare della reale buona volontà di quegli otto pseudo-grandi che abbiamo visto in tv. Quando pensiamo ai paradisi fiscali tutti abbiamo in mente isole caraibiche dalle spiagge bianche e mari cristallini. Mentre pochi sanno che è l’Irlanda stessa ad essere un paradiso fiscale dove fanno base tantissime multinazionali operanti in Europa per poter pagare meno tasse. Stesso discorso vale per l’Olanda, dove ad esempio Amazon ha la sua sede legale europea: vende libri in Gran Bretagna ma registrando le transazioni come passanti per i Paesi Bassi paga poche tasse e non al governo del paese nel quale l’attività economica vera e propria avviene. A Londra non sono contenti, ma hanno davvero pochi titoli per protestare, visto che ben 8 dei paradisi fiscali mondiali sono di sovranità britannica, a cominciare dalle famigerate Channel Islands situate nella Manica e che sono diventate i rifugi per i ricchi inglesi che vogliono evitare di pagare le tasse in modo legale.
Insomma, la realtà per molti paesi, soprattutto all’interno dell’Unione Europea, è che i paradisi fiscali fanno comodo, altrimenti sarebbero già stati chiusi da un pezzo. I paradisi fiscali sono semplicemente la longa manu di quell’oligarchia capitalistico-finanziaria che muovendo i propri capitali a piacere si crea le leggi su misura per poterlo fare pseudo-legalmente. Un’oligarchia molto potente, che condiziona gli Stati e che i governi corteggiano con una sorta di dumping fiscale offrendo concessioni e sconti a mò di sussidi.
Spesso ci viene detto che è così che funziona il mondo, che gli Stati ormai hanno poco potere, che il capitale e i mercati sono troppo forti e non c’è nulla da fare – meglio piegarsi al volere delle multinazionali che vederle scappare. Ma è sempre così? Pare lecito dubitarne. Pensiamo davvero che se Londra costringesse Amazon o Starbucks a pagare tutte le tasse nel Regno Unito (e non in una delle sue isolette…) questi colossi del commercio deciderebbero di abbandonare un mercato così lucrativo? E’ assurdo solo ipotizzarlo.
Ben vengano dunque i controlli su scala globale e lo scambio di informazioni tra gli Stati per bloccare i giri di conto delle grandi corporations, come richiesto dal G8. Ma invece di incontri pubblicitari ad uso mediatico sarebbe meglio iniziare a fare cose concrete. Iniziando magari proprio all’interno della Unione Europea che può forzare il fiscal compact sugli Stati in crisi ma non sembra nemmeno in grado di bloccare i trucchi fiscali di alcuni dei suoi membri.

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