resistenzainternazionale

Le riforme di Godot

In politica on 05/06/2013 at 06:58

di Simone Rossi
Talvolta la distanza aiuta in una relazione, permette di affrontare le problematiche con maggior distacco, senza coinvolgimento emotivo. Vale per le relazioni interpersonali come per quella ideale tra noi, emigrati, e la nostra terra d’origine.
In tal senso ascoltare la rassegna stampa italiana odierna [4 giugno 2013] sulle frequenze di Radio Popolare è stato una sorta di epifania. Come raramente accade mi sono trovato d’accordo con i politici, intellettuali, giornalisti di vaglia afferenti all’area moderata e conservatrice, quella che oggi abbraccia le ‘larghe intese’. La società italiana, è ferma, ingessata, in qualche modo fuori dal tempo, o meglio sembra gli stessi anni, gli stessi giorni da tre lustri a questa parte. Come nel film Groundhog Day (USA, 1993), con l’esilarante interpretazione di Bill Murray. Mentre testate del calibro de Libero o il Giornale offrono spazio all’arringa dell’ineffabile avvocato Ghedini, con il solito mantra della giustizia politicizzata e del complotto contro il puro ed innocente Silvio Berlusconi, altrove trova ampio spazio l’annosa questione delle cosiddette riforme, necessarie ed urgenti per proiettare l’Italia nella modernità, qualunque cosa essa sia.
Dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ad oggi il Paese ha conosciuto grandi e drammatici cambiamenti a livello sociale, economico e culturale. Il precariato e la sotto-occupazione sono divenuti un fatto comune presso tutte le generazioni, in particolare quelle più giovani, istituzionalizzato attraverso successive riforme della legislazione del lavoro e senza che ciò abbia portato al pieno impiego o a qualche forma di boom economico. Il sistema previdenziale è stato modificato innalzando progressivamente l’età minima per ottenere la pensione e riducendo l’ammontare cui ciascuno avrà diritto dopo decenni di contributi versati, rendendo inevitabili forme di integrazione con assicurazioni private. La pubblica istruzione e l’università hanno subito varie riforme che ne hanno squalificato l’offerta formativa e tagliando fondi agli istituti pubblici, mentre si introducevano contributi a quelli privati in nome della sussidiarietà. Sulla base del medesimo principio si è surrettiziamente privatizzata parte della sanità, una fetta ghiotta da spartire con i soliti amici, come visto in scanali che si sono succeduti dalla “virtuosa” Lombardia alla Calabria, passando per il Lazio. Il patrimonio immobiliare ed industriale dello Stato è stato ceduto ai privati, spesso a cifre a saldi di fine stagione, in nome di una competizione risultata fittizia. Sul fronte istituzionale la rappresentanza proporzionale dei cittadini nelle assemblee elettive ed al loro ruolo indipendente dagli organi esecutivi, garanzia di maggiore agibilità democratica, è stata sostituita dal modello maggioritario idealmente bipolare, in cui le assemblee sono state svuotate della propria funzione a vantaggio di figure “forti”, dal Presidente del Consiglio (ormai chiamato comunemente Premier) ai sindaci ed ai presidenti delle giunte provinciali e regionali, quest’ultimi di preferenza definiti governatori come nei modelli federali americani. Infine, pur rimanendo sulla carta l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge, anni di leggi per sé e per gli amici, di attacco all’indipendenza della Magistratura, soprattutto quando indaga sui potenti, hanno scalfito questo principio, creando un modello (autoritario) in cui si utilizza il pugno di ferro contro gli ultimi nella società e contro chi esprime pubblicamente il proprio dissenso politico, mentre un’occhio di riguardo è dato a chi detiene il potere. Ciononostante il panorama politico italiano pullula di autoproclamatisi riformisti e riformatori, in lotta contro le forze conservatrici (leggasi ciò che rimane della sinistra, nello specifico dei comunisti organizzati, e dei sindacati non collaterali al PD) che da anni impediscono quel cambiamento a lungo agognato e foriero di un nuovo rinascimento italiano. Mancando di senso del ridicolo ovviamente, dal momento che queste forze politiche hanno perso da tempo la capacità di incidere sulle scelte operate nelle istituzioni e, ancora di più, in quegli organismi non elettivi in cui politica ed imprenditoria possono allegramente fare affari al di fuori di qualsiasi scrutinio.
Prendendo per valido l’assunto dell’urgenza di dette riforme, è alquanto opinabile che l’incremento delle disparità tra classi sociali, l’impoverimento di un’ampia fetta della cittadinanza ed in particolare degli anziani, la perdita di competitività delle imprese e del settore della ricerca possano essere affrontate e risolte con l’ulteriore svolta autocratica verso il presidenzialismo, alla francese, all’americana o all’ammatriciana che sia, né garantendo alla classe dirigente maggiore immunità ed impunità di fronte alla legge. Non é riproponendo politiche analoghe a quelle adottate negli ultimi venti anni, un’accentuazione di quel modello economicamente liberista e rapace, politicamente conservatore ed autoritario, che si ridarà dignità al lavoro e maggiore potere d’acquisto alle famiglie né slancio all’innovazione tecnologica con cui aprire la produzione italiana a nuovi mercati.
La questione delle riforme che non riformano alcunché ed ancor di più il fumoso ed inconsistente dibattito che lo accompagna sui mezzi di informazione sono rivelatori dell’autoreferenzialità e dell’incapacità di comprendere la realtà della classe dirigente italiana.

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