resistenzainternazionale

Gli intoccabili

In politica on 06/06/2013 at 12:43

Di Simone Rossi

Sei condanne a due anni per omicidio colposo e falso ideologico, con sospensione della pena, e sei assoluzioni. Questo l’esito del processo, di primo grado, per la morte del giovane Stefano Cucchi, avvenuta presso l’ospedale Sandro pertini di Roma nell’ottobre 2009, dove era giunto alcuni giorni dopo il suo arresto; condannati i medici, che non intervenirono nonostante le evidenti condizioni di salute del ragazzo, assolti infermieri ed agenti di polizia penitenziaria. Commentare le sentenze è fatto delicato, soprattutto quando non si conosce il dispositivo; tuttavia, cosa possiamo comprendere da queste condanne ed assoluzioni? Un giovane è morto mentre era in un ospedale a causa di negligenze del personale medico che apparentemente non ha svolto il proprio ruolo a dovere. Cucchi non era stato ricoverato per una patologia, per un incidente stradale o per essersi soffocato con un osso di pollo, proveniva dal carcere da cui era uscito malconcio, apparentemente pestato da qualcuno. E chi sia stato quel qualcuno la sentenza, a prescindere dal dispositivo, non ce lo dice. Eppure non si era ridotto in quelle condizioni da solo.

Questa sentenza, come altre che riguardano le forze dell’ordine, come la solidarietà espressa dall’allora Ministro dell’Interno Cancellieri agli agenti di polizia condannati per la morte di un altro giovane, Federico Aldrovandi, a Ferrara confermano che nella società apparentemente democratica in cui viviamo chi indossa la divisa non è soggetto a quella legge che è chiamato a far rispettare agli altri; o per lo meno, lo Stato è disponibile a chiudere un occhio o a fornire un trattamento di riguardo nei confronti dei suoi servitori che oltrepassano il limite della legalità. Del resto se la classe dirigente cerca di garantirsi immunità ed impunità, perché non garantire lo stesso privilegio, in cambio dell’obbedienza, a chi spesso e volentieri è utilizzato come protettore degli interessi di chi comanda e non per tutelare l’incolumità dei cittadini ed il bene comune?

Il senso dell’impunità, quando non si tratta di impunità effettiva, e l’abuso del monopolio della violenza esercitato in nome dello Stato, della collettività, non sono prerogative delle forze dell’ordine italiane e non appartengono solo a quei paesi che spesso definiamo Terzo Mondo (hic sunt leones).È un tratto comune a tutte le nazioni europee, come riferiscono i casi di cronaca più ecclatanti, quelli della repressione di piazza delle forme di dissenso e delle proteste. È sicuramente diffuso nel Regno Unito, dove non di rado si forma un quadrato di omertosa solidarietà intorno agli uomini ed alle donne in divisa “che sbagliano”, come è emerso recentemente attraverso le campagne per la verità sulle vicende di Orgreave (1984), in cui i minatori in sciopero furono oggetto di una violenta carica della polizia a cavallo, o di Hillsborough, in cui fu data copertura ai responsabili della sicurezza nello stadio locale la cui negligenza aveva provocato la morte di novantaquattro persone. Dove ammontano ad oltre novecento le morti di persone trattenute in custodia dalle forze di polizia dal 1990 ad oggi, un dato su cui c’è controversia a causa delle presunte manipolazioni da parte degli organi competenti, che tendono a modificare al ribasso le cifre.

Si tratta di uno dei vari sintomi del difetto di democraticità, della limitata agibilità democratica di cui soffre la civiltà europea, nonostante la facciata del suffragio universale, peraltro non di rado disatteso una volta chiuse le urne (vedansi le “larghe intese”, e della libertà di espressione, di fatto concessa solo fino a che non si pestano i piedi a chi detiene il potere. Un sintomo che andrebbe affrontato senza il paraocchi di chi si schiera “senza se e senza ma” o di chi ama fare di un’erba un fascio.

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