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Berlinguer o la nostalgia delle cose mai state

In Fin de parti(e) on 11/06/2013 at 10:39

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Di @MonicaRBedana

Le nostalgie non servono quasi mai e quasi a nulla. Incredibile appare quindi la generalizzata nostalgia per un uomo senz’altro incompreso e troppo spesso denigrato ed osteggiato  come fu Enrico Berlinguer,  lungo il sentiero impervio della propria visione politica.

Questo pomeriggio, alle 18, in Piazza della Frutta, Padova gli rende omaggio.

Il freddo e la pioggia che hanno accompagnato la città fino a ieri, simili a quelle della sera dell’ultimo comizio.

Poi la frenesia dei giorni in cui diventammo l’ombelico del piccolo mondo italiano e tutti passavano dall’ospedale, la Iotti, Cossiga, Scalfaro, De Mita, Pajetta, Ingrao. Pertini che era arrivato subito, al capezzale di quel figlio. Craxi inquietissimo, memore senz’altro dei fischi che Berlinguer aveva ricevuto una settimana prima al congresso socialista, dei vergognosi cori “scemo, scemo”.  Colpa di quell’urgenza di cambiamento che ancora attendiamo e che Berlinguer alimentava a pieni polmoni;  lui che denunciava in quell’intervista  a Eugenio Scalfari che i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. E per questo si prese dello scemo, lui. E noi ora siamo preda di nostalgie vecchie di trent’anni.

La pelle di Craxi bruciava già di lancio di monetine, quella mattina di giugno nel piazzale dell’ospedale di Padova, affollatissimo di gente e di risentimenti. Dicono che perfino i medici accolsero il Presidente del Consiglio con stizza malcelata di impeccabile cortesia.

Trent’anni fa era la scala mobile a fermarsi. Quel voto di fiducia sul decreto-bis,  rigirato come frittata, per approvare il taglio. E Berlinguer che alla Camera tuona noi non tollereremo che questo Parlamento sia ridotto a macchina di voti di fiducia per il governo in carica e che, al di fuori di tale destino, non ci sia altro che il suo scioglimento. Il parlamento deve essere riportato a funzionare! Il Parlamento può esprimere altri governi! E noi, noi cittadini, che sentiamo nostalgia di qualcuno pronto a spendere le stesse parole sul governo Monti, che sui voti di fiducia ci è campato ed ha cancellato l’articolo 18 con la complicità di chi oggi rivendica, sfrontato, l’eredità di Berlinguer e finge di inseguire la questione morale.

La Padova di oggi pomeriggio avrà la stessa anima in pena che trent’anni fa riempì le strade da qui a Venezia per l’ultimo, incredulo saluto. Gli agricoltori che dai campi (ancora ne esistevano, in Veneto, lo giuro) si avvicinavano ai bordi dell’autostrada col trattore, i fari puntati sul piovoso corteo funebre. L’anima degli operai della Galileo incontrati prima del comizio, un’azienda simbolo, allora, di una crisi da cui forse non siamo mai usciti. Non ce l’ha fatta la politica, sicuramente; l’economia, l’industria, sembrano spacciate e il motore della società civile si ingolfa stentando a riconoscersi nell’impegno pieno, tenace e unitario di un partito.

Porteremo ancora, oggi, su un palco in Piazza della Frutta la convinzione nostalgica di essere giunti a un punto tale che ogni forza politica democratica dovrebbe sentire, come noi sentiamo, l’imperativo urgente. E l’imperativo è: torniamo alla Costituzione! 

Ciao, Enrico.

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